BABILONIA di Yasmina Reza

Beati quelli che pensano che la vita sia parte di un insieme ordinato“. Potrebbe essere questo il “manifesto” di Babiblonia, romanzo della drammaturga, attrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza, pubblicato da Adelphi nel 2017. Conosciuta in Italia soprattutto per essere l’autrice di Il Dio del massacro, da cui il regista Roman Polanski ha tratto il bellissimo Carnage, Reza aggiunge con questo ultimo libro un altro tassello alla sua personale geografia delle relazioni umane e alla analisi di una quotidianità dalla quale, come ci racconta spesso la cronaca, possono anche generarsi le peggiori tragedie.

Ci troviamo in un condominio alla periferia di Parigi, Elisabeth è una signora di sessantanni, dalla esistenza apparentemente serena che intreccia un sincero rapporto di amicizia con il vicino Jean Lino Manoscrivi. Intorno a loro una serie di figure più o meno accennate, che portano avanti, con una certa dose di indifferenza e superficialità, il proprio tram tram quotidiano, interrotto per qualche ora da una festa che la stessa Elisabeth decide di organizzare in casa sua, con l’intento di “creare legame”, di celebrare un momento di vicinanza e comunione con alcuni di quelli che ruotano attorno al condominio.  Poi, in maniera non del tutto inaspettata (per il lettore, si intende), arriva la tragedia: il tranquillo e perbene Jean Lino, dopo una banale discussione, uccide la moglie Lydie e subito dopo bussa alla porta di Elisabeth e di suo marito Pierre per chiedere aiuto. Di questa storia il nostro gruppo di lettura ha discusso nel suo ultimo incontro.

Subito una domanda che ci sembra centrale: che cosa faremmo noi di fronte alla stessa situazione, chiameremmo immediatamente la polizia o diverremmo complici dell’assassinio cercando di coprire Jean Lino? Come dice molto bene un nostro lettore: Elisabeth, in nome della sua amicizia con Manoscrivi,  si trova di fronte ad un bivio, da una parte la spinta al rispetto della legge e dall’altra invece l’istinto a trasgredirla per motivi altruistici. Bivio che non non riguarda il marito Pierre, che non si pone il problema e risolve la questione molto in fretta grazie alla sua “ordinaria” indifferenza:  dopo aver consigliato a Jean Lino di chiamare la polizia se ne torna a letto per risvegliarsi la mattina dopo, e venire a sapere che Elisabeth è stata portata alla stazione di polizia.

Da una parte l’indifferenza di Pierre, dall’altra il sentirsi chiamata in causa di Elisabeth. Due modi di relazionarsi con il mondo e con gli altri. Che cosa lega Elisabeth e Jean Lino, viene allora da chiedersi? Non c’è tra loro una storia d’amore, si danno del lei, si incontrano salendo le scale del loro condominio e parlano del passato, dell’ infanzia, mai del presente, mai dei lori matrimoni. E in queste conversazioni che sembrano niente, in verità c’è tutto, c’è la capacità di provare empatia per l’altro, di farsi carico anche di un omicidio. Ma, l’omicidio, sottolinea una lettrice è funzionale a raccontare un contesto e delle relazioni. Lo spazio in cui si svolge l’azione è racchiuso tra i confini di un  condominio  e dunque claustrofobico (un po’ come l’appartamento in Il Dio del massacro), dove più si è vicini e meno si riesce a comunicare. In questo universo di incomunicabilità (emblematica in questo senso la festa di Elisabeth) generale, Elisabeth, forse uscire dalla noia della quotidianità,  sarà spinta ad aiutare Jean-Lino, salvo poi fermarsi al momento giusto e convincerlo chiamare la polizia. Ma per quel poco che è durata la loro “complicità”, Jean-Lino ed Elisabeth si sono “toccati”, e anche quando ognuno di loro sarà tornato al proprio destino, possono  dire a se stessi di aver vissuto un momento di condivisione totale. Forse l’unico della loro vita. Si tratta del momento in cui Elisabeth asseconda la volontà di Jean Lino ed insieme prendono una grande valigia rossa di Elisabeth, per sistemarci dentro il corpo di Lydie,  trascinarla fuori dal condominio per nasconderlo nello studio della povera vittima.

Nell’economia del romanzo, il momento “della valigia” è quello in assoluto dove tragico e comico si incontrano, dove prevale una certa dose di humor nero, ed è anche l’unico che, secondo una lettrice, si rischia di ricordare di questa storia grottesca, ma anche banale, l’ennesima ripetizione di una normalissima commedia francese, vista e rivista, con temi trattati già decine e decine di volte.  La nostra lettrice sottolinea che Elisabeth a sessantanni entra in crisi perché forse nella sua vita non ha costruito nulla, e se guardarsi indietro la rattrista, il guardare avanti è un orizzonte limitato. Da qui la crisi e il desiderio di “muovere” in qualche modo il suo presente.  Quello che ci sembra chiaro è che Reza non dà giudizi, non indugia sulla morale o sulla condanna, cerca di fotografare un pezzo di società e soprattutto le dinamiche delle relazioni umane, e la consapevolezza che, forse, come i Giudei in babilonia, ognuno di noi vive in esilio, ma da se stesso.

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Gruppo di lettura della Biblioteca San Giovanni di Pesaro
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2 risposte a BABILONIA di Yasmina Reza

  1. Manuela ha detto:

    Ho ultimato di leggere il libro di questo mese e devo dire che non mi ha entusiasmato come Canto della pianura. L’ho trovato lento nella stesura del racconto, a tratti un pochino noioso e a volte ho faticato nel seguire i vari concetti. Il passaggio repentino temporale e di contenuto mi ha in alcuni casi fatto perdere il filo. Mi è sembrato però che la lentezza e la pacatezza del racconto rispecchiassero lo stile di vita e l’animo della protagonista, quindi che fosse voluto per meglio incorniciare l’ambiente.
    La relazione che si instaura tra i due protagonisti è pressoché piacevole e basata su una reciproca fiducia che si conserva fino alla fine anche quando le circostanze potrebbero farla traballare, sostenendo fino in fondo la versione data alla polizia.
    Mentre la risoluzione dell’omicidio mi sembra abbastanza frettolosa e poco credibile ma magari non era il fulcro del messaggio che si voleva inviare al lettore.

  2. Anna ha detto:

    Babilonia è un romanzo di solitudini, in cui i personaggi si muovono sullo sfondo di vite insoddisfacenti anche se apparentemente “esatte”.
    A Élisabeth, apparentemente, non manca nulla: ha una bella casa nei dintorni di Parigi, un marito, Pierre, e un lavoro; eppure è come se, presa dal vortice della quotidianità, fosse anestetizzata dal ripetersi di giorni tutti uguali. L’unico respiro sembra darglielo l’amicizia con Jean-Lino, l’inquilino del quinto piano, sposato con Lydie.
    Nulla di clandestino nei loro rapporti, nulla di sospetto nei loro incontri: solamente il piacere puro di condividere del tempo insieme; è forse solo in quei momenti alle corse con Élisabeth che Jean-Lino sente di poter “essere”. I due si scambiano ricordi, racconti, opinioni. Hanno una “affinità elettiva” che scaturisce dal loro modo di essere.
    La banalità delle vite di Deuil-L’alouette viene stravolta quando Jean-Lino, colto da una rabbia cieca, strangola la moglie nel cuore della notte e chiede aiuto proprio a Pierre e Élisabeth. Nel gesto di Pierre di tornarsene a letto dopo aver suggerito di chiamare la polizia si legge tutta la passività della sua esistenza. Élisabeth, invece, non abbandona l’amico; lo aiuta a nascondere il cadavere della moglie in una valigia, che addirittura gli presta, e a trasportarla altrove. Se non fosse che i due vengono sorpresi nell’atrio del palazzo da una vicina, che rientra da una serata.
    È in quel momento che Élisabeth prende consapevolezza della gravità della sua situazione e, pur non lasciando mai Jean-Lino, inizia a pensare a come scagionarsi e a costruire una verità alternativa ai fatti accaduti. Riuscendoci.
    Élisabeth è decisa, consapevole e determinata; nonostante il marito cerchi di convincerla a non lasciarli coinvolgere ulteriormente dopo aver accertato con lei la morte di Lydie, la donna sente come il richiamo di un dovere nei confronti dell’amico. Sembra avere molta più affinità con lui che con il marito.
    Jean-Lino, dal canto suo, è una vittima; appare costantemente represso, come se non riuscisse ad esprimere la sua vera natura. Non si sente accettato fino in fondo da Lydie, estremamente ferma nelle sue convinzioni, non si sente amato dal nipote di lei, Rémi, di cui cerca disperatamente l’accettazione. Jean-Lino è riconoscibile solo in due circostanze: alle corse con Élisabeth e insieme a Eduardo, il gatto. Forse è proprio con Eduardo che l’uomo può essere senza costrizioni: è solo con lui che parla italiano, probabilmente la sua lingua madre – il cognome Manoscrivi tradisce un’origine non francese.
    Le tematiche trattate in Babilonia sono tanto importanti quanto profonde.
    Innanzitutto, i rapporti di coppia: le coppie “ufficiali” non funzionano, sono costrette nella banalità del quotidiano. L’unico rapporto che sembra funzionare è quello tra Élisabeth e Jean-Lino, forse perché non è un vero rapporto: i due si danno del lei, non hanno alcun secondo fine nel frequentarsi se non il piacere della compagnia reciproca.
    È in questa non-coppia che sia Élisabeth sia Jean-Lino trovano un lenitivo al loro essere “rifiutati” e si sentono in qualche modo accettati e voluti, in modo assolutamente disinteressato.
    In Babilonia c’è anche amore; non è forse amore quello che spinge Élisabeth ad aiutare Jean-Lino nonostante rischi di essere incriminata come complice di un omicidio? È una forma di amore, certamente; eppure, nel momento in cui i due vengono scoperti, a vincere è l’istinto di sopravvivenza, quell’istinto primordiale di conservazione che ci porta a tutelare il nostro interesse, pur empatizzando con gli altri.
    Con un linguaggio lapidario e frasi taglienti, Yasmina Reza costruisce un romanzo di solitudini che si intrecciano e cercano, in qualche modo, di essere meno profonde. In un’atmosfera mai pesantemente tragica, ma a tratti ironicamente assurda, i personaggi fuggono dal loro isolamento cercando negli altri un conforto; quante volte lo trovano?

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