SEMBRAVA IL PARADISO di John Cheever

sembrava“Prendete un personaggio che incarna la classe media, magari un uomo sulla cinquantina che è appena tornato a casa sporco di grasso dopo una faticosa giornata di lavoro in officina. Ora mettete insieme a lui una donna, sua moglie, e cominciate a farli dialogare in maniera concisa e colloquiale circa un problema comune, un fatto assolutamente non eccezionale: potrebbe essersi rotto all’ improvviso un elettrodomestico, oppure potrebbe essere arrivato il nuovo sollecito della bolletta del gas, […]. Raccontate la storia senza molti orpelli, siate parsimoniosi con gli avverbi e rinunciate alle descrizioni dettagliate degli ambienti e dei protagonisti. Bandite infine le introspezioni psicologiche, eppure fate in modo che, attraverso un linguaggio essenziale, affiorino paure, dubbi, domande esistenziali. Concentrate il tutto nello spazio di qualche pagina, stando attenti a prendere una direzione precisa ma allo stesso tempo a non offrire tante risposte. Mettetevi ora dalla parte del lettore, che dovrà sentirsi catturato dalle singole frasi, anche se semplici, da parole che gli capita di sentire ogni giorno, da una narrazione scarna e diretta. Ecco, ciò che ne risulta potrebbe essere l’esempio di un racconto minimalista” (tratto da http://www.sulromanzo.it/blog/il-minimalismo-in-letteratura-ieri-e-oggi). Da questa semplice ma efficace definizione del romanzo minimalista è iniziata la nostra conversazione su John Cheever e il suo Sembrava il paradiso (Feltrinelli, 2014), pubblicato nel 1982, solo quattro mesi prima della scomparsa del suo autore. Protagonista è  un vecchio gentiluomo, Lemuel Lears, due volte vedovo ma ancora solare e curioso verso le cose del mondo, che vive in un paesino  del New England, dove non ci sono ancora fast-food e  dove il “paradiso” è rappresentato dal laghetto Bentley dove Lemuel ama pattinare d’inverno, luogo d’incanto che è però destinato a scomparire sulla scia della speculazione edilizia e dell’inquinamento. Su questo sfondo, in un avanzare apparentemente innocuo e semplice, Cheever mette in scena un intreccio in cui trovano spazio una appassionata relazione di Lemuel con Renee, una bella ma sfuggente agente immobiliare, le battaglie ambientaliste per salvare il lago, i ricordi del passato e le emozioni di un presente più intenso e vivo che mai.

Alla sua uscita, la critica ha salutato questo racconto lungo con grande entusiasmo, come l’ennesima opera di uno scrittore considerato fin dai suoi esordi lo straordinario cantore della provincia americana, delle sue contraddizioni, delle sue miserie e del dolore del vivere quotidiano. La vita dello scrittore americano, che ritroviamo raccontata nei suoi diari, del resto ci dice soprattutto delle contraddizioni che hanno  caratterizzato l’esistenza di Cheever, l’amore per la famiglia e l’incontenibile  infedeltà,  la bisessualità vissuta con profondi sensi di colpa per buona parte della vita, i problemi con l’alcolismo, il suo volere essere prima di tutto un buon padre, e l’inadeguatezza che gli derivava  dall’umile famiglia di origine;  ci dice soprattutto del dialogo serrato dello scrittore con se stesso, della solitudine profonda di un uomo che,  è stato molto amato, ma allo stesso tempo profondamente solo. Cheever aveva conosciuto il dolore e il peccato, ed è stato capace per questo di celebrare la grazia con la sua opera, lui,  il padre letterario dei migliori racconti del Novecento americano, vincitore di un premio Pulitzer, lo scrittore che ha avuto  l’audacia di raccontare sì il dolore, ma anche la serenità e  addirittura la felicità, grazie ad una visione incantata delle cose, all’amore per la bellezza dell’esistente, alla capacità di guardare ai fenomeni minuscoli e invisibili per molti. Come scrisse lui stesso in uno dei suoi racconti (The Jewels of the Cabots) “i bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affogano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minori vengono estratti da sottoterra.” Dalla disperazione al lieto fine, questa è  la scrittura di John Cheever, attraversata da una dose incontenibile di ironia che riporta a galla la comicità delle convenzioni e della convivenza sociali.

john-cheeverE la grande ironia che irrompe anche in Sembrava il paradiso è ciò che ha colpito il nostro gruppo di lettura, c’è ironia in ogni riga, insieme alla lievità e all’allegria che attraversano tutta la storia. Una lettura che è stata, secondo una nostra lettrice,  una buona compagnia, per l’atmosfera della provincia americana , per la tenerezza che ispira Lemuel (alter ego di Cheever?) con il dono di appassionarsi ancora alle cose della vita, come l’amore per le donne e la difesa appassionata del laghetto Bentley trasformato in un discarica. Da un vecchio come lui ci si aspetterebbe una specie di resa all’età che avanza, e invece no, Sears non rinuncia alla vita, va avanti con l’energia, con la gioia di tutta un’esistenza. Una scrittura che fa respirare, aggiunge un lettore, dove sembra di toccarla la felicità per l’amore che inizia, per l’attaccamento tenace alla vita, rimedio alla paura della vecchiaia e della morte.

Una narrazione che è come un sogno e arrivati alla fine è come risvegliarsi, sottolinea una lettrice, che ha amato il libro e apprezzato la scrittura; tragicomico per qualcun altro, che lascia perplessi nella descrizione di situazioni a volte assurde e paradossali, nel tracciare una serie di storie parallele che però non si ricongiungono mai, come forse ci si aspetterebbe. Ma come disse lo stesso Cheever: “Io non lavoro con la trama. lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni, i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate.” Sembrava il paradiso non ha una trama ben precisa, abbiamo una serie di situazioni, anche sconnesse tra loro e questo è uno dei motivi di delusione di alcuni nostri lettori. Due le detrattrici forti. Il minimalismo di Cheever corre il rischio di apparire inconsistente, di trattare argomenti privi di un qualche interesse per il lettore e per questo una nostra lettrice lo ha trovato vuoto e sconnesso, incapace di comunicare qualsiasi cosa, non c’è romanzo, semplicemente, e anche la scrittura è priva di qualsiasi valore. Sullo stesso tono un’altra nostra lettrice, che mette sul tavolo l’idea che se un autore ha un messaggio da mandare, questo deve poter arrivare a tutti. E invece no, perché se così fosse, di un libro avremmo tutti la stessa idea quando invece ogni lettore ha la sua personale percezione di una storia. La discussione su Sembrava il paradiso ne è per noi l’ennesima prova.

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