DICERIA DELL’UNTORE di Gesualdo Bufalino

Paolo racconta, al telefono con il suo doppio, la nostra serata in compagnia di Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Una conversazione immaginaria, originale e divertente, per parlare del capolavoro dello scrittore siciliano, vincitore del Premio Campiello 1981.

Paolo: pronto?
Pawel: allora? Ti decidi?
Paolo: chi parla?
Pawel: ma dai!
Paolo: chi parla!?
Pawel: ahahahahah
Paolo: click!
Pawel:……..!
Paolo: pronto?
Pawel: ciaosonoPawelnonriagganciare!!!
Paolo: … che c’è? Che vuoi?
Pawel: ma niente… fare due chiacchiere … e chiederti come è andata la serata Bufalino.
Paolo: come fai a saperlo?
Pawel: perché io so tutto di te
Paolo: ah si? Allora se sai sempre tutto perché mi chiedi com’è andata?
Pawel: ma perché, amore, voglio sentire come lo racconti tu
Paolo: posso rifiutarmi?
Pawel: lo sai che non puoi farlo e poi prima ti sbrighi e prima ti liberi di me, amore
Paolo: … e va bene… ma non chiamarmi amore! …Com’è andata!? … Ottimamente direi
Pawel: Sicuro?
Paolo: ma sì, sì, perché ne dubiti?
Pawel: no, niente … è che se ti conosco un po’ queste cose non le sai proprio fare
Paolo: quali cose?
Pawel: parlare in pubblico
Paolo: ma ti dico che è andata bene … ho detto un po’ di cose …
Pawel: interessanti e rischiose o tranquille e scontate?
Paolo: bè, forse un po’ scontate
Pawel: tipo è nato e morto, ha scritto e viaggiato …
Paolo: sì, ma che dovevo fare?
Pawel: ma niente, niente, quello che ti senti. Noto solo che qualche anno fa ti saresti esposto di più mentre oggi parli poco e dici cose banali
Paolo: lo so, me lo hanno fatto notare
Pawel: e secondo te perché ti succede questo?
Paolo: non è che si possa essere sempre originali e poi certe cose già dette non le voglio dire e ridire e ridire tutte le volte. Io, tu lo sai, non leggo per leggere, leggo per vivere
Pawel: sì lo so
Paolo: e allora, se lo sai, saprai anche che quando si legge così, si rischia sempre, parlando del romanzo, di parlare di sé stessi … e a volte non ti va di dire certe cose
Pawel: ti sei pentito di averlo fatto, in passato?
Paolo: no, ma ho paura a rifarlo, in futuro
Pawel: paura di che?
Paolo: forse pretendo troppo da me stesso. Mi sono rassegnato facilmente al fatto che gli altri abbiano ricordi diversi dai miei, ma proprio non riesco ad accettare di essere in disaccordo anche con me stesso
Pawel: ehm … mi sembra che questa fase, da quando ci sentiamo al telefono almeno, sia, come dire … superata.
Paolo: spero che tu non abbia fratelli
Pawel: beh …
Paolo: non me lo dire! Non lo voglio sapere
Pawel: e della serata Bufalino?
Paolo: mmh … dunque … intanto quasi tutti , sin da subito, hanno sentito il bisogno di ringraziarmi per aver proposto questo romanzo. Sono partito con le vicende personali, l’infanzia povera ma felice a Comiso, lo studio intenso e proficuo, la chiamata alle armi come sottufficiale nella Seconda Guerra Mondiale e poi il ricovero per tisi, prima a Scandiano e poi a Palermo. Ho terminato con una nota personale dicendo che per me questo poteva essere un buon candidato a vincere il premio “libro perfetto”.
Pawel: che vuol dire?
Paolo: che dovunque rivolgi lo sguardo, in qualunque direzione si approfondisca l’indagine, la storia ha una coerenza interna inattaccabile
Pawel: fai qualche esempio!?
Paolo: per esempio siamo nel ’46 in un sanatorio per malati di tisi che hanno una prospettiva di vita di circa un anno dal ricovero e questo fatto è estremamente coerente. Difatti l’antibiotico necessario a guarire completamente e per sempre sarà scoperto solo qualche anno più tardi. Oppure il fatto che il sanatorio sia pieno di reduci, orfani, collaborazioniste. Ciò è estremamente coerente poiché la guerra mondiale non ha lasciato indenne nessuno e tutti vi hanno recitato un ruolo o sono stati colpiti più o meno duramente. Poi il fatto che il responsabile del sanatorio, il Gran Magro, dorma alla rocca e sia tanto magro è dovuto al fatto che egli, si scoprirà verso la fine, in realtà è malato e morirà prima del protagonista/rivale.
Pawel: ma perché ti interessa tutto questo?
Paolo: non lo so. È chiaro che se il modo di raccontare non mi piacesse, la coerenza della trama sarebbe solo un insignificante dettaglio
Pawel: appunto
Paolo: già ma a me capita di aver bisogno di una trama coerente per potermene dimenticare e passare ad altro
Pawel: gli altri che ne pensano?
Paolo: m’è parso che non siano così interessati alla faccenda o che abbiano scambiato la mia richiesta di coerenza per una necessità di realismo che invece non ho mai desiderato in un romanzo. Tutto il contrario in effetti. Ma considero la coerenza del testo una faccenda importantissima
Pawel: … pignoletto!
Paolo: potresti astenerti da certi commenti?
Pawel: dico solo quello che penso … o vuoi che ti dica quanto sei bravo e perspicace?
Paolo: no no, per carità, dovessi avere un mancamento per lo sforzo eccessivo
Pawel: che permaloso che sei! Ricorda, carino, che senza di me non sapresti come correggerti e non potresti migliorare … perché tu vuoi migliorare, vero?
Paolo: certo
Pawel: e allora accetta le critiche fatte per il tuo bene …Su, su non ti innervosire e continua: che hanno detto gli altri?
Paolo: è piaciuto a tutti con qualche riserva da parte di uno o due, mi sembra, ma comunque tutti ci hanno trovato del buono. Soprattutto nella lingua usata che è un oggetto meraviglioso e a sé stante
Pawel: spiega
Paolo: beh, non lo dico io, lo dice l’autore in una intervista, l’interesse principale di Bufalino è per le vicende della lingua e non per quelle dei personaggi. Così capita, ad esempio, che il primo capitolo sia stato scritto per gioco, solo per vedere se era capace di trovare una trama che riuscisse a legare in un testo coerente cinquanta parole scelte a caso. Oppure succede che i personaggi parlino tutti con la stessa lingua, cosa che non sarebbe accettabile in un altro autore. Voglio dire credibile
Pawel: volevi dire coerente
Paolo: già, questa è forse l’unica incoerenza che trovo, ma mi stupisco nel non soffrire di questo. Veramente non me ne ero nemmeno accorto fino a che non ho letto la dichiarazione di Bufalino in una intervista
Pawel: e secondo te perché non te ne sei accorto?
Paolo: forse perché, è facile pensare che tutto venga raccontato dalla stessa voce: quella del protagonista?
Pawel: forse perché non sei così attento e in grado di cogliere certe sfumature?
Paolo: grazie, non ho mai dubitato del tuo aiuto nella comprensione di me stesso
Pawel: prego. Ma cosa hanno detto insomma?
Paolo: a beh, il grammatico del gruppo aveva riempito tutto un quaderno con le figure retoriche che si incontrano nel testo, dicendo che …
Pawel: come si chiama?
Paolo: … dicendo che «per leggere questo romanzo ho dovuto procedere lentamente. Stavo per dire faticosamente, ma in effetti non è una fatica leggere ciò che ti piace, pur essendo impegnativo. Ho sottolineato tutto, tra parole desuete e figure retoriche. Effratta ad esempio, che mi sembra molto bella; “ribrezzo di pozzo” che è un omeoteleuto»
Pawel: carino questo tipo
Paolo: sì molto, che credevi? È gente speciale
Pawel: vabbè, adesso non vi montate la testa
Paolo: … una lettrice ha detto che i primi due capitoli sono stai molto faticosi, ma che poi il romanzo si legge senza intoppi
Pawel: è vero!
Paolo: ma perché, tu l’hai letto?
Pawel: certo caro, più o meno nello stesso periodo in cui l’hai letto tu
Paolo: e t’è piaciuto?
Pawel: moltissimo, anzi stavo pensando di proporlo al gruppo …
Paolo: cretino io a starti a sentire! Comunque, tutti hanno sottolineato che la lingua è particolarmente bella e impegnativa, con innumerevoli parole di uso raro o desuete. C’è chi ha parlato di una poesia lunga, un grido alla vita, una lingua meravigliosa, ma questo te l’ho già detto, e anche l’ironia… pazzesca. Una lingua precisa e ficcante…
Pawel: che cosa hai detto?
Paolo: tu cos’ hai capito?
Pawel: adesso non te la tirare troppo è! … Va bene, adesso basta!
Paolo: come basta: e gli interventi degli altri? Una nostra lettrice ha sposato un siciliano e conosce molto bene questa terra. Diceria, per lei, è un romanzo prettamente “siciliano”, ci sono amore e morte, energia e decadenza, ha un sapore dolciastro, come la Sicilia, mai troppo amara,  ma neanche troppo dolce. Un romanzo isolano, insomma, aspro e arido, tutto focalizzato sul caldo e sul sole. È venuto fuori anche un accostamento con le chiese barocche, quelle tutte piene di decorazioni senza neanche un piccolo spazio liscio… proprio come in Diceria, in cui la frase è costruita e trovi figure retoriche in ogni riga … ti manca il fiato quando lo leggi… A proposito, ho fatto ascoltare un brano del romanzo letto da Roberto Herlitzka… Tutti in religioso silenzio…
Pawel: ah sì? Ma veramente ha messo d’accordo tutti? Nemmeno una voce fuori dal coro?
Paolo: bè sì, sulla questione della lingua, in effetti è stato notato che la ricerca della perfezione ha tolto umanità e anche adesione alla realtà… sembra un po’ tutto finto, questa lingua perfetta per qualcuno ha schermato le emozioni…
Pawel: un po’ come le spesse mura della Rocca separano i malati dal resto del mondo?!
Paolo
: già, già, anche se la loro funzione è più di proteggere chi sta fuori da chi sta dentro. A questa interessante osservazione ricordo di aver pensato che una lingua super artefatta, densa e costruita come questa ha la stessa funzione delle mura: come queste permettono la coesistenza e la vicinanza di sani e malati, pur alla distanza di uno spesso e alto muro, così quella ci consente di accostarci ad una storia altrimenti inavvicinabile, inconsistente, dove nulla accade se non la lenta consunzione degli ospiti della Rocca.
Pawel: ma c’è una storia d’amore!?
Paolo: sì e a questo proposito è stata fatta l’osservazione più conturbante della serata. È  stato detto che la morte è il più grande afrodisiaco che si possa dare e che le storie d’amore all’interno della Rocca sarebbe strano non ci fossero. Poi Bufalino sceglie di raccontare quella dell’io narrante, naturalmente, ma la promiscuità alla rocca, viene ben descritta tra fughe dalle finestre, incontri sessuali separati da una rete a maglie larghe e caduta delle inibizioni. Tutto ciò è un elemento ulteriore di estrema coerenza del racconto, alla luce di questa nuova consapevolezza
Pawel: quale?
Paolo: la morte come afrodisiaco
Pawel: ma sei sicuro?
Paolo: sì e ti dirò anche che, raggiunta questa consapevolezza, ho sentito ancora più intensamente il racconto della storia d’amore del protagonista con Marta. È infatti una storia d’amore come tutte le altre: non una storia tra due condannati a morte, non una storia tra due malati che sanno di avere i mesi contati, ma una normale storia d’amore, tanto più vera quanto più in grado di far dimenticare ai due innamorati la loro condizione di malati terminali.
Pawel: oh, amore! come sei romantico!
Paolo: t’ho detto di non chiamarmi amore!
Pawel: ma loro si scordano mai di essere in fin di vita?
Paolo: credo di si. L’amore li libera da questa oppressione per tutto il tempo che si amano
Pawel: ma Bufalino è stato sposato?
Paolo: mbhe? Cosa c’entra adesso ?
Pawel: no è che … quando mi commuovo devo cambiare discorso
Paolo: o sei il solito gossiparo?… Comunque sì, si è sposato a sessantadue anni con una ex allieva, l’anno dopo aver vinto Il Campiello con Diceria… C’è da dire che i primi anni ottanta sono stati anni intensi per lui… Poi la morte nel 1996 per un assurdo incidente stradale tra Comiso e Vittoria…
Pawel: è triste che sia finita così, ma l’importane è che abbia amato … no?
Paolo: sì, credo di si e poi è stato fortunato per il fatto di essersi salvato dalla tisi in un tempo n cui le cure non c’erano. Tutto questo, l’aspetto biografico, in Diceria  è predominante ed è certo che il senso di colpa del protagonista per essersi salvato rispetto ai tanti compagni che non ce l’hanno fatta, fosse anche il senso di colpa di Bufalino stesso.
Pawel: in effetti se penso ai ricoverati bambini …
Paolo: nonostante questo qualcuno si è spinto a dire che la malattia possa essere vista anche come un lusso, un privilegio che relega tutti i protagonisti in un limbo, fuori dal tempo e dallo spazio, un modo per capire prima degli altri di esistere davvero…  E poi  questa cosa della morte, del destino segnato che incombe dall’inizio alla fine. Ad un certo punto…
Pawel: …. spero siate andati a cena… ad un certo punto?
Paolo: ti sei emozionato di nuovo?
Pawel: sì
Paolo: ebbene … siamo andati a cena: dopo aver parlato di un simile capolavoro, di uno scrittore tra i più colti del Novecento …
Pawel: … piadina e vino rosso!
Paolo: ciao, buonanotte, tenerone!

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Gruppo di lettura della Biblioteca San Giovanni di Pesaro
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2 risposte a DICERIA DELL’UNTORE di Gesualdo Bufalino

  1. Francesco ha detto:

    TEMPO SOSPESO – PRO E CONTRO
    Prendete un giovane siciliano amante della letteratura, fategli interrompere gli studi per richiamarlo alle armi a causa della seconda guerra mondiale, mandatelo a guerreggiare in Friuli, accertatevi che venga arrestato dai nazisti dopo l’8 settembre ’43, aiutatelo a scappare e a rifugiarsi in Emilia e, quando tutto sembra risolversi per il meglio, fatelo ammalare di tisi, una malattia praticamente incurabile fino agli anni ’50, e rinchiudetelo in un remoto sanatorio-lazzaretto in Sicilia.

    Ecco, la Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino è il resoconto autobiografico introspettivo del soggiorno in sanatorio raccontato in prima persona con lo stato d’animo di chi ha vissuto tutto questo, un’esperienza che ha tutta l’aria di essere una discesa con solo biglietto di andata agli Inferi, una specie di viaggio dantesco nel mondo irreale della Rocca, il sanatorio in cui l’io narrante-Bufalino trascorrerà circa un anno e mezzo in compagnia di altri disperati e derelitti umani, condannati dalla malattia a morire, tanto che appena leggiamo l’incipit e veniamo praticamente risucchiati nella potente dimensione onirica del romanzo riecheggia nella nostra mente il verso sibillino della Commedia “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”.

    La Diceria è quindi la narrazione di un’esperienza vissuta, ma è soprattutto un’analisi della vita, dell’amore e della morte dal punto di vista cinico e disincantato di chi sa che il proprio destino è segnato e si lascia andare o addirittura, come accade ad altri compagni di sventura, cerca di porre fine a questa terribile attesa e alla propria esistenza. È anche l’analisi del senso di svuotamento e appiattimento affettivo e psicologico che colpisce il protagonista quando scopre che si salverà e prova avversità per la vita che insperatamente gli si schiude davanti con tutte le sue banalità quotidiane, anzi sente addirittura forte il desiderio di restare e ritornare nella sicurezza del “grembo” del sanatorio, in cui almeno una certezza sembrava esserci: la morte.

    O(H) DEAR!
    La mia curiosità linguistica mi ha portato a cercare eventuali traduzioni della Diceria dell’untore in altre lingue. Ho così scoperto che il romanzo è stato tradotto in inglese nel 1988 da Stephen Sartarelli con il titolo “The Plague Sower”, letteralmente “il seminatore (untore) di peste”. La “diceria” intesa come “discorso più o meno vago espresso da qualcuno, da prendere più o meno sul serio” sembra dunque essere scomparsa dal titolo inglese, credo si tratti di una scelta del traduttore che ha preferito insistere sulla figura del “disseminatore/portatore di malessere”, quindi “peste” intesa sia come male fisico che come male di vivere. Sulla stessa lunghezza d’onde sembra essere la versione francese “Le semeur de peste” tradotta da Ludmilla Thevenaz, mentre può essere interessante notare una maggiore aderenza all’originale da parte del traduttore spagnolo Joaquin Jordá con “Perorata del apestado”, dove (dizionario spagnolo-italiano alla mano) vedo che “perorata” significa “monologo, discorso, tiritera”. Diversa è infine l’interpretazione di Karin Fleischanderl che nella traduzione tedesca taglia corto con “Das Pesthaus”, il lazzaretto.

    Mi soffermo sulla traduzione inglese, perché non conosco bene le altre lingue. Confrontando l’incipit dell’originale con quello tradotto in inglese mi è saltato all’occhio un particolare:

    “O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto.”

    “O that time when each night -out of laziness or greed- I would dream the same dream: a flat, ash colored road, running with a river’s flow between two walls taller than a man; then it breaks off jutting into the void.”

    Personalmente interpreto quella O iniziale dell’italiano come congiunzione con valore disgiuntivo (mangerò una mela o una banana). Mi sembra infatti che Bufalino inizi il suo racconto “in corsa”, come continuazione di un discorso sottinteso che ha in testa; sta già raccontando un qualche episodio quando decide di aggiungere: “oppure, che dire poi di quella volta in cui tutte le notti per pigrizia ecc. ecc.?”. È come se avesse già iniziato a raccontare con la manopola del volume a zero e di colpo avesse alzato il volume al momento di pronunciare le parole dell’incipit. In sostanza, trovo lo stratagemma stilistico della O in funzione di congiunzione dell’originale italiano così dannatamente importante perché conferisce forza espressiva e potenza all’attacco del romanzo e scaraventa il lettore a piè pari dentro il sogno del protagonista.

    La traduzione inglese invece sembra seguire una diversa interpretazione: inizia con una O che nella notazione inglese è un’interiezione (O oppure Oh) ), mentre se fosse stata intesa come congiunzione avrebbe dovuto essere tradotta con “Or”. Non sono sicuro che sia questa l’interpretazione giusta e sarebbe interessante scoprire come si sono regolati i traduttori delle altre lingue, come hanno interpretato l’incipt e come l’hanno reso. Sta di fatto che non credo che la O iniziale italiana sia l’espressione di un sospiro o di un’esclamazione di Bufalino (e in tal caso sono sicuro che un perfezionista come Bufalino avrebbe terminato la frase con il canonico punto esclamativo!). Mi chiedo quindi se la scelta del traduttore inglese derivi da una svista o da una valutazione arbitraria forse un po’ superficiale.

    Nel frattempo noi italofoni non possiamo che ritenerci fortunati e continuare a goderci l’originale!

  2. Loredana ha detto:

    Rispetto a Diceria dell’untore pare che lo stesso Bufalino avesse dichiarato: “a me interessano più i colpi di scena delle parole che non i colpi di scena dei fatti, […] non cerco di mimare in nessun modo il reale”. Ecco, mi sembra che Diceria sia esattamente questo, un impegnativo e forse magistrale esercizio di scrittura che però dimentica gli esseri umani o cerca di nasconderli sotto le parole. Bella la conversazione tra Paolo e Pawel che ha ricondotto tutto il romanzo ad una straordinaria dimensione umana.

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