FAIR PLAY di Tove Jansson

Quando si dice Tove Jansson si dice Moomin, o Mumin, e ogni finlandese che si rispetti è cresciuto leggendo le avventure di questi personaggi fantastici, simili a dei piccoli ippopotami bianchi che vivono nella omonima valle, diventati un vero e proprio patrimonio culturale della Finlandia. Dalla pubblicazione del primo racconto, nella metà degli anni  Quaranta, i Mumin sono rimasti infatti protagonisti principali della scena letteraria fantastica finlandese, facendo della loro creatrice una figura di rilievo della cultura nazionale, tanto che nel 1994 le celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Tove Jansson sono durate un intero anno. Ma a partire dagli anni settanta, la già matura scrittrice comincia a scrivere anche per gli adulti, dando vita a ben dieci romanzi, e tra questi il nostro gruppo ha scelto come lettura di aprile Fair play, l’ultimo tradotto in Italia da Iperborea, editore che, com’è noto, si occupa da sempre della diffusione in Italia della letteratura scandinava.
Uscito in Finlandia nel 1989,  è un racconto lungo di ispirazione autobiografica che vede protagoniste Jonna e Mari, scultrice forte e determinata aggrappata ad una cinepresa la prima, scrittrice ed illustratrice calma e riflessiva  la seconda.  Due artiste che lavorano in due atelier separati ai lati opposti di una grande edificio di Helsinki e che condividono una casa su un’isola di fronte al mare aperto. Delle loro vite, Jansson ci racconta momenti, episodi in ordine sparso, privi di una scansione temporale e che, come ci fa notare un lettore, sembrano accadere tutti nello stesso istante. Non esiste una trama, siamo di fronte a una specie di “partita a due” fatta di dialoghi tra Jonna e Mari, di continui, teneri e ironici scambi, al lavoro, in viaggio, mentre litigano, vanno in barca o guardano un film, sullo sfondo di una natura pura e incontaminata.

Di solito nelle discussioni ci interroghiamo sulla trama, sul “che cosa accade”, se accade qualcosa, ma la prima cosa che viene da dire, dopo aver letto Fair play, è che non accade nulla. Apparentemente. E’ proprio su questo “apparentemente” che per noi -per una parte di noi, per la precisione quella che ha amato il romanzo- tutto, o quasi,  trova un senso, perchè dietro una serie di flash back, di istantanee di vita quotidiana, di schizzi leggeri -queste alcune delle definizioni date da noi lettori ai diversi capitoli- fa capolino, con grande tenerezza e discrezione, una memorabile epica della quotidianità, l’hegeliana prosa del mondo, sottolinea una lettrice, che tutti viviamo e alla quale bisognerebbe riuscire a dare sempre valore, anche se “niente accade”, perchè in realtà tutto accade. Particolarmente intensa la lettura di un’altra nostra lettrice, che se, in un primo momento, bolla Fair play come una sorta di oggetto Ikea, ingombrante e di cui non si sa bene cosa fare, poi viene folgorata dal capitolo “Viktoria”, dove il discorso intorno alla vecchia barca ormeggiata davanti alla casa al mare, si trasforma metaforicamente in una veglia funebre in onore dei loro padri, entrambi di nome Viktor. Da questo momento tutto cambia, l’intero romanzo assume un nuovo senso e invita a rileggere la storia dall’inizio. E’ a partire da questa nuova prospettiva che i singoli capitoli diventano dei meravigliosi schizzi, le pennellate di una scrittrice che non a caso è anche pittrice  e che con particolare grazia e ironia rivela le verità profonde che si manifestano in gesti semplici e che riguardano le relazioni umane, la necessità di rimanere fedeli a se stessi, a ciò che si è e si desidera, nel pieno rispetto delle persone che si amano. Jonna e Mari vivono secondo la loro verità, al di fuori delle convenzioni, sono due artiste fedeli al loro progetto creativo e a se stesse, senza dare alla quotidianità il potere di fermare l’arte, ma evitando anche che la forza dell’ispirazione artistica impedisca loro di godere della vita di ogni giorno, fatta di piccole cose, come una gita in barca o la visione di un film.  Si può pensare, leggendo Fair play, all’omaggio letterario che Tove Jansson, all’età di settantacinque anni, fa a Tuulikki Pietilä, donna con la quale ha condiviso quaranta anni di vita e di lavoro, un inno ad una grande storia d’amore tra due donne indipendenti, in cui l’amore vero è quello che lascia spazio all’altro, è quello fatto anche di solitudine che non ha però nulla a che vedere con il sentirsi abbandonati. Come scrive Ali Smith nella sua postfazione: “…poderosa ma incredibilmente discreta dichiarazione di un amore riuscito, un omaggio a un genere di rapporto di coppia che raramente riceve simili omaggi, e allo stesso tempo un omaggio al clima di ogni giorno, alla luce, ai cieli, agli innumerevoli brutti film ebei film del vivere e lavorare bene insieme a qualcuno per l’intera durata di una vita adulta.”

 

Il risultano è allora una panoramica sulla quotidianità delle due protagoniste, fa notare un lettore, che però a qualcuno di noi è sembrata piatta, fredda e descritta con uno stile altrettano freddo, che non lascia trapelare calore umano, quell’umanità che caratterizza una relazione tra persone. I personaggi che ne vengono fuori, aggiunge un’altra lettrice, appaiono bidimensionali, senza storia, senza conflitto, senza profondità psicologica ed è lasciato al lettore costruire i caratteti e immaginarne una storia. Ma, aggiunge un altro lettore, se ci liberassimo dell’idea che ogni pagina e ogni capitolo debbano dirci qualcosa, potremmo concentrarci sulle fessure sottili che ci sono tra una parola e l’altra, tra una riga e l’altra, per accorgerci che, attraverso una scrittura lieve ma evocativa,  Jansson disegna  due personaggi straordinari, due donne forti, piene di passione per la vita e per l’arte, che non hanno paura di dire e di fare, fiere di se stesse e dello spazio che si sono ritagliate nel mondo, mantenendo tra loro una giusta distanza. Significativa, nel primo capitolo del libro, la sistemazione dei quadri alla parete: Jonna sposta ogni cosa, ridefinisce le distanze, le simmetrie e le prospettive fino a trasformare completamente la stanza di Mari e dare ad ogni cosa un nuovo significato, metafora della continua ricerca artistica, poichè niente è fisso, niente è concluso, ma tutto può essere rinnovato in base a viisoni sempre nuove.

Una relazione idilliaca, sottolinea una lettrice, difficile da realizzare, un rapporto vero ma che rimane una specie di sogno. Resta, dopo la lettura, una sensazione di pace e di tranquillità, ci dice una lettrice, Jonna e Mari emanano una energia positiva, nel loro perfetto gioco di squadra, fatto, e qui arriviamo al senso del titolo, di fair play, di correttezza e rispetto reciproco. La domanda che pone una lettrice è però: siamo così certi che il rispetto tra due persone passi attraverso la distanza e che invece per ritenersi tale non abbia invece bisogno di vicinanza? Tove Jansson sembra volerci dire di no, almeno nella dicotomia arte-vita: “Ci sono spazi vuoti che vanno rispettati, periodi spesso molto lunghi in cui non si arriva a vedere l’insieme del disegno o  atrovare le parole giuste e si ha bisogno di essere lasciati in pace.”

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