IL GIARDINO DELLE MOSCHE di Andrea Tarabbia

il-giardinoTorniamo a parlare di  Il giardino delle mosche e di Andrej Cikatilo, di cui ci siamo già occupati in questo blog nello scorso settembre  e torniamo a parlarne dopo  aver incontrato l’autore Andrea Tarabbia , in un sabato pomeriggio che abbiamo molto atteso, perché avevamo tante cose da dire e domande da fare. Sono state due ore molto intense, grazie alla disponibilità di Tarabbia,  al nostro entusiasmo e a quello del pubblico presente . Una conversazione che ha anticipato e offerto numerosi spunti per la discussione del gruppo su Il giardino delle mosche, alla quale  è dedicato questo articolo.

Il romanzo, finalista del Premio Campiello, racconta in maniera forte e diretta, la vita di Andrej Romanovic Cikatilo, serial killer russo che, dal 1978 al 1990, uccide, mutilandole, 53 persone tra uomini, donne e bambini. C’è da dire che non è la prima volta che questa storia viene raccontata: ricordiamo Il comunista che mangiava i bambini di Davide Grieco e la sua versione cinematografica dal titolo Evilenko, e il thriller Child 44 dello scrittore inglese Tom Rob Smith a cui, anche in questo caso, segue  nel 2015  la trasposizione cinematografica diretta da Daniel Espinosa. Dunque, in un certo senso il soggetto è già noto e sono molti quelli che ricordano il volto di Cikatilo, apparso nei tg e nei giornali di tutto il mondo, quando nel 1990 viene catturato e arrestato; molti ne ricordano l’immagine dietro le sbarre con indosso la camicia celebrativa delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ma Il giardino delle mosche propone rispetto a quanto è stato già detto e scritto, un nuovo punto di vista, il punto di vista di Andrej Romanovic Cikatilo. In questo senso Andrea Tarabbia traccia una linea già percorsa con il romanzo Il demone a Beslan (Mondadori, 2011), dove la strage del settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan viene raccontata da Marat Bazarev, corrispettivo letterario di Nurpasa Kulaev, unico attentatore sopravvissuto al massacro. In entrambi i romanzi, quelli che sono stati due terrificanti fatti di cronaca vengono raccontati da chi ne è stato responsabile, attraverso narrazioni in prima persona che catturano il lettore e lo obbligano a guardare con gli occhi degli assassini. Come dice Tarabbia: “Io credo che uno dei sensi ultimi della letteratura stia nello studiare e nel mostrare il mondo da un punto di vista per così dire sghembo, laterale. Provare a vedere com’è il mondo non visto frontalmente, ma di lato, da una prospettiva non comune.” (in http://www.nazioneindiana.com)

C’è subito da dire che molti di noi, come abbiamo già avuto modo di sottolineare,  sono stati catturati dalla scrittura di Tarabbia, ma ancora di più dalla vita di Cikatilo, o meglio ancora dalla sua psicosi, fulcro centrale della nostra discussione. Il caso vuole, infatti, che all’interno del nostro gruppo ci sia anche una psicoterapeuta che, per sua naturale deformazione professionale, ci ha regalato una lettura precisa della personalità di Cikatilo, non sottraendosi alle domande degli altri partecipanti, in una collettiva  rielaborazione della mente e dell’anima di quello che è stato soprannominato il mostro di Rostov.  Nell’analisi della nostra lettrice, la  psicosi di Cikatilo è imprescrutabile, è un caso unico perché in lui è possibile vedere cikatilol’inconscio, nel senso più profondo ed essenziale del termine. Ci troviamo di fronte ad uno “stadio zero”, allo stadio del cosiddetto “candore”, lo stesso a cui pensa una nostra lettrice guardando l’immagine di Cikatilo dietro le sbarre durante il processo, (con lo sguardo di un bambino), uno stadio  che viene prima dell’uomo e della sua costruzione. Cercare di capire il motivo per cui la personalità di Cikatilo si sia fermata a quel punto senza evolversi è del tutto inutile, nessuna conclusione sarebbe esaustiva, ammesso che si riesca ad arrivare ad una qualche conclusione. Nonostante ciò ci sembra che l’infanzia, descritta nella prima parte del romanzo, dal titolo La morte per fame (1936-1978), offra chiavi di lettura fondamentali: miseria estrema, una madre anaffettiva, origine di continue umiliazioni, un fratello mangiato dai vicini per fame,  la scoperta dell’impotenza e la rivelazione, con il primo omicidio nel 1978, che, nell’atto di dominare un corpo uccidendolo, Cikatilo riesce a sanare, attraverso un orgasmo, questa che è appunto la più tragica delle sue mutilazioni. Certo, sono molti gli uomini e le donne nati e cresciuti nell’Unione Sovietica degli anni Trenta con vite e destini identici a quella di Cikatilo, e che non sono divenuti serial killer, e qui dunque torniamo al mistero intorno all’origine della sua “follia”, impossibile da decifrare. Quello che appare interessante notare, da un punto di vista della psicoanalisi,  continua la nostra lettrice, è che Cikatilo sia stato “addestrato” senza essere però “educato” e questo addestramento gli ha permesso di adattarsi alla società, sposandosi e avendo dei figli dei quali si è preso cura grazie al lavoro. Se è vero, infatti, che Cikatilo è stato un feroce assassino è anche vero che è stato un lavoratore, un sostenitore della causa comunista e soprattutto un padre di famiglia, come tanti altri: ” Ho portato Jurij e Ljudmila a scuola e per loro è stato il più grande dei regali. Io sono un buon padre, lo sono sempre stato: non ho mai fatto nessun tipo di male ai miei figli, mai. Li ho aiutati e consigliati, ho fatto i compiti insieme a loro quando ne avevo tempo e ho dato loro di che vivere. […] Il più grande dei miei desideri  è poterli incontrare ancora una volta, potermeli trovare davanti, … e poter dire. ” Ragazzi miei, figli miei, questo è vostro padre, questo è ciò che sono diventato”.

Nella seconda parte della nostra conversazione, abbiamo spostato l’attenzione dal personaggio Cikatilo alla scrittura di Tarabbia, al modo in cui  ha deciso di raccontare la vita e gli orrori del “mostro di Rostov”. La descrizione degli omicidi, delle mutilazioni e anche degli episodi di cannibalismo sono descritti fin nei minimi dettagli, destando raccapriccio in una nostra lettrice,  arrivata al limite della sopportazione fisica, quasi al punto di vomitare e costretta ad abbandonare il romanzo, poco dopo un centinaio di pagine. C’è nella scrittura, ci dice la nostra lettrice, l’intenzione dell’autore di voler fare appello alla componente  morbosa e voyeur del lettore; il male esiste, lo sappiano, ma non per questo deve essere esposto in questo modo, quasi gettato addosso al lettore. Personalmente la nostra lettrice rifiuta un tipo di letteratura di questo tipo, e se da una parte riconosce la bravura di Andrea Tarabbia nel raccontare la vita e gli orrori di Cikatilo, allo stesso tempo ne sottolinea una grande debolezza, quella di rendere tutto “bello” e accattivante grazie ad una scrittura perfetta. In altre parole in Il giardino delle mosche, la storia di Cikatilo e gli orrori che ha compiuto, proprio perché raccontati con uno stile e una forma impeccabili, ne escono in qualche modo “edificati” e la domanda che la nostra lettrice ci pone è: si può scrivere qualsiasi cosa, solo perché si è  bravi scrittori? Non esiste forse una responsabilità dello scrittore rispetto al lettore, un’etica della letteratura? A queste domande però ne seguono automaticamente altre che chi scrive sintetizza in questo modo:   in che rapporto l’eventuale responsabilità dello scrittore si lega alla libertà e all’urgenza di raccontare una storia piuttosto che un’altra? Mettiamo da parte per un attimo Il giardino delle mosche,  e chiediamoci, con una provocazione: Nabokov, quando ha scritto Lolita, si è sentito investito di una qualche responsabilità rispetto ai suoi lettori? Ha pensato a loro e ai loro probabili turbamenti anche solo per un attimo? Intorno a questi interrogativi, si potrebbe discutere per ore.

tarabbiaPer tornare ad Andrej Cikatilo, la maggioranza di noi non intravede nell’autore alcun intento morboso; c’è nel racconto un profondo lavoro di ricerca e di lettura degli atti processuali che sono confluiti nelle pagine del romanzo, nell’intento di descrivere ciò che è realmente accaduto. D’altra parte ci sembra che sarebbe stato poco realistico dare la parola a Cikatilo e pensare che non avrebbe raccontato le azioni, terribili, che ha compiuto. Non siamo infatti di fronte ad un’opera di finzione, in cui l’autore inventa per il puro gusto di inventare, ma una biografia e i fatti,  non si possono cancellare, nascondere o peggio ancora censurare. Come dice lo stesso Tarabbia in un’intervista: “non si poteva far finta che in una confessione non rientrassero anche certi particolari molto violenti. In generale credo che la violenza non vada nascosta, a patto che non sia esibita in modo gratuito. (www.nazioneindiana.com) E ancora “sono convinto che la vera immoralità non è dipingere l’uomo per quello che è, in tutta la sua complessità, ma dipingerlo per quello che non è.” ( http://www.linkiesta.it)

Il ruolo della letteratura non è quello di consolare, confortare e dare risposte; al contrario deve disturbare, maltrattare il lettore, “mettere in discussione i nostri tabù, superare i nostri limiti“, “tenerci svegli la notte e cambiarci la giornata” ( http://www.linkiesta.it). Questo ci sembra che faccia Il giardino delle mosche.

Per leggere il post dedicato al Premio Campielloqui
Per rivedere l’incontro con Andrea Tarabbia:  qui

Annunci

Informazioni su Gruppo di lettura - Pesaro

Gruppo di lettura della Biblioteca San Giovanni di Pesaro
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...