Gadda, Dixon e il traduttore (quasi) invisibile

Richard Dixon è un affabile signore inglese che, trapiantato nella campagna marchigiana circa trenta anni fa, dal 1996, dopo dieci anni trascorsi a fare l’avvocato a Londra, traduce dall’italiano all’inglese veri e propri mostri sacri della letteratura italiana. Calasso, Eco, Moresco e Volponi, per fare qualche esempio, per non parlare di Leopardi e del suo Zibaldone. E poi, e qui veniamo a noi, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, pubblicata con il titolo The Experience of Pain (Penguin Classics, 2017).

Chi frequenta il nostro blog si sarà accorto che “due libri fa” ci siamo dedicati proprio al capolavoro gaddiano e, come spesso accade, anche in questa occasione non sono mancate osservazioni sulla lingua e sullo stile di quello che è considerato un testo fondamentale dello sperimentalismo linguistico del Novecento. Dato per scontato che Gadda scrittore esiste compiutamente solo in italiano e anzi proprio per questo (per nostra fortuna, pensano in molti) non potevamo non farci qualche domanda sulla traduzione, su come sia stato possibile (ri)scrivere La cognizione in un’altra lingua. Ci siamo chiesti infatti in che modo sia stato possibile rendere in un altro idioma la scrittura complessa e “barocca” di Gadda, ricca di termini ricercati, desueti, aulici, se non addirittura inventati o spagnoleggianti. E al di là delle parole e della loro resa in un’altra lingua, con curiosità abbiamo riflettuto su quale potesse essere la percezione del gorgonzola e delle tante realie e dei tanti riferimenti culturali e storici della Brianza che popolano la narrazione gaddiana agli occhi del lettore straniero. Il titolo da solo presenta già non pochi problemi: Gadda stesso in un’intervista cercò di spiegare il significato che lui solo attribuiva alle parole “cognizione” e “dolore”. In definitiva, rifacendoci a un adagio ricorrente in questi casi, come si può tradurre Gadda senza tradire Gadda?

Di questa impresa parliamo proprio con Dixon, in una conversazione che, traendo spunto dalla lettura di Gadda, ci aiuta a mettere a fuoco i principali limiti e alcuni aspetti importanti del mestiere del traduttore che, se da una parte è estremamente affascinante, dall’altra presenta non poche insidie. Analizziamo insieme a lui la questione generale della traduzione e dell’efficacia della trasposizione, un tema che noi del gruppo di lettura ci troviamo immancabilmente ad affrontare quando, a nostra volta, leggiamo narrativa straniera tradotta in italiano. Ci rassicura, Dixon, quando ci dice che quello della traduzione è un compito imperfetto poiché non ci illudiamo (e forse non desideriamo) che Gadda, il suo mondo, la sua scrittura possano essere “resi” perfettamente in un’altra lingua.  Soprattutto ne comprendiamo la difficoltà. E allora che cosa resta una volta superato il confine tecnico della lingua? Che cosa riesce a passare oltre quel confine e che cosa invece resta irrimediabilmente al di qua? E poi, di fronte all’impossibilità che tutto “passi”, qual è il ruolo del traduttore nella scelta, più o meno consapevole, delle cose da lasciare?  Questa è una delle prime domande che rivolgiamo a Dixon:  che cosa desidera che il lettore inglese colga della poetica gaddiana? Difficile rispondere, ci dice subito , forse l’ironia, la capacità di scherzare con il lettore, senza però dimenticare che il traduttore dovrebbe rimanere il più possibile invisibile. L’obiettivo era comunque quello di mettere il lettore inglese nella stessa posizione del lettore italiano, conciliando suono e significato, cosa questa non sempre realizzabile: Dixon fa l’esempio di “sopraccigli sollevati” tradotto con “eyebrows raised”, dove l’effetto dell’allitterazione ne risulta penalizzato. La resa del traduttore è evidente anche, per esempio, nella rinuncia a tradurre le lingue diverse dall’italiano, come lo spagnolo e il latino, che in La cognizione, sono di difficile comprensione per il lettore inglese, come lo è appunto per quello italiano. Il rischio è stato quello di produrre una versione “semplificata” del testo iniziale, in cui la “lingua poltiglia” di Gadda finisse con il venire in un certo senso spiegata al lettore di lingua inglese; si tratta tuttavia di un rischio insito nel processo traduttivo, che ogni traduttore deve saper calcolare e correre.

Un altro aspetto che ci colpisce del lavoro di Dixon è che per lui la traduzione procede di pari passo con la lettura del romanzo. Ci si aspetterebbe due o tre letture preparatorie, che diano una visione generale dell’opera, della storia e della poetica di Gadda. E invece no. Certo, sottolinea Dixon, arrivati alla fine, poi si torna sui propri passi con modifiche, aggiustature e revisioni, ma nella prima stesura si procede per singole frasi, la traduzione diventa una vera e propria “ri-scrittura”, sostenuta da un lavoro di approfondimento sull’autore, sulla sua biografia e sul suo pensiero.

E arriviamo al rapporto con l’autore. Dixon ha tradotto in questi anni molti autori viventi, con i quali ha stretto importanti rapporti di amicizia, come quello con Umberto Eco, del quale ci racconta la cortesia, l’affabilità, e del loro ultimo incontro, a pranzo a Milano, a poche settimane dalla morte del filosofo, di un abbraccio prima di salutarsi, che aveva tutto il sapore di un addio. Con gli autori non più viventi, le cose cambiano e allora ciò che interessa Dixon è ritrovare la loro voce fisica, attraverso vecchi filmati. Anche questa è una strategia traduttiva, giacché l’ascolto, ove possibile, della voce di un autore può in effetti aiutare il traduttore che desidera cogliere nel timbro, nella pronuncia, nell’accento regionale, nelle locuzioni ricorrenti e in altri tratti vocali distintivi eventuali indicazioni di stile che possono dare il senso di quell’autore e tornare utili nella riscrittura.

Al termine dell’interessante incontro, ci rendiamo anche conto di come la traduzione sia uno strumento di conoscenza di altre culture e come proprio il lavoro di traduttori come Richard Dixon contribuisca alla diffusione di importanti opere della letteratura italiana nel vasto mondo anglofono. È vero, al momento del congedo, rimangono più dubbi che certezze circa la traduzione in generale e le sue capacità di fedeltà al testo originale. Ma non c’è da sorprendersi perché è proprio questa la natura della traduzione, che non è una scienza esatta, non è pura trasposizione sintattica e lessicale da una lingua di partenza a una lingua di arrivo. È un “dire quasi la stessa cosa”, come ricordava proprio il compianto Umberto Eco, un principio di cui Dixon, come ogni traduttore coscienzioso, è ben consapevole poiché, sebbene sia riuscito a fornirne una traduzione inglese ottimale, il romanzo di Gadda è un testo che per poter trasmettere esattamente quello che voleva esprimere Gadda e nel modo in cui voleva esprimerlo può esistere solo in italiano.

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4 risposte a Gadda, Dixon e il traduttore (quasi) invisibile

  1. Paolo ha detto:

    È stata una conversazione interessante, il che era prevedibile, dacché nessuno che non sia più che esperto del mestiere verrebbe coinvolto in una operazione così complessa e ardua come la traduzione de’ La cognizione del dolore; operazione che si sta rivelando agli stessi patrocinatori anche più ardua del previsto, se è vero, come ha affermato Dixon, che a sei mesi dall’uscita in libreria nemmeno una recensione s’è vista. Mi fa venire in mente quel famoso scienziato che, arruolato da Nature come revisore degli articoli di Fisica, inviati alla rivista per la pubblicazione, soleva cestinare l’articolo di turno dicendo solamente “non è nemmeno sbagliato”. Gli autori dell’articolo che si era meritato questo giudizio terribile, non ricevevano più alcuna risposta, né di richiesta di correzione né tantomeno di accettazione e quel silenzio deve aver pesato parecchio su quei giovani scienziati, così come oggi il silenzio che circonda “The experience of pain” preoccupa Dixon. Questi deve conoscere bene il proprio valore eppure si sente, fin troppo umilmente, di porre tra le possibili ragioni di questo silenzio anche la “traduzione sbagliata”. Già il solo averlo pensato da parte sua mi fa escludere tale possibilità, poiché denota una impostazione critica verso il proprio lavoro, una tensione verso il continuo miglioramento e perfezionamento che dopo anni di attività deve aver prodotto un super professionista, al di là delle sensibilità individuali. Ma mi spingo a scrivere queste note perché, come al solito, come con Tarabbia ad esempio, sento di aver sprecato una occasione con Dixon, di non aver posto delle domande cui solo lui poteva dare risposta in cinque secondi e che ora impiegherò anni per trovare. Perché continuerò a cercare, questo è chiaro, sono fatto così: una volta incistato l’uovo di pulce, questo continuerà a prudermi dentro l’orecchio fino a che non lo avrò grattato via. La domanda dunque la rivolgo a voi che c’eravate, anche se non so se vi prude qualche cosa oppure se siete usciti appagati e sazi dall’incontro. Loredana dice che non si vorrebbero mai terminare certe conversazioni e allora lei la arruolo già tra le mie fila, un gruppo di una persona sola, ma molto affiatato. È la questione del suono della voce dell’autore che mi lascia interdetto. Per Dixon, l’importanza di udire la voce dell’autore, non quella metaforica ma quella vera, quella fisica, quella che madre natura ci ha dato e che ciascuno di noi modifica fumando o non fumando, usandola molto o risparmiandosi, coltivandola per ragioni musicali oppure trascurando completamente questa modalità di comunicazione non verbale. Per Dixon, dicevo, l’importanza di conoscere la voce dell’autore da parte del traduttore, sembra essere una cosa assodata, tanto che non ha sentito il bisogno di approfondire la questione con noi. Forse si aspettava qualche domanda, che non è arrivata. Questa mattina, riflettendo sulla questione, mi sono detto, perché mai non glielo hai chiesto? Anche perché se c’è una funzione che la scrittura sembra avere è al contrario quella della mimesi dell’autore che inserisce sempre qualcosa di biografico nel suo romanzo, ma anche tanto di diverso e lontano da sé.
    Dunque, e vengo alla domanda, secondo voi che importanza ha conoscere la voce fisica dell’autore per la traduzione dei suoi testi, o, a questo punto, per la lettura in generale?
    La cosa suggerisce infatti che, per un lettore attento, sia viceversa possibile dedurre alcune caratteristiche della voce fisica dell’autore semplicemente leggendo le sue pagine. Se così non fosse non avrebbe senso, preoccuparsene prima, in fase di traduzione.
    Non ne verrò facilmente a capo, se qualcuno non mi aiuta a capire.
    Credo che per me il mondo della scrittura sia un po’ un mondo del silenzio, anche perché so dove sta di casa la musica, so cosa sia “un certo tono di voce”, so cosa voglia dire usare la voce per cantare o per urlare, tutti modi per aggirare la parola, quando questa è inadatta ad esprimere ciò che desideri. Sono i modi dell’impulsività, della reazione emotiva, che tengo a freno più che sotto controllo e che generano questo esprit de l’escalier riflessivo del giorno dopo.

  2. Loredana ha detto:

    La mia impressione è che l’incontro con Dixon abbia posto domande più che dato risposte. Il tema della traduzione letteraria è molto affascinante, non solo da un punto di vista linguistico, ma anche culturale e direi proprio antropologico. Come dicono gli anglosassoni sulla difficoltà della traduzione: untraslatable words, untraslatable worlds. A proposito mi è capitata tra le mani questa citazione di Elias Canetti che mi sembra molto calzante: “Il solo fatto che le stesse cose abbiano nomi diversi in lingue diverse dovrebbe farci chiedere se siano le stesse cose o no.”

    Anche io sono rimasta colpita dalla necessità (e dunque anche l’utilità) per Dixon di ascoltare la voce fisica degli autori che traduce, poiché mi sembra che il vero discrimine non sia tanto ascoltare la voce, quanto conoscere o meno un autore e avere la possibilità di incontrarlo e conversare con lui.
    Ascoltarne la voce può aiutare il traduttore a sentirsi più vicino, a cogliere qualcosa della sua anima, del suo sentire. Credo che ognuno abbia le sue strategie per mettersi al sicuro.

  3. Francesco ha detto:

    Mi unisco volentieri al novero di quanti avrebbero continuato la conversazione con Richard Dixon. Il gruppo affiatato dunque comincia a infoltirsi.

    Il fatto che un traduttore rischi di perdere la tranquillità e si preoccupi di aver fatto un buon lavoro è effettivamente segno di professionalità, ma soprattutto di coscienziosità perché il lavoro di traduzione comporta un obbligo nei confronti del testo originale e del suo autore, vivo o morto che sia. Tradurre male o in maniera superficiale vuol dire venir meno a quell’obbligo, oltre probabilmente a contribuire all’insuccesso, anche commerciale, del testo.

    L’ascolto della voce di un autore ai fini della traduzione di una sua opera sembra anche a me singolare e originale, ma devo dire che non mi sorprende particolarmente poiché ogni traduttore coscienzioso trova le proprie strategie per entrare in sintonia con quell’autore e con quel testo. Indipendentemente da cosa racconti, un romanzo è dopotutto la “voce” del suo autore, perciò la possibilità di ascoltarla realmente, dal vivo o in registrazione, può tornare utile al traduttore che desideri avvicinarsi il più possibile all’autore e cogliere nelle caratteristiche vocali possibili indicazioni stilistiche e psicologiche dello stesso. Da questo punta di vista, tutto può servire a un traduttore, anche la sistemazione di una foto dell’autore accanto alla tastiera, nel tentativo o nella speranza di trovare nel suo sguardo risposte ai problemi traduttivi. Naturalmente, si tratta di strategie accessorie che possono o meno migliorare di fatto il processo di traduzione, ma non possono prescindere da uno studio approfondito della vita e del pensiero dell’autore e da un’analisi linguistica, lessicale e stilistica del testo di partenza.

    Detto questo, l’idea in generale di ascoltare la voce di un autore mi ha incuriosito e dopo l’incontro con Dixon ho provato personalmente ad applicarla al contesto della lettura, per vedere l’effetto che fa. Ho cercato quindi in rete la registrazione di qualche intervista o incontro con Elias Canetti, autore del libro del mese del gruppo di lettura, e ne ho ascoltato per alcuni minuti il timbro alto, la voce quasi caricaturale e l’elocuzione precisa. Ho ripreso quindi il libro immaginando di leggere internamente con quella voce e per un po’ è stato divertente, ma poi sono tornato naturalmente a riassumere la mia normale “voce interna” di lettura. In sostanza, l’aver conosciuto la voce di Canetti non mi ha dato granché ai fini della lettura, ma mi ha sicuramente aiutato a rendermelo meno astratto come personaggio e come autore del libro che avevo in mano.

  4. Loredana ha detto:

    Segnalo che nella rivista online ilprimoamore.com si può trovare un articolo comparso in Robinson, supplemento domenicale di La Repubblica, che racconta di come le storie nascono, crescono e vivono oltre i loro stessi autori, anche grazie ad una traduzione, in questo caso proprio di Richard Dixon:
    http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article3960

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