L’AMANTE di Abraham Yehoshua

amanteHa uno sguardo gentile Abraham B. Yehoshua, a guardarlo nelle numerose foto che popolano la rete, e fa subito pensare ad un nonno mite e premuroso;  forse non si direbbe  che davanti ai suoi occhi siano passati “in diretta” ottantanni dell’eterno conflitto israelo-palestinese, con tutta l’ inevitabile portata di dolore e di disperazione,  di speranza e disillusione.  Un conflitto mai risolto, che dalle sue origini alla fine dell’Ottocento ha mutato la geo-politica del Medio Oriente, ma, soprattutto, è entrato nel DNA dei palestinesi e degli israeliani, condizionando in maniera definitiva le loro vite.
In Yehoshua, come nella totalità degli scrittori israeliani, la guerra è inevitabilmente dentro la scrittura, e lo è anche in L’amante, romanzo proposto da un nostro lettore per la molteplicità degli spunti che offre, aprendo alla possibilità di una discussione su più piani e su diversi temi. E così è stato, abbiamo avuto un confronto ampio, ricco di suggestioni e di intuizioni.

Veniamo dunque al romanzo. Nella Haifa del 1973,  l’autore apre il sipario sulle vite di Adam, ricco proprietario di una grande officina e “pater familias” della maggioranza dei personaggi,  della moglie Asia, “grigia” (come la definisce Adam) intellettuale appassita dal tempo e dalla noia, sulla figlia ribelle Dafi, sul suo giovane operaio arabo Na’im, e sull’ultracentenaria Vaduccia. E poi Gabriel, l’amante scomparso, presente perché assente, che lega in maniera sottile ma potente tutte queste vite, questi universi umani lontani eppure vicinissimi. Sullo sfondo, il conflitto, che però è ovunque ed entra nelle case, con la normalità che devasta e lascia indifferenti allo stesso tempo e “nascosto in bella vista” un bambino sordo che muore troppo presto attraversando la strada, il bambino di Adam e Asya. Questa in breve la storia e se è vero, come dice Yehoshua in una recente intervista, che “la letteratura permette di esprimere idee complesse, non come discorso filosofico, ma dando vita e voce a personaggi veri e narrando situazioni esistenziali”, L’amante  è un esempio magistrale di come attraverso i pensieri, i sogni, i desideri e le paure dei personaggi e dei loro destini venga a galla il grande tema del rapporto tra popoli diversi, tra israeliani e palestinesi nel caso specifico, e quello delle relazioni personali. La Storia del paese si mescola con le storie familiari, perché queste due cose sono inscindibili. Questo assunto appare chiaro a tutti noi fin dall’inizio: “da quando nell’ultima guerra ci hanno ucciso il professore di matematica e ci hanno fatto arrivare quel bamboccio dal Politecnico, io ho troncato i rapporti con quella materia”, dice Dafi, perchè la guerra è inevitabilmente entrata in classe.

a_yehoshua-447x297Dopo la morte del loro bambino, Adam e Asya cercano un equilibrio, nella felicità e nell’infelicità, e Gabriel, l’amante, si inserisce in questa ricerca offrendo ad Asya la possibilità di una riemersione dal torpore in cui è finita, e ad Adam di riscoprire la passione per il proprio lavoro quando Gabriel arriva con una vecchia Morris da sistemare. Gabriel è per entrambi il motore che rimette in moto le loro vite, sottolinea una nostra lettrice, ed è il motore di tutto il romanzo. Da tempo Adam e Asya vivono in uno stato di immobilità, non sono felici ma neanche disperati e vanno avanti così, giorno dopo giorno. Di Asya, in realtà veniamo a sapere molto poco, è misteriosa, è un personaggio “inespresso”, parla esclusivamente attraverso la lingua dei suoi particolarissimi sogni, a volte allegi ma a volte terribili, grazie ai quali vive in un mondo a parte; Asya è anche l’intellettuale contrapposta ad Adam, che è invece l’uomo del fare, del lavoro manuale ed entrambi sono due “pezzi” della società israeliana, fa notare una lettrice. Adam, sottolinea un altro lettore, è un personaggio vero, autentico, fa da padre a tutti ed è per tutti un punto di riferimento, anche nelle sue debolezze.

Attraverso la forma narrativa del punto di vista multiplo (ogni capitolo è raccontato da un personaggio diverso e situazioni identiche vengono filtrate da occhi diversi), Yehoshua disegna anche le storie di tutti gli altri, come Dafi e Na’im che man mano che la storia procede diventano sempre più protagonisti e Na’im, che se all’inizio del romanzo è un ragazzo, si ritrova poi uomo nelle pagine conclusive. Entrambi, diversamente dagli altri, sono ancorati alla realtà, Dafi nel suo mondo e in continuo conflitto con gli insegnanti, Na’im che, nel suo rapporto sia con Adam che con Dafi,  concretizza le reali difficoltà di comunicazione tra arabi ed ebrei, difficoltà fitte di pregiudizi e luoghi comuni. Perchè è prima di tutto nella quotidianità che viene fuori tutta la complessità del rapporto tra israeliani e palestinesi. Vaduccia è la nonna di Gabriel, che all’inizio della storia è in coma e di lei conosciamo i pensieri tradotti con una lingua e una sintassi apparentemente sconnesse ma piene di senso e di verità;  poi, dopo il risveglio, Valduccia torna ad avere l’energia, la vitalità e l’entusiasmo di una ragazzina. Per via dell’età, questa nonna del romanzo è l’autentica memoria storica del suo paese e del popolo ebraico e la sua storia è di sicuro la più irreale tra tutte quelle narrate.

Concordiamo nel dire che su tutta la storia lascia trasparire una profondità leggera, perché profondo è il tema della guerra e dei conflitti culturali, ma è leggera la scrittura di Yahoshua, è surreale e grottesca, ironica e a tratti divertente. E’ profondo il tema della morte che tutti, a modo loro, hanno vissuto, fa notare una lettrice, ma allo stesso tempo dopo la morte arriva la rinascita che in L’amante, tratteggia sempre la nostra lettrice, è data dall’eros,  forza primigenia che attraversa questo romanzo e che ad ogni passo lascia nuova vita e nuova energia. Un romanzo che trabocca amore, in Asya come in Adam, in Dafi come in Na’im, che parte come pura storia familiare, per spostarsi poi sul mondo onirico di Asya e infine diventare un’incredibile metafora della società e della storia israeliane, aggiunge un’altra lettrice.

Se lo stile polifonico privo di una voce narrante unitaria mette in evidenza la drammatica incomunicabilità che regna tra tutti i personaggi, fa notare un lettore, è anche vero che ci sembrano tutti personaggi molto positivi, che tentano di andare verso una possibilità di normalità in un luogo in guerra da sempre.

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SEMBRAVA IL PARADISO di John Cheever

sembrava“Prendete un personaggio che incarna la classe media, magari un uomo sulla cinquantina che è appena tornato a casa sporco di grasso dopo una faticosa giornata di lavoro in officina. Ora mettete insieme a lui una donna, sua moglie, e cominciate a farli dialogare in maniera concisa e colloquiale circa un problema comune, un fatto assolutamente non eccezionale: potrebbe essersi rotto all’ improvviso un elettrodomestico, oppure potrebbe essere arrivato il nuovo sollecito della bolletta del gas, […]. Raccontate la storia senza molti orpelli, siate parsimoniosi con gli avverbi e rinunciate alle descrizioni dettagliate degli ambienti e dei protagonisti. Bandite infine le introspezioni psicologiche, eppure fate in modo che, attraverso un linguaggio essenziale, affiorino paure, dubbi, domande esistenziali. Concentrate il tutto nello spazio di qualche pagina, stando attenti a prendere una direzione precisa ma allo stesso tempo a non offrire tante risposte. Mettetevi ora dalla parte del lettore, che dovrà sentirsi catturato dalle singole frasi, anche se semplici, da parole che gli capita di sentire ogni giorno, da una narrazione scarna e diretta. Ecco, ciò che ne risulta potrebbe essere l’esempio di un racconto minimalista” (tratto da http://www.sulromanzo.it/blog/il-minimalismo-in-letteratura-ieri-e-oggi). Da questa semplice ma efficace definizione del romanzo minimalista è iniziata la nostra conversazione su John Cheever e il suo Sembrava il paradiso (Feltrinelli, 2014), pubblicato nel 1982, solo quattro mesi prima della scomparsa del suo autore. Protagonista è  un vecchio gentiluomo, Lemuel Lears, due volte vedovo ma ancora solare e curioso verso le cose del mondo, che vive in un paesino  del New England, dove non ci sono ancora fast-food e  dove il “paradiso” è rappresentato dal laghetto Bentley dove Lemuel ama pattinare d’inverno, luogo d’incanto che è però destinato a scomparire sulla scia della speculazione edilizia e dell’inquinamento. Su questo sfondo, in un avanzare apparentemente innocuo e semplice, Cheever mette in scena un intreccio in cui trovano spazio una appassionata relazione di Lemuel con Renee, una bella ma sfuggente agente immobiliare, le battaglie ambientaliste per salvare il lago, i ricordi del passato e le emozioni di un presente più intenso e vivo che mai.

Alla sua uscita, la critica ha salutato questo racconto lungo con grande entusiasmo, come l’ennesima opera di uno scrittore considerato fin dai suoi esordi lo straordinario cantore della provincia americana, delle sue contraddizioni, delle sue miserie e del dolore del vivere quotidiano. La vita dello scrittore americano, che ritroviamo raccontata nei suoi diari, del resto ci dice soprattutto delle contraddizioni che hanno  caratterizzato l’esistenza di Cheever, l’amore per la famiglia e l’incontenibile  infedeltà,  la bisessualità vissuta con profondi sensi di colpa per buona parte della vita, i problemi con l’alcolismo, il suo volere essere prima di tutto un buon padre, e l’inadeguatezza che gli derivava  dall’umile famiglia di origine;  ci dice soprattutto del dialogo serrato dello scrittore con se stesso, della solitudine profonda di un uomo che,  è stato molto amato, ma allo stesso tempo profondamente solo. Cheever aveva conosciuto il dolore e il peccato, ed è stato capace per questo di celebrare la grazia con la sua opera, lui,  il padre letterario dei migliori racconti del Novecento americano, vincitore di un premio Pulitzer, lo scrittore che ha avuto  l’audacia di raccontare sì il dolore, ma anche la serenità e  addirittura la felicità, grazie ad una visione incantata delle cose, all’amore per la bellezza dell’esistente, alla capacità di guardare ai fenomeni minuscoli e invisibili per molti. Come scrisse lui stesso in uno dei suoi racconti (The Jewels of the Cabots) “i bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affogano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minori vengono estratti da sottoterra.” Dalla disperazione al lieto fine, questa è  la scrittura di John Cheever, attraversata da una dose incontenibile di ironia che riporta a galla la comicità delle convenzioni e della convivenza sociali.

john-cheeverE la grande ironia che irrompe anche in Sembrava il paradiso è ciò che ha colpito il nostro gruppo di lettura, c’è ironia in ogni riga, insieme alla lievità e all’allegria che attraversano tutta la storia. Una lettura che è stata, secondo una nostra lettrice,  una buona compagnia, per l’atmosfera della provincia americana , per la tenerezza che ispira Lemuel (alter ego di Cheever?) con il dono di appassionarsi ancora alle cose della vita, come l’amore per le donne e la difesa appassionata del laghetto Bentley trasformato in un discarica. Da un vecchio come lui ci si aspetterebbe una specie di resa all’età che avanza, e invece no, Sears non rinuncia alla vita, va avanti con l’energia, con la gioia di tutta un’esistenza. Una scrittura che fa respirare, aggiunge un lettore, dove sembra di toccarla la felicità per l’amore che inizia, per l’attaccamento tenace alla vita, rimedio alla paura della vecchiaia e della morte.

Una narrazione che è come un sogno e arrivati alla fine è come risvegliarsi, sottolinea una lettrice, che ha amato il libro e apprezzato la scrittura; tragicomico per qualcun altro, che lascia perplessi nella descrizione di situazioni a volte assurde e paradossali, nel tracciare una serie di storie parallele che però non si ricongiungono mai, come forse ci si aspetterebbe. Ma come disse lo stesso Cheever: “Io non lavoro con la trama. lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni, i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate.” Sembrava il paradiso non ha una trama ben precisa, abbiamo una serie di situazioni, anche sconnesse tra loro e questo è uno dei motivi di delusione di alcuni nostri lettori. Due le detrattrici forti. Il minimalismo di Cheever corre il rischio di apparire inconsistente, di trattare argomenti privi di un qualche interesse per il lettore e per questo una nostra lettrice lo ha trovato vuoto e sconnesso, incapace di comunicare qualsiasi cosa, non c’è romanzo, semplicemente, e anche la scrittura è priva di qualsiasi valore. Sullo stesso tono un’altra nostra lettrice, che mette sul tavolo l’idea che se un autore ha un messaggio da mandare, questo deve poter arrivare a tutti. E invece no, perché se così fosse, di un libro avremmo tutti la stessa idea quando invece ogni lettore ha la sua personale percezione di una storia. La discussione su Sembrava il paradiso ne è per noi l’ennesima prova.

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PREMIO CAMPIELLO. Anche noi nella giuria!

Arriva una telefonata dalla Segreteria del Premio Campiello e tutto ha inizio, con il coinvolgimento di cinque componenti del nostro Gruppo di lettura nella Giuria dei Trecento Lettori della 54/a edizione di uno dei premi letterari più prestigiosi dedicati alla narrativa italiana.

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E’ stata una bellissima avventura per noi, entrata nel vivo quando il 27 maggio la Giuria dei Letterati ha votato la cinquina finalista e ha “svelato” i titoli con cui poi avremmo trascorso buona parte dell’estate. Perchè questa per noi è stata l’estate del Campiello, al mare,  in montagna, nelle pause lavoro, in attesa di essere serviti al ristorante, al parco con i figli, in vacanza lavoro ad Oxford con gli studenti o nella pace dei boschi della Finlandia. Insomma nei luoghi più diversi ma sempre con in mano un “Campiello”, sempre con un occhio sui cinque romanzi che in questa edizione 2016 sono stati Le cose semplici di Luca Doninelli,   Il giardino delle mosche di Andrea tarabbia, La prima verità di Simona Vinci ,  Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy e  Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante. Abbiamo trascorso con loro molte ore, attenti a mantenere il segreto sulla nostra partecipazione alla Giuria, come vuole il regolamento del Premio, e soffrendo un po’ del fatto di non poterci confrontare con gli altri giurati, visto che nessuno di noi  sapeva chi fossero. All’inizio ci siamo concentrati sulla lettura e sulle storie di  Angela, Maria Rosa, Andrej, Alessandro, Dodò e Chantal, i protagonisti di questi cinque romanzi; ci siamo emozionati, annoiati e persi, abbiamo provato fastidio per alcuni e brividi per altri. Poi abbiamo sentito la responsabilità del voto, chi convinto fin da subito di quale romanzo avrebbe votato chi invece ha meditato di più, perché più storie lo hanno coinvolto e appassionato. Finalmente dopo il voto ci siamo rilassati, ma solo per poco, fino a quando non è arrivata l’ansia dell’ attesa di conoscere il vincitore.

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Con la complicità della Biblioteca che ci ha “selezionati”  ci siamo incontrati il 10 settembre scorso per la cerimonia della Premiazione Finale, tutti e cinque, ed è stata una serata indimenticabile, avevamo tante cose da di dirci, avevamo decine di pagine di appunti nella mente accumulati nel corso dell’estate. Ma soprattutto è successa una cosa inaspettata: abbiamo tirato fuori dalla borse il nostro “vincitore”, lo abbiamo sistemato su un tavolo accanto al nostro nome e, magia, ci siamo accorti che avevamo votato tutti per lo stesso romanzo, Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia.  Il racconto del male dal punto di vista del male, un romanzo disturbante, un capolavoro assoluto che ci ha cambiati, in altre parole il nostro personale vincitore della 54/a edizione del Premio Campiello. Ne parleremo ancora in questo blog.

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IL PAESE DELLE NEVI di Yasunari Kawabata

paese neviLa prossima settimana il nostro gruppo di lettura torna a riunirsi dopo una breve pausa estiva e lo fa all’insegna di John Cheever e del suo romanzo breve Sembrava il paradiso. Nel frattempo però torniamo a dove eravamo rimasti, ovvero alla nostra ultima lettura,  Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata. Dopo La maschera di Mishima e Kafla sulla spiaggia di Murakami, siamo al terzo incontro con la narrativa giapponese del Novecento e una cosa ci sembra molto chiara, ovvero che il panorama letterario nipponico è infinitamente vario e caratterizzato da un immaginario  non sempre immediato agli occhi di un lettore occidentale. Ma forse è proprio questo il suo fascino. Non a caso tutta la poetica di Kawabata è costruita sulla volontà dell’autore di preservare l’identità culturale del Giappone, soprattutto attraverso la conservazione dell’ideale di bellezza, che lo scrittore mira a diffondere in occidente, in particolare dalla fine degli anni Quaranta, attraverso il Pen Club, come reazione alle immagini di distruzione del secondo conflitto mondiale.

La scrittura di Il paese delle nevi inizia nel 1934 e viene completata con la pubblicazione del romanzo solo nel 1948, dopo una serie , di correzioni e riscritture e racconta del soggiorno di Shimamura, ricco esteta di Tokyo amante della cultura e del vizio, nel modesto centro termale del Paese delle Nevi, immerso in un ambiente naturale puro e irreale, una sorta di paradiso terrestre. Durante il soggiorno Shimamura vive una storia d’amore  con Komako, una geisha del piccolo borgo, una geisha di montagna, ben diversa da quelle di Tokyo, una ragazza che nel paese veste con “Pantaloni da montagna” e che di sera presta servizio negli alberghi. Nell’incontro tra Shimamura e Komaco, distaccato lui, più intensa e profonda lei nella totale dedizione all’amato amato,  Kawabata descrive, con uno stile elegante, lineare e apparentemente semplice, la complessità delle relazioni e le loro incertezze, il desiderio mai appagato, le emozioni sospese e sempre sfuggevoli, che svaniscono non appena vengono percepite.

yasunari_kawabata_c1932La scena di apertura del romanzo lascia molti di noi senza fiato per la bravura di Kawabata, per la raffinatezza della  scrittura:  Shimamura, il protagonista, è in viaggio in treno verso il paese delle nevi. Davanti a lui, nello scompartimento, una ragazza assiste un uomo  molto malato e Shimamura, probabilmente per non farsi coinvolgere, segue la scena attraverso il riflesso del vetro del finestrino. Per rimanere al di fuori e osservare dall’esterno, caratteristica questa che ritroveremo sempre in Shimamura fino alla fine del romanzo, come a dire che tra la realtà e il suo riflesso, Shimamura sceglierà sempre il riflesso, evitando di farsi coinvolgere dalle situazioni (e dalle persone) che lo circondano. Il lettore è in un certo senso messo in guardia.

Al di là di questa immagine iniziale, il nostro entusiasmo per Il paese delle nevi è stato molto misurato, nonostante ci siamo trovati di fronte al romanzo che ha valso a Kawabata il Premio Nobel per la letteratura nel 1968. L’universo delle geishe, figure fondamentali nella cultura giapponese, è ciò che più ci ha colpito e interessato, anche se Komaco, personaggio per il quale Kawabata trae ispirazione da una donna a cui è stato legato sentimentalmente, in qualche modo sembra tradire la figura tradizionale della geisha, che è un’artista e un’intrattenitrice con abilità nella danza, nella musica e nel canto. Komaco, sottolinea una lettrice, tradisce la sua funzione, ovvero l’aspirazione alla purezza e alla spiritualità. Ma siccome la cultura giapponese, come si diceva all’inizio, è un mistero per molti occidentali, nelle nostre ricerche pre e post lettura siamo venuti a conoscenza dell’esistenza della cosiddetta onsen geisha, la “geisha delle terme” che, come Komaco, lavora negli stabilimenti termali del Giappone, e si esibisce per pubblici molto vasti e per questo viene considerata dai giapponesi alla stregua delle prostitute. Komaco rappresenta il mondo delle onsen geishe, con comportamenti poco raffinati, come ad esempio l’ubriacarsi. Ma Shimamura fugge dalla città, fugge dalla famiglia e cerca ristoro e sollievo proprio in una località lontana e diversa da Tokyo, perché ha bisogno di vivere esperienze diverse, sottolinea un lettore,  anche se poi della vita di Shimamura l’autore non disvela molto all’infuori dei suoi interessi estetici.

Una narrazione interessante, ma non entusiasmante, una lettura facile da dimenticare per una lettrice, ad eccezione della parte iniziale profondamente poetica, un libro “vuoto” fa eco un’altra lettrice; un romanzo inafferrabile, nel senso negativo del termine, dove manca approfondimento psicologico, sintetizza una lettrice, e ciò che rimane è la malinconia e la tristezza che il Giappone è capace di trasmetterle ogni volta; una storia rumorosa e confusionaria, dove il silenzio capace di parlare tipico di altre opere di Kawabata non c’è, e dove invece trova spazio il voyeurismo.

filmMa come spesso accade nei nostri incontri, c’è anche questa volta una voce nettamente fuori dal coro. Quella di un lettore che ha trovato Il paese delle nevi emozionante, una scoperta, ma del quale è possibile cogliere per noi solo ciò che è in superficie. Un romanzo che gioca sul non detto e sul non fatto, sulla continua allusione e sul desiderio amoroso che non trova mai appagamento, dove tutto ciò che riguarda la natura umana sfugge e svanisce tra le pagine. Un romanzo che ruota tutto intorno a ciò che è implicito, che crea anche una forma di tensione, man mano che ci si avvicina al finale. Ma se da una parte la storia non è completamente rivelata ma soltanto evocata,  dall’altra c’è invece il paesaggio naturale, grande protagonista di Il paese delle nevi, sfondo “in primo piano” della storia, uno spazio per niente sfuggente, anzi ben definito, forte e presente, aggiunge una lettrice, bellissimo e luogo del riscatto da ogni bruttezza umana.

Nota: la foto in basso ritrae una scena del film tratto dal romanzo, uscito in Giappone ma, sembra, mai arrivato in Occidente.

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L’ULTIMO ARRIVATO di Marco Balzano

LUltimoArrivato_BalzanoSul tema dell’emigrazione interna da Sud a Nord dell’Italia che ha caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato detto e scritto molto, ma sul fenomeno dell’emigrazione precoce di ragazzini verso le città settentrionali si sa molto meno. Lo scrittore Marco Balzano nel suo L’ultimo arrivato (Sellerio, 2014)  racconta, attraverso il personaggio di Ninetto Giacalone, la storia di migliaia di bambini e del loro destino comune, fatto spesso di fatica e dolore. Ninetto, detto Pelleossa, cresce negli anni Cinquanta a San Cono, in un piccolo paese dell’entroterra siciliano, ci sono povertà e fame, c’è una madre in una casa di cura per un colpo apoplettico e un padre inadatto a fare il padre. L’unico spiraglio di luce è offerto dal maestro elementare, figura centrale nella vita di Ninetto, ma non basta e l’unica via d’uscita per lui è andare via, andare al Nord, a Milano precisamente, che promette, grazie al boom economico, ricchezza e benessere per tutti. Ma l’impatto con la realtà è diverso, e su questa realtà, fatta di fatica e sfruttamento, si infrangono i sogni di Pelleossa. Dopo i primi anni in cui Ninetto cerca di arrangiarsi come può, fanno seguito il matrimonio con Maddalena, sposa bambina,e trent’anni alla catena di montaggio. In mezzo a tutto ciò un episodio che gli cambia la vita, un gesto di violenza che lo porta a scontare dieci anni di carcere.  E poi la solitudine del dopo l’uscita e la necessità di ricostruire le relazioni sociali e ancor prima quella familiare con la figlia Elisabetta.

Il romanzo di Balzano, vincitore del Premio Campiello 2015, racconta il destino di una generazione, e nella storia romanzata dei suoi personaggi, ricostruisce le vite di molti, grazie soprattutto ad un lungo lavoro di ricerca, basato sulla raccolta di numerose interviste e testimonianze di quei bambini che sono scappati dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia e che oggi sono dei nonni con il desiderio di raccontare le loro vite di migranti, veri e propri serbatoi umani di memorie necessarie per ricostruire un periodo fondamentale della storia d’Italia.

Marco_BalzanoE’ proprio dalla spinta al racconto di Ninetto che siamo partiti, dal suo bisogno di condividere la propria storia,  perché  “arrivano dei momenti in cui non hai nient’altro che la tua storia a cui aggrapparti”, perché raccontare equivale ad esistere, fino a decidere di accompagnare la nipotina dei luoghi, anche degradati, della sua infanzia per mostrarle un pezzo della sua vita. Commuove Ninetto, fa tenerezza, è una vittima degli eventi, non si può non volergli bene, sottolinea un lettore. E poi abbiamo apprezzato e amato il personaggio del maestro, che inizia Ninetto al mondo della lettura e della letteratura, come a dire che, in un contesto sociale di povertà e degrado, la scuola ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto perché, sottolinea una lettrice, il maestro ha avuto considerazione per Ninetto, quando nessuno era interessato a lui e alla sua esistenza. Una lettrice fa notare alcune assonanze con la scrittura di Teobaldi nella descrizione di un  mondo provinciale fatto di luoghi e persone con frasi brevi e dirette, ma straordinariamente belle. E così arriviamo alla lingua che abbiamo apprezzato più o meno tutti: una lingua ibrida ricca di suggestioni dialettali, una lingua fresca e vivace, viva, musicale e vicina al parlato. La lingua di un bambino che ha sempre amato le parole e che voleva diventare un poeta, una lingua ironica in una narrazione in cui si piange e si ride allo stesso tempo. C’è emozione, crudeltà, ironia e dolcezza nella storia Ninetto che però, fa notare un lettore, è pervaso da troppo buonismo, ha comprensione per tutto e per tutti, quando è ancora un bambino, quando è un da adulto in carcere, quando esce e torna in famiglia, su temi come l’omosessualità, l’adozione e nella considerazione che ha per lo straniero.

Ninetto è anche figlio di decenni di alienante catena di montaggio, fa notare una lettrice, un mestiere, quello dell’operaio, che è stato addirittura peggiore del carcere, e attraverso lui  Balzano rappresenta la fatica del vivere, di quel vivere da “reietto e squalificato”, anche se lo fa attraverso l’uso di numerosi clichè e stereotipi che riguardano il Nord quanto il Sud, affollando il racconto di situazioni talvolta stucchevoli. Sottolinea una lettrice che se l’infanzia di Ninetto è interessante perché mette in risalto le risorse straordinarie di cui sono dotati i bambini per mettersi al riparo dal dolore, noiosa e patinata sembra la descrizione dell’età adulta.

Ci siamo soffermati su un tema che ci è sembrato importante nella storia, quello dell’errore e del perdono, e su quanto l’errore che conduce Ninetto in carcere rappresenti la sua vita e il suo carattere. Certo, un uomo non è il suo errore, non solo almeno, ma la violenza di cui è protagonista Ninetto è parte di un suo più ampio modo di rapportarsi con l’altro, e questo fin da bambino, fin da quando ha dovuto armarsi per difendersi dal mondo degli adulti. Il coltello tenuto sempre in tasca è stato la sua coperta di Linus, che ad un certo punto lo tradisce e lo condanna. Aspirare al perdono  è un lusso che Ninetto si concede, consapevole però che “perdonare non è una qualità del mondo, non bisogna essere dottori per saperlo”.

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JOYCE CAROL OATES

Joyce Carol OatesChi ama Joyce Carol Oates (Lockport,1938) e la sua vasta opera, fatta di centinaia di titoli, deve probabilmente dire grazie al capolavoro della letteratura fantastica Alice nel paese delle meraviglie, che nonna Blanche regalò alla piccola Joyce, dischiudendole davanti, come per magia, il meraviglioso mondo della letteratura: “Il grande tesoro della mia infanzia, e l’influenza letteraria più profonda della mia vita. E’ stato amore a prima vista!”, dirà sempre Oates di questo romanzo. Crescendo sono stati tanti gli incontri importanti con la letteratura, come quello con le sorelle Bronte, con Hemingway, Faulkner e Thoreau. E’ immersa in queste letture che Joyce Carol, all’età di quattordici anni, comincia a scrivere, grazie alla macchina da scrivere regalatale, ancora una volta, da nonna Blanche.

Da Carroll in poi, Joyce Carol non ha più smesso di leggere e influenzata in età adulta da scrittori come Thomas Mann, Kafka, Lawrence e Flannery O’Connor, mette al centro della sua scrittura una serie di temi e di prospettive più o meno ricorrenti in tutta la sua opera: la violenza e ciò che produce negli esseri umani, la capacità di rinascere dopo una tragedia e la conseguente presa di coscienza di sè, i legami familiari, spesso oppressivi e celati dietro apparenti facciate; la tragedia che arriva e sconvolge vite, forse solo  apparentemente tranquillei.  Accanto a questo universo intimo, il declino della società statunitense, le diverse fasi della Storia del novecento americano, l’abuso sulla donna, psicologico e sessuale, l’attenzione al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma soprattutto c’è nella sua opera lo sguardo, limpido e coraggioso, verso l’umano, non inteso in senso lato, ma riferito agli esseri umani e alle loro storie individuali.blonde

Dopo averne letto, ormai cinque anni fa, il romanzo Una famiglia americana, a questa signora dall’aspetto gentile, dalla carnagione chiara e dai grandi occhi nocciola abbiamo dedicato il nostro incontro di aprile, discutendo e confrontandoci su una serie di sue opere, una parte di sicuro infinetesimale della produzione letteraria di Oates. Lo abbiamo fatto, grazie anche ad una lettrice tra noi, che la ama infinitamente, e che per questo l’ha proposta e ce l’ha presentata.  Ce l’ha presentata con la foga e la passione che si hanno quando si parla dei grandi amori, dei quali si vorrebbe dire tutto, ma dire tutto non si riesce. E allora sono venute fuori citazioni, interviste, articoli di giornale con frasi sottolineate dall’evidenziatore, è venuto fuori che amare un romanzo è anche amare chi lo ha scritto e sentirne una vicinanza emotiva.  Ed è partita proprio da Blanche, la nostra lettrice,  dall’amatissima nonna paterna, quella di Alice nel paese delle meraviglie e della macchina da scrivere, ebrea e con un padre suicida e della cui morte violenta, legata al suo essere ebreo, Oates verrà a conoscenza solo da adulta. Una scoperta importante che la porta a rinnegare le proprie origini ebraiche, dopo aver ricevuto un’educazione di stampo cattolico dalla mamma ungherese, e per arrivare poi, in età adulta, all’ateismo.

sorellaOgnuno di noi è arrivato all’incontro con una propria lettura sotto il braccio e una propria idea della scrittura di Oates, e i toni della discussione hanno oscillato dall’entusiasmo più totale alla delusione più disarmante. Viene da dire che, forse, è il destino degli scrittori particolarmente prolifici quello di scrivere sia grandi capolavori che romanzi mediocri. Chissà. Questa è stata comunque la nostra impressione generale, anche se ognuno di noi, tranne una o due eccezioni, di Oates aveva letto un solo romanzo e su quello ha basato la propria discussione e il proprio contributo all’incontro.
Se le raccolte di racconti Un’educazione sentimentale e Figli randagi non hanno entusiasmato per il continuo indugiare sulla violenza e sul dramma, apparso ai nostri lettori come una forzatura e quindi in un certo qual modo non autentico, i  romanzi Blonde,  Sorella, mio unico amore, e La donna del fango hanno invece suscitato grandi entusiasmi.  Primo fra tutti Blonde, in cui Oates riscrive la vita di Marilyn Monroe in  un romanzo di fantasia, portando a galla tutte le contraddizioni di una vera e propria icona contemporanea divenuta Mito. Una lettura che avvolge e travolge, che colpisce e cattura, in cui ogni pagina è un pugno nello stomaco e in cui si rivela la straordinaria capacità della scrittrice di scavare nell’animo femminile. Un romanzo che lascia un segno, sottolinea ancora il nostro lettore. Altrettanto intensa è stata per un altro lettore la storia narrata in Sorella, mio unico amore, dove attraverso la voce di  Skyler Rampike, Oates mette in scena un atroce fatto di cronaca avvenuto nel New Jersey alla fine degli anni novanta. Protagonista è Edna Louise, sorella di Skyler, promessa del pattinaggio su ghiaccio, che, a soli quattro anni, viene lanciata dai genitori nel vuoto dello star system, priva di paracadute. Un romanzo che è uno spaccato della società americana durante gli anni della presidenza Bush, e dove, accanto all’alto livello di sperimentazione narrativa, c’è il racconto di un caso di sofferenza estrema, e la denuncia netta della famiglia benestante, benpensante, repubblicana, con un senso distorto della religione, secondo il quale Dio ti ama solo se hai successo. Allo stesso modo, la lingua e la scrittura hanno catturato il nostro lettore che, leggendo il romanzo in lingua originale, ha potuto godere appieno dell’abilità narrativa di Oates. Adolescenti vittime delle proprie famiglie dunque, come narrato anche in Perchè sono uomini, che racchiude un po’ tutti i temi cari a Oates e in particolare la violenza e la riemersione dal dolore, raccontati con uno stile lucido, diretto e distaccato, come chi osserva da lontano e registra quanto sta accadendo.donna fango
Anche La donna del fango ritrae, attraverso la storia della protagonista Meredith Ruth, un momento preciso della storia americana, quello del post-undici settembre, in una società che si ritrova suo malgrado livorosa e vendicativa. I temi sono ancora quelli della violenza, della ricerca di sè, della guerra con l’imminente attacco all’Iraq, in una scrittura ancora una volta avvincente, entusiasmante che tiene il lettore incollato alla pagina.
Deludenti invece, per chi li ha letti, i romanzi Una brava ragazza, Acqua nera e Stupro. In particolare non hanno convinto l’ossessiva ripetitività delle situazioni e dei temi, mentre nel romanzo collettivo Sulla boxe un lettore ha trovato interessante il racconto di cosa sia la boxe attraverso le vite dei vari campioni. Fuori dal coro l’analisi che una lettrice propone di Una famiglia americana: se da una parte, nel corso della discussione, sembra emergere che Oates abbia cercato in tutta la sua opera di scandagliare l’animo umano per descriverne il dolore, il disagio ma anche la forza della rinascita dopo il dramma,  la nostra lettrice ci fa notare che la sua scrittura in realtà non è altro che una fuga dal black hole della psiche umana. Non c’è scavo01 e approfondimento, piuttosto una forma esasperata di sublimazione che allontana dalla parte più viva delle emozioni, dall’origine del dolore e dalla verità, che viene fuori offuscata e confusa.

Una lunga conversazione è stata la nostra, ricca di  riflessioni anche molto diverse tra loro, un ricco ma allo stesso tempo breve viaggio nell’opera immensa di Oates, una scrittrice che anche quando delude, come è accaduto anche ad alcuni di noi, offre spunti interessanti e apre le porte a dubbi e interrogativi sugli individui e il loro destino.

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SCOMPARTIMENTO N. 6 di Rosa Liksom

Scompartimento-N.-6 Luogo di incontri, aggregatore di storie, di misteri, di scambi, in una parola il treno. E’ tra gli scompartimenti dell’Orient Express che il detective Hercule Poirot si muove alla ricerca dell’assassino del signor Ratchett in uno dei più celebri romanzi gialli di Agatha Christie;  è in un treno di profughi partito dalle Ardenne nel 1940 che Simenon mette in scena la travolgente passione amorosa di Marcel e Anna, un uomo e una donna sconosciuti l’uno all’altra, ma protagonisti di una storia d’amore che è per loro il dono e il miracolo necessario per salvarsi da una guerra orribile;  è lanciandosi sotto un treno che  una della più grandi eroine della letteratura moderna, Anna Karenina, decide di morire.  Potremmo continuare ancora citando Boll e Dostoevskij, ma anche Pirandello e Vittorini, e renderci conto che sono molti i vagoni celebri che attraversano le pagine della letteratura e fanno del treno un affascinante luogo romanzesco.

Anche nella nostra ultima lettura, la storia  corre sui binari. E’ infatti in uno scompartimento che si incontrano Vadim,  rude e brutale proletario russo, e una giovane e timida  studentessa finlandese, entrambi in viaggio da Mosca a Ulan Bator a bordo della mitica Transiberiana.  Siamo sul finire degli anni Ottanta e loro sono i protagonisti del romanzo  Scompartimento n. 6 (Iperborea, 2014)   della scrittrice finlandese Rosa Liksom, un’opera cruda e allo stesso tempo poetica che racconta, attraverso
l’incontro casuale di un uomo e una donna, l’ultimo decennio dell’impero sovietico,  gli ultimi anni di vita di un paese stanco, di un regime assurdo e fallimentare dopo gli ideali della rivoluzione russa. Vadim è un uomo che fugge di casa ancora bambino perchè sa che sua madre vuole sbarazzarsi di lui, che vive da vagabondo e dorme nella metropolitana di Mosca, che  ha ammazzato, che è stato in prigione e nei campi di correzione, che si è sposato e ha avuto un figlio, è un uomo che ama e maltratta allo stesso tempo, è un uomo che puzza di vodka, di sudore e di aglio. E parla molto, parla con il silenzio della ragazza finlandese, che ne diviene  “prigioniera”,  e della quale il lettore ascolta i pensieri e i tormenti interiori per Mitka, amore grande ma finito quando il giovane, per sfuggire alla guerra in Afghanistan, si finge pazzo e una volta in manicomio, lo diventerà davvero. Due personaggi al limite, due destini in qualche modo ai margini, in assoluta sintonia con l’universo letterario della Liksom, che fa dell’attenzione agli emarginati il tema fondante della sua scrittura. La solitudine,  la desolazione e lo sradicamento sono tutto ciò che le interessa raccontare, con poesia e brutalità. Accanto alle vite, anche la natura, i paesaggi immensi della siberia, la loro straordinaria bellezza e desolazione, sfondo simbolico e reale allo stesso tempo. Ma al centro lo scompartimento di un treno, luogo della sospensione, suggerisce un lettore, della pausa dall’esistenza per guardare dentro di sè, come in un monastero.27s04-liksom-28fri.psd

Una storia intensa che ha conquistato il nostro gruppo per molte ragioni, prima fra tutte il realismo, crudo e spiazzante, della Liksom. Leggere è stato come ritrovarsi lì, all’interno di quello scompartimento, è stato come se anche noi stessimo facendo lo stesso viaggio, stazione dopo stazione. Un realismo che si nutre dell’esperienza personale della Liksom, che ha compiuto  sul finire degli anni Ottanta lo stesso viaggio e che da studentessa finlandese di scienze sociali all’Università Mosca si è legata sentimentalmente alla cultura russa fino a farla diventare parte viva dei suoi romanzi. Emozionante il quadro che fa dell’Unione Sovietica nel momento in cui il treno ne supera il confine entrando in Mongolia, un elenco di sostantivi e aggettivi  lungo tre pagine nelle quali scorrono la vita e la morte di un paese:

e si allontana l’Unione Sovietica, i distributori automatici di acqua minerale (senza melassa una copeca, con melassa tre copeche), i minibus, le bambine con le trecce in divise scolastiche bianche e nere, una terra sconosciuta, le sue acque calme e i suoi abissi, le città costruite in una notte, i centri amministrativi dei distretti, i villaggi, le paludi, le torbiere, la steppa, la taiga, le distese disabitate, le foreste, le zone devastate, le aree disboscate, le fotografie ritoccate dei membri del politburo sulla piazza centrale, i curiosi davanti ai negozi riservati ai compagni di partito, le saune comuni, i grandi magazzini statali, le donne spazzine, gli spalatori, i portieri d’albergo che prendono mazzette, l’ottima vodka, lo spumante secco georgiano e il senso di sicurezza che si prova per le strade sovietiche di notte. […] Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, la città, i villaggi, gli uomini e i pensieri.”

Chi tra di noi ha visitato l’Unione Sovietica negli stessi anni ha ritrovato in Scompartimento n.6 la propria Unione Sovietica: un paese fiero e disilluso, rassegnato e ribelle,  un popolo che nonostante viva sull’orlo del declimo si sente grande, forte e con la capacità di rialzarsi, come è accaduto con Napoleone e con il Nazismo.
Vadim è la personificazione di questo sentire ed è un personaggio spiazzante, come lo definisce una nostra lettrice, che disorienta e lascia sgomenti in una umanità, la sua, che non ci si aspetta; un rozzo, certo, ma dal quale la ragazza non riesce ad allontanarsi, e che diventa per lei salvezza e cura, fa eco un altro lettore, in un viaggio comune di purificazione e pacificazione con se stessi. Un uomo che non si riesce a detestare, sconvolgente ma bello allo stesso tempo, rude e sentimentale, volutamente esagerato, suggerisce una lettrice, così come volutamente discreta è la ragazza finlandese: due personalità e due culture sedute l’una di fronte all’altra. E, nella lettura di una lettrice, la ragazza diventa per Vadim l’orecchio attraverso il quale raccontare la propria storia ovvero la storia del proprio paese e la ragazza diventa l’occhio attraverso il quale questa storia viene filtrata.

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C’è anche la musica, fa notare un lettore, data dal ritmo della scrittura, dai numerosi elenchi che scandiscono la narrazione e che rimandano al passo del treno in movimento; ma c’è anche la musica che accompagna i viaggiatori, a cominciare dal quartetto d’archi numero otto di Sostakovic che scandisce la partenza del treno dagli altoparlanti di plastica dello scompartimento e del corridoio. Sono melodie consolatorie, continua il nostro lettore, che tengono in vita la ragazza e alleviano la nostalgia per amore perduto.  Malati di nostalgia sembrano infatti entrambi i nostri protagonisti, nostalgia per un amore perduto, per una città, Mosca,  “blu acciaio riscaldata dal sole della sera”, per un paese dal grande passato, ma ora “stanco e sporco”. 

Un romanzo fatto di contrasti, sottolinea una lettrice, del continuo alternarsi di bellezza e bruttezza, di luce e di buio, di ideale e di fallimento, le stesse contraddizioni che animano la figura di Vadim, emblema e personificazione di un intero popolo.

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