LIBRA di Don DeLillo

libraCon questo articolo dedicato al nostro ultimo incontro, diamo il via ai resoconti curati anche dai membri del Gruppo di lettura e non solo dalla bibliotecaria.
A cominciare è Barbara, che racconta, con ironia e passione, la nostra serata in compagnia di Don DeLillo e del suo romanzo Libra. Buona lettura!

Record di assenze più elevato che si sia mai registrato nel nostro gruppo: colpa dell’influenza o della sindrome da DeLillo? E’ lecito chiederselo: della truppa libro-dipendente solo due hanno letto fino in fondo, altri due arrivati a metà con promessa di finire il lavoro, e sottolineo LAVORO, tre hanno abbandonato dopo poche imprecisate pagine, il resto silenzio stampa. Caso interessante: una degli “abbandonanti” ha deviato sull’ ultima opera dell’ autore, per caparbietà e curiosità (per la serie: chi la dura le vince!).

Finire il lavoro, si diceva. Sì, perché qualcuno ha considerato la lettura delle opere di DeLillo un vero e proprio rimboccarsi le maniche, tutt’ altro che uno svago o una lettura disimpegnata da spiaggia, non un libro che si legge  “con una mano mentre con l’ altra stiri, cucini, ecc” (citazione su una lettura passata). Ma, allo stesso tempo, un lavoro con contratto a tempo indeterminato, che ti fa portare a casa un -lauto- stipendio, e tredicesima, quattordicesima, ferie godute e tfr. Ossia, per dirla in breve, che ricompensa lautamente per lo sforzo accordatogli.

Libra é l’affresco monumentale di uno degli eventi storici che più sconvolsero gli Stati Uniti e il mondo all’inizio degli anni ’60: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Un evento zeppo di ambiguità e contraddizioni, che entrò nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, destabilizzando un intero popolo e rendendo, a partire da quel momento, incerta ogni certezza. Tema con cui Don DeLillo va a nozze e che ripropone pressoché in ogni suo romanzo, è infatti quello della caduta degli dei, del venir meno di ogni sicurezza su cui l’americano medio (e, per estensione, dell’uomo medio) si era appoggiato fino a quel momento. Dice DeLillo: “In realtà il complotto mi importava soprattutto per inserire nel libro un elemento di violenza e di inesplicabilità, di imprevedibità del pericolo moderno, la situazione di gente che vive al limite del terrore in un mondo che ha perduto il senso di una realtà coerente”. Una vera e propria ossessione per Don DeLillo per oltre una ventina d’anni e, a suo dire  “l’evento che ha influenzato tutti i miei romanzi“.

Otto anni spesi per la stesura di  Libra, con una preparazione minuziosa sul caso, raccogliendo ogni traccia, ogni indizio (un lettore riconosce nel Nicholas Branch , l’investigatore nel libro, DeLillo stesso, come scrittore che investiga, mette insieme i pezzi, si pone e pone domande), oltra alla lettura attenta dei 26 volumi del Warren Report, la summa sul caso JFK.

lee_harvey_oswaldE’ una scrittura al contempo scarna e immaginifica, quella del nostro autore, che tenta di far luce sull’inconscio degli attentatori e su quello di un’intera nazione. Una ricerca che fonde invenzione narrativa e fonti storiche con l’impossibilità di tracciare un confine tra realtà e fiction a causa del devastante impatto dei media nella sfera pubblica e privata.
Il romanzo mostra la dissoluzione dell’identità: Lee Harvey Oswald, l’attentatore principale, appare come prodotto del caos mediatico e la sua tragedia é la patologia di una cultura votata all’apparenza. Libra svela quindi la posizione del romanziere in una società dominata dal potere dei media e dalla violenza del potere stesso.

Tra le tante versioni della tragedia DeLillo sceglie quella secondo cui Oswald non é che un capro espiatorio scelto come assassino da un gruppo di rinnegati della CIA e veterani della Baia dei Porci, scontenti del Presidente dopo la fallita invasione, e che volevano compiere una sorta di falso attentato per causare una seconda invasione: “Secondo me, il suo tentativo di uccidere JFK era basato sulla fantasia. Ha permesso a forze del destino quali sogni, coincidenze, intuizioni, di trasportarlo.

Tra i tantissimi personaggi del libro il più affascinante e quello su cui tutto il focus é accentrato é proprio Oswald, morto a 24 anni, con tutte le sue contraddizioni e disperazioni e l’incongruità di un outsider che vuole trovare il suo posto nel mondo,
un frustrato pieno di rabbia che vuole entrare nella storia. Interessante notare il fatto che DeLillo sedicenne avesse vissuto a pochi isolati da Lee Harvey tredicenne, nel significativo distretto del Bronx di New York.

Don DeLillo descrive una realtà quantomai ambigua e complessa, ma la sua e’ una poetica centrata anche sulla soggettività e sull’esplorazione della coscienza e racchiude un anelito, anche se frustrato, alla dimensione trascendente, che allude a una possibilità di rigenerazione culturale. Il titolo del libro (Bilancia in italiano), si riferisce al segno zodiacale di Lee Oswald, il segno che oscilla ambiguamente tra due realtà, la capacità di essere nel mondo in modo forte, nel bene oppure nel male. Pare quasi un’allusione al fatto che Lee Oswald fosse sì un ingenuo, per molti versi, ma sicuramente non un “ignavo”.

Tornando al nostro incontro, la sua unicità rispetto ad ogni altro é stata soprattutto quella di aver speso appassionatamente due ore a parlare di un libro che quasi nessuno aveva letto: quando di dice il potere della letteratura! Il libro é piaciuto per la grandezza dello stile, l’intelligenza dello scrittore che traspare da ogni riga e dalla capacità di tessere una tela enorme comprendente tutti i -presunti- agenti del caso, intrappolati nella stessa ragnatela ma in un punti diversi e convergenti su un unico target, chi a sua insaputa, chi scientemente, ma come in una sorta di “karma” che regna al di sopra di tutti gli attori della vicenda. E’ piaciuto a chi ama la storia e a chi ama la storia americana ed e’ affascinato dalla vicenda in particolare.

de-lillo

 

Al contrario, chi lo ha abbandonato lo ha fatto per disinteresse verso questo tipo di vicenda, o perché portato “troppo fuori strada” rispetto al proprio percorso letterario scelto. Infine, perché ritenuta una lettura troppo complicata, al limite dell’incomprensibile.

Un lettore ha particolarmente apprezzato la caratterizzazione dei personaggi e ha aperto anche un file che da ruscello si é tramutato in fiume impetuoso che ha investito tutti, lettori o astenuti, amanti o ripudianti, dando molta energia alla conversazione: la matematica applicata alla teoria del complotto. (Niente paura, tranquilli, siamo abituati: in tempi passati avevamo applicato qualche logaritmo anche ai racconti della Munroe!)
Dopodiché la parola  “complotto”  l’ha fatta da padrona e si é esteso così il discorso alle teorie complottistiche in generale, con particolare attenzione alla possibilità che siano solo montature, o meno.
Il nostro lettore matematico, infatti, basandosi su una teoria scientifica ha sostenuto l’assoluta inesistenza di alcun complotto nel caso JFK, e ha dato così il via a una serie di reazioni pro e contro molto interessanti.
Il nostro scientifico lettore ha allargato così il problema: non vi può essere ormai più letteratura né poesia che vadano contro la scienza. E, di nuovo, via con le obiezioni: una nostra lettrice ha rimarcato che, in questo modo, sarebbe venuto a cadere tutto il discorso sull’inconscio, sui sogni, sui desideri…insomma il lato emotivo e illogico imprescindibile quando si tratta dell’umano.

Da tutto il nostro argomentare é risultato un incontro molto movimentato nonostante le premesse, che parafrasando molto liberamente alcuni nostri italianissimi personaggi, Peppone e don Camillo, il comunista e il religioso ( ricordiamo la formazione culturale giovanile dell’autore presso i gesuiti) potremmo reintitolare: “Su Lee Oswald e Don DeLillo”.

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Informazioni su Gruppo di lettura - Pesaro

Gruppo di lettura della Biblioteca San Giovanni di Pesaro
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2 risposte a LIBRA di Don DeLillo

  1. Pawel Kamusiewicz ha detto:

    Seraut – Mahler – Pollock – DeLillo

    Se ci mettiamo ad osservare un quadro “puntinista” da vicino, percorrendolo dalla cornice al centro con la lente di ingrandimento cosa riusciamo a registrare di ciò che vediamo? Forse solamente che i puntini si susseguono ininterrottamente in tutte le direzioni e che le continue variazioni di colore, a volte repentine a volte impercettibili non hanno alcuna logica. Sicuramente non percepiamo il senso generale dell’opera.

    Ma se ci allontaniamo dalla tela, la “domenica pomeriggio” ci appare in tutta la sua splendida tristezza. Alla fine di Libra, quindici giorni dopo averne parlato cogli amici del gruppo, più di trenta giorni dopo aver intaccato la purezza della mia copia, ho pensato a Seraut. Per tutto questo tempo credo di aver soffocato l’irritazione che provavo verso Libra e ho fatto bene. L’età e le legnate almeno a questo saranno servite. Poi mi dispiaceva essere troppo severo, avendone letto solo metà. Oggi sarei pentito se avessi detto che si tratta di un romanzo incomprensibile, che i personaggi e le azioni si affastellano l’uno dopo l’altro, l’una sull’altra, senza capire chi è chi, chi fa cosa né quando lo fa o perché. Alla fine, quando ci si allontana dal libro fisicamente e mentalmente, si fa un po’ di chiarezza e si è più indulgenti verso un racconto che, come tutti i racconti, procede per forza di cose in maniera sequenziale, un puntino alla volta, per così dire. Effettivamente, chi ha detto che le parti di un romanzo, che si tratti dei singoli capitoli o di ulteriori sub divisioni, debbano essere comprensibili e autosufficienti di per sé? Non c’è scritto da nessuna parte che lo scrittore debba essere indulgente verso il lettore e che lo debba gratificare ogni 5 – 10 pagine facendogli credere di aver capito qualche cosa, lasciandogli la possibilità di sottolineare qualche frase apodittica, luminosa, memorabile. Forse farei bene a rinunciare a sottolineare interi brani o anche frasi più corte, proprio per evitare di somigliare a quei turisti che si portano a casa un pezzettino di monumento come souvenir. Non può essere forse interessante anche quel libro che non ha aforismi da ricordare? Non l’hai forse letto se non riesci a mandarne a memoria nemmeno un rigo?

    La musica avrebbe dovuto insegnarmi qualche cosa.

    Una volta, incapace di soffocare l’entusiasmo che provavo dalla sera prima, reiterando l’errore di sempre, quello che mi porta a scambiare per luce diretta quella che è solamente luce riflessa, dissi ad un assonnato collega e compagno di treno:
    – sai, ieri sera ho ascoltato per la prima volta la quinta sinfonia di Mahler: è meravigliosa!
    – … Ah! E come fa?
    Con un sorriso ebete rientrai in me, senza dire più niente. Pensavo a quell’ora e venti di musica e alla impossibilità di spiegare alcunché, cosa che è propria della musica, a meno che non ci si accontenti di raccontare aneddoti e storia compositiva ed esecutiva che nulla dicono però dell’opera in sé ma solo, eventualmente, della erudizione di chi parla.

    Anche a questo, al fatto di non poter citare nemmeno un aforisma eppure di avere tra le mani un romanzo degno di essere riletto, avrei dovuto pensare. Almeno non mi sarei irritato. Ma alla mancanza di lucidità sopperì l’età e la moderazione che da questa deriva.

    Quanto poi a quale sia il disegno complessivo di DeLillo, anche di questo non sono sicuro, né che sia poi così importante averne uno, come non è importante che un quadro di Pollock, per dire, abbia un soggetto per poterne apprezzare la bellezza.

    Come un quadro di Pollock, come una sinfonia di Mahler, la scrittura di DeLillo è difficilmente raccontabile, per me. Tuttavia mi sembra suggestivo accostare almeno la storia, l’attentato a JFK, all’omicidio di Cesare, con Oswald nei panni di Bruto, laddove il rapporto padre – figlio è quello che tutta l’America sentiva verso il luminoso padre Jack. Le idee migliori mi sono sempre venute quando non serviva più a niente.

    Pawel

  2. Francesco ha detto:

    DETTAGLIO E VISIONE D’INSIEME
    Trovo molto efficace questo accostamento del “puntinismo” al romanzo di DeLillo, ricordato molto perspicacemente da Pawel. Ci fornisce una chiave di lettura (è il caso di dirlo!) dell’intreccio di storie, situazioni, quadri politici e storici che compongono Libra. Proprio come in un quadro di Seurat, ogni capitolo di Libra dà effettivamente la sensazione di essere un puntino, di cui apprezziamo la tonalità di colore, la fermezza del tratto, ma senza una visione d’insieme fatichiamo a capirne interamente il senso. Ecco perché è importante arrivare in fondo alla lettura di Libra, collegare finalmente tutti i puntini e osservare da lontano l’effetto generale. È il risultato dell’intreccio finale delle parole tessute da DeLillo, o “testo”, che ci permette di capire il senso di Libra, piuttosto che i singoli fili.

    Ecco dunque il tentativo di DeLillo-Seurat di prendere spunto dall’assassinio di JFK per mettere insieme i puntini della società americana a cavallo tra anni ’50 e anni ’60 dello scorso secolo e arrivare a spiegarci il fenomeno di Lee Harvey Oswald, figlio di quella società e personaggio alla ricerca di se stesso, che viene fatalmente travolto dalle circostanze. Intingendo il pennello nei colori della sua tavolozza narrativa, DeLillo dissemina sulla tela del romanzo i puntini di queste circostanze dell’epoca (industria dell’acciaio e delle armi, polizia corrotta, ambienti mafiosi, estrema destra e ancora Ku Klux Klan, anti-castristi, FBI, CIA, esercito, miliardari del petrolio) che fanno quel pezzo di Storia degli USA di cui Oswald ci appare come vittima, come capro espiatorio che insieme all’altra illustre vittima sacrificale purifica la società americana dei suoi peccati.
    Forse alcuni di voi come me avranno notato in questo una visione tolstojana della Storia: gli avvenimenti umani come risultato della miriade di azioni e iniziative dei singoli in un dato momento, in grado di imprimere una direzione al percorso della Storia, catena di eventi interconnessi. In Libra le varie circostanze storiche descritte interagiscono in modo tale da portare inevitabilmente all’uccisione di Kennedy per mano di Oswald.

    COMPLOTTO SÌ, COMPLOTTO NO
    Il complotto sarà stata pure una bufala, ma JFK è stato fatto fuori ugualmente in maniera complottistica! Anche solo guardando le celebri immagini amatoriali riprese da Zapruder, si vede che i colpi sono partiti da “almeno” due direzioni diverse, quasi opposte: principalmente, un paio dalla presunta postazione di Oswald dall’edificio del deposito di libri e un altro paio, compreso il colpo fatale che ha spappolato il cervello di Kennedy, da dietro una staccionata situata lungo la strada che avrebbe dovuto percorrere l’auto del Presidente. Questa evidenza venne negata dal rapporto Warren, con la teoria dei “proiettili magici”.

    In pratica, la presenza di almeno due tiratori legittimerebbe la tesi del colpo di stato, cioè di una struttura più o meno organizzata avente lo scopo di togliere di mezzo Kennedy e gli obiettivi che la sua amministrazione alla Casa Bianca intendeva conseguire: chiudere con la guerra fredda, concludere la corsa allo spazio con i Sovietici, astenersi dall’invadere Cuba, ritirarsi dal Vietnam e terminare i test nucleari. Appena subentrato, il neopresidente Lyndon Johnson si affrettò ad attuare una politica opposta a quella di Kennedy.

    UN LIBRO, UN FILM, UN LUOGO
    Del libro si è già parlato.

    Il film non può che essere “JKF” di Oliver Stone del 1991. Qui l’attenzione è più incentrata sul tentativo vano del procuratore generale della Louisiana Jim Garrison di dimostrare che Oswald non ha mai sparato a Kennedy e che i responsabili dell’assassinio avrebbero dovuto essere ricercati nel mondo losco e corrotto degli affari di New Orleans, ma la descrizione di fatti e personaggi è parallela a quella di Libra e di Oswald viene fornita una presentazione molto vicina a quello del libro, sebbene meno dettagliata.

    Come luogo, direi il balcone fiorito dell’appartamento a Minsk, con vista sul fiume Svislač, descritto nel romanzo, in cui Marina e Lee, alias Alek, vissero effimeri momenti di felicità e lo spirito labile di Oswald potè momentaneamente librarsi.

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