I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH di Franz Werfel

Nel 1929 una giovane coppia viennese in viaggio  in Medio Oriente arriva a Damasco e nella più grande fabbrica di tappeti della città assiste al triste spettacolo di adolescenti impiegati come manodopera, sfruttati, maltrattati, denutriti e mutilati.I viaggiatori sono Franz Werfel, quarantenne scrittore austriaco e sua moglie Alma Mahler, mentre i giovani lavoratori sono gli orfani armeni scampati al massacro di quindici anni prima. Alla domanda su come sia nato I quaranta giorni del Mussa Dagh, la risposta è proprio nel racconto di questo incontro, l’incontro di  Werfel con ciò che restava del genocidio del popolo armeno, quando di quell’evento in Occidente si aveva una percezione lontana e confusa, niente di più di un sentito dire. Ma tale era stata la potenza di quella vista che Werfel, da poco convertitosi al cattolicesimo, inizia, una volta tornato a Vienna, una serie di ricerche in archivio e un lavoro attento sulle testimonianze dirette dei sopravvissuti che lo conducono diritto al suo capolavoro, scritto in meno di un anno tra il 1932 e il 1933, ma già abbozzato nel 1929 a Damasco.

Mussa Dagh in turco vuol dire “la montagna di Mosè”, ma da molti è stato, non a torto, soprannominato “la montagna degli armeni”, perché è stato proprio su quel monte che cinquemila armeni  nel 1915 si sono rifugiati per sfuggire ai rastrellamenti dell’esercito turco voluti dal governo dei Giovani Turchi, e hanno resistito per circa un mese fino a quando non sono stati messi in salvo dalle navi francesi. Tra realtà e finzione, tra personaggi reali e letterari,   I quaranta giorni del Mussa Dagh racconta questa resistenza, in una narrazione che è insieme romanzo storico, epico e di testimonianza, grazie ad una memorabile coralità di voci, di sguardi e di storie.

Una lettura entusiasmante, una folgorazione e una scrittura, quella di Werfel, che è un fiume in piena che trascina via il lettore, irrimediabilmente. Questo in breve il parere pressoché unanime del nostro gruppo di lettura, che alla fine del 2016 si è dato appuntamento allo scorso luglio per discutere di questo romanzo corposo, intenso ed emotivamente coinvolgente. I quaranta giorni del Mussa Dagh è stato pubblicato per la prima volta nel 1933 e fin da subito ottenne uno strepitoso successo per finire però ben presto nel dimenticatoio, bandito dalla Germania nazista, e opera in assoluto più letta nel ghetto di Varsavia. Un romanzo drammaticamente profetico che anticipa lo sterminio del popolo ebraico; un romanzo difficile, pieno di citazioni, di tematiche sociali, politiche e religiose. C’è tutto un mondo, si potrebbe dire, tutta la società armena, tutte la fasce d’età e i ceti sociali e soprattutto c’è la vita interiore di uomini e donne che, seppur consapevoli di essere destinati alla morte, accettano di provare a resistere e di perseguire una quotidianità fatta anche di cose banali, di piccoli conflitti, di amori, gelosie, invidie, tradimenti e perfino odio. Tutto ciò che si trova in una qualsiasi comunità, tante individualità, ognuna con la propria storia, ma tutti uniti nella resistenza al nemico comune, il proprio Stato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ impossibile citare tutti i personaggi e le loro vicende, ma non potevamo durante il nostro incontro  non soffermarci sul protagonista Gabriel Bagradian, uno degli eroi più straordinari che si possano incontrare tra le pagine di un libro. Armeno di nascita, dopo essersi stabilito a Parigi e aver sposato una francese, torna al proprio villaggio natale insieme alla moglie e al figlio Stephan. Gabriel è un uomo colto e raffinato, sospeso tra due mondi, che capisce per primo il pericolo che sta correndo il suo popolo e mette in atto il progetto di ritirata sul Mussa Dagh, seguito  da qualche migliaio di armeni di sette villaggi. Una figura commovente, quella di Gabriel, un vero e proprio condottiero, inaspettatamente alla guida di un intero popolo.

La grande abilità di Werfel, osserva una lettrice, sta proprio nella ricostruzione della società armena, sia nel bene che nel male, nella comprensione dell’animo umano, scandagliato fino all’inverosimile, ma soprattutto nell’abilità con la quale l’autore descrive una situazione “al limite”, dove tremendamente vivo è il dialogo con la morte, presente, palpabile, ma che non impedisce ai 5000 armeni rifugiati sul Mussa Dagh di lottare anche per un minuto in più. Morire per morire, meglio farlo resistendo. E resistere vuol dire anche ripartire da zero, costruire un nuovo villaggio con vere e proprie capanne, rinunciare alle proprie cose e condividere il cibo, “regredire” ad una dimensione quasi primordiale, un ritorno alle cose fondamentali, sottolinea un lettore.

Un membro del gruppo ci racconta la sua duplice lettura di I quaranta giorni del Mussa Dagh: la prima nel 1973 durante il servizio militare grazie al racconto di un compagno armeno e la seconda oggi, in occasione dell’incontro con il gruppo. Se il ricordo della prima lettura era di un romanzo prolisso e non particolarmente interessante, la seconda lettura è stata straordinaria, fatta tutta in soli otto giorni (che sono veramente pochi per un volume di più di ottocento pagine)

La storia che viene narrata è sicuramente potente e sconosciuta per molti di noi, ma, sottolinea un lettore, ciò che più conquista è lo stile, capace di portarti dentro la storia. E’ come una corrente d’acqua che non si riesce ad arrestare. La lettura è stata entusiasmante, con un finale commovente, un “romanzo manzoniano” suggerisce un nostro lettore, nella ricostruzione degli eventi e nelle caratterizzazioni dei personaggi.  Un romanzo che è stato possibile godere anche grazie ad una nuova e recente traduzione di Cristina Baseggio (già autrice della prima e più datata versione) ed Elena Broseghini. Leggere I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata anche l’occasione per riflettere e interrogarci su una vicenda storica della quale non solo si parla ancora poco, ma che addirittura viene negata, in primis dal governo turco. Lo stesso  Mussa Dagh, ci fa notare un lettore, sembra essere scomparso anche dalle cartine geografiche, impossibile da localizzare per moltissimi decenni. Un milione e mezzo di armeni vengono massacrati attraverso un vero e proprio sterminio programmato e ai sopravvissuti non è data la possibilità di raccontare, schiacciati da un negazionismo storico-politico orientato a minimizzare il numero degli uccisi, a catalogare la politica del governo dei Giovani Turchi come necessario alla difesa, a mantenere il silenzio su tutta la vicenda. Privare gli armeni della parola, come metaforicamente rappresentato nel protagonista muto del film  Il padre di Fatih Akin. In Italia saranno i bellissimi romanzi di Antonia Arsan a fare luce sulla vicenda rimasta nell’ombra, in particolare La masseria delle allodole, poi portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Il grande merito di Werfel è stato senza dubbio aver raccontato, già negli anni Trenta, il genocidio degli armeni e di averlo fatto attraverso la storia della resistenza sul Mussa Dagh, che commuove e mette sul tavolo una serie di questioni religiose, filosofiche e morali straordinarie, ma una lettrice, contraddicendo un po’ tutto ciò che è stato detto e scritto su questo romanzo,  non può non accennare alla difficoltà di andare avanti in una lettura che non è stata, come per gli altri, un essere portati via come dalla corrente di un fiume, il fiume in piena delle parole, ma un continuo incagliarsi sugli scogli pagina dopo pagina, a causa della prolissità e delle divagazioni, che quasi hanno messo ai margini la tragedia vera. Ma, come dice un’altra lettrice, la tragedia è proprio dentro le divagazioni, perché la morte entra a sconvolgere la quotidianità, si insinua nelle relazioni familiari e sentimentali, nella “ordinarietà” della vita.

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