IL NUOTATORE di Zsuzsa Bànk

Consigliato da Anna

Il nuotatore (Neri Pozza, 2014) è la storia di due fratelli, Kata e Isti, rimasti da soli con il padre Kàlmàn dopo che, un mattino come tutti gli altri, la loro madre Katalin prende un treno verso Ovest senza voltarsi indietro, senza nemmeno salutarli.

Rimasto solo con i suoi due figli, Kàlmàn non riesce ad abbandonare il dolore per la perdita della moglie; quel “NOI” che dà il titolo al primo capitolo non esiste più, è solo un ricordo come quelli catturati dalle fotografie che Kàlmàn non può smettere di guardare e che raccontano un tempo in cui Katalin sembrava felice.

Kàlmàn parte; parte con Kata e Isti, senza una meta. Attraverso l’Ungheria degli anni ’50, i tre vivono per anni come “ospiti” di altri “noi”, senza che Kàlmàn abbia la capacità di cominciare per davvero una nuova vita.

Nonostante l’inizio del romanzo lasci presagire vicende non certo felici, il tono della narrazione non è mai pesante, mai drammatico. Forse la forza del romanzo di Zsuzsa Bànk sta proprio in questo; nel mostrarci, attraverso le vite degli altri, che anche quando non sembra esserci altro che dolore, arrivano invece momenti di piccola felicità: nuotare al lago, fingere di essere qualcun altro.

Il tono “leggero” è comune a tutto il romanzo; non c’è spazio per le lamentele, non c’è spazio per piangersi addosso; piuttosto che ad esternazioni di dolore plateali, Kàlmàn – ad esempio – “sprofonda”, si prende tempo, si concede momenti di vita passiva. Anche Isti sembra aver ereditato il carattere poco resiliente di Kàlmàn; al contrario del padre, però, Isti ha la fortuna di avere una sorella come Kata che non lo perde di vista, non lo lascia sprofondare, lo sprona continuamente.

Così come non c’è spazio per il dolore, non si concede nemmeno spazio alle accuse; ci aspetteremmo una madre stigmatizzata, colpevolizzata, sminuita. Non è così: Katalin, semplicemente, si affievolisce come presenza anche se, da alcune frasi di Kata, si percepisce quando sia amata e pensata, nonostante tutto. Parte, lascia tutti; la sua presenza nel romanzo torna viva e consistente soltanto grazie al racconto della sua stessa madre. Sembra quasi che non ci sia abbastanza spazio per la sofferenza dell’essere umano; la Storia incombe, la rivoluzione ungherese del 1956 incalza. I protagonisti stessi sono, per così dire, vittime di una Storia che rimane sullo sfondo; Katalin non ci sta, Katalin non si accontenta. Possiamo colpevolizzarla per aver scelto di iniziare un’altra vita? L’autrice, questo è certo, non lo ha fatto.

Kàlmàn e i suoi figli, al contrario di Katalin, non ricominciano mai una nuova vita; semplicemente, la loro vita prende atto della mancanza di Katalin e, da lì, prosegue. Non c’è una nuova casa da cui ripartire da zero; ci sono tante altre “case di altri”. Le famiglie che li ospitano fanno spazio nelle loro vite e nelle loro case, e Kàlmàn delega a queste persone il compito educativo che spetterebbe a lui. Kata e Isti, però, sembrano crescersi da soli, cercando in ogni modo la via migliore per sopravvivere, per diventare grandi nonostante tutto.

 

Come è possibile tutto questo? L’acqua, per esempio; l’acqua è capace di essere vita. Kàlmàn trova nell’acqua la sua dimensione; ama stare da solo a nuotare: “Era come se il lago lo assorbisse; come se appena posava i vestiti, toccava l’acqua e ci si tuffava potesse essere un altro”. Kàlmàn costringe i suoi figli a fare lo stesso, perché “devono e basta”. Anche Isti ha con l’acqua lo stesso rapporto profondo che ha il padre; forse perché nell’acqua trova quella serenità che sulla terraferma gli manca. L’acqua è vita, ma a che prezzo?

Il linguaggio di Zsuzsa Bànk è poesia pura; crea un’atmosfera che avvolge il lettore e lo trasporta nel libro, nel profondo di ogni pagina. Il libro ha una luce, ha dei suoni che sono sia quelli della natura sia quelli delle voci dei protagonisti; non c’è evasione, non è ammesso distrarsi. Anzi, è proprio impossibile.

Zsuzsa Bànk è nata a Francoforte nel 1965, ma è figlia di genitori ungheresi emigrati in Germania negli anni della rivoluzione. Non ha vissuto in prima persona gli anni ’50, ma probabilmente li ha attraversati comunque grazie ai racconti della sua famiglia; ed è la stessa cosa che, nel suo romanzo, regala ai lettori: ci racconta delle vite che attraversano la Storia, non quella dei grandi eventi che arrivano sempre “ovattati” ma quella che, pur sembrando distante, influenza e determina scelte e scenari di vita quotidiana, di cui rimane sempre come un leggero sfondo.

Il nuotatore  è stato vincitore del “Deutscher Buchpreis”, il più prestigioso premio letterario tedesco.

 

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