VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE di Louis Ferdinand Céline

Si può dire che negli ultimi due incontri del nostro gruppo di lettura, la narrativa francese abbia fatto da padrona. Dopo La vita davanti a sé di Romain Gary, è stata la volta del romanzo che più di tutti ha rappresentato il novecento letterario francese, ovvero Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline. Lo abbiamo scelto tra una rosa di classici francesi che vedeva “candidati” La certosa di Parma, Il conte di Montecristo e Notre-Dame de Paris. Una bella competizione, non c’è che dire, nella quale Céline ha avuto la meglio e la cui lettura ci ha accompagnati nella nostra pausa estiva di agosto.

Pubblicato nel 1932, Viaggio al termine della notte racconta le vicende di Ferdinand Bardamu (alter ego di Céline), studente di medicina nella  Parigi agli inizi del Novecento, cinico e “arrabbiato”. La partecipazione alla Prima Guerra mondiale, le ferite al corpo e alla mente fino alla maturazione del rifiuto stesso della guerra; la partenza per l’Africa in una colonia, dove entra in contatto con lo scempio del colonialismo occidentale. Dai tropici alla volta di New York, dove lavora come operaio alla Ford, nella catena di montaggio e soprattutto dove incontra Molly, a cui si lega di un amore profondo. Ma anche da qui Berdamu fugge per tornare a Parigi. Si laura in medicina e inizia a curare, con scarsi guadagni, i poveri della periferia parigina. Una parabola di eventi attraverso cui Bardamu/Céline svela l’essenza più profonda e misera della natura umana, della società e delle istituzioni, con un pessimismo privo di consolazione.

Partiamo dal titolo e dalla prima obiezione di un nostro lettore alla traduzione italiana, poiché la “notte” di Céline è di quelle che non vedranno più l’alba e dunque rinascita, e per questo “in fondo alla notte” sembra essere fedele al francese “au bout de la nuit“, soprattutto se pensiamo al significato metaforico del viaggio celiniano, che è un viaggio profondo all’interno del protagonista, ma anche nelle viscere degli uomini e della loro miseria morale, ancor prima che materiale, una miseria senza redenzione.

Qui si innesca la visione positiva di una nostra lettrice che vede nella storia di Bardamu e nelle vicende che lo coinvolgono  una grande fiducia dell’autore nell’uomo, fiducia di chi ha una concezione talmente alta della natura umana da non sopportarne la miseria, la rozzezza, l’ipocrisia e il degrado che va dalla guerra, che Céline rifiuta “recisamente”, al colonialismo occidentale in Africa, dallo sfruttamento dell’industrializzazione alla povertà totale di chi non ha nulla. Il suo è proprio il punto di vista di un’umanità assoggettata, delirante e priva di qualsiasi speranza. Ma se Céline/ Bardamu vede tutto questo, lo comprende e lo condanna, allora una possibilità, anche minima, che l’uomo si salvi da se stesso c’è, anche se la commiserazione è la visione celiniana che nel romanzo ci sembra predominante, nel racconto di un uomo solo, in continuo movimento perché in fuga perenne, circondato da figure che sono come dei burattini, sottolinea una nostra lettrice.

Se per alcuni dei nostri lettori il viaggio di Céline è all’interno di se stesso, una lettrice ci propone un cambio di prospettiva, che parte dalla frase che precede l’inizio del romanzo: “Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. E’ un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré e lui non si sbaglia mai.  E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. E’ dall’altra parte della vita.” il viaggio è immaginazione, è scrittura, è parola, è scrittura corporea, fatta di cose, volutamente disarticolata. L’immaginazione in forma sconnessa. Una lingua nuova, che capovolge definitivamente i canoni della letteratura francese, quella che aveva trovato in Proust il suo punto più alto. Ma quasi non volendo, in una volta sola, Céline rimette tutto in discussione dando la penna al punto di vista emotivo: “al principio era l’emozione, da cui escono versi e musica”. (da Il mio amico Céline, Robert Poulet, Elliot, 2011)

La parola è il motore di questo delirante e straordinario viaggio, poiché Céline è capace, più di ogni altro, di dare il nome alle cose e alle emozioni facendole vivere e respirare.  Dice Céline: “Volevo rendere le cose e le persone più naturali possibile, tono vero, azioni vere, forme vere. Di botto, lo scandalo. Si possono dire le cose peggiori, ma non nude e crude, per carità” (da Il mio amico Céline, Robert Poulet, Elliot, 2011). Perché lo stile di Céline è diretto, sboccacciato, con una lingua è in presa diretta sulla realtà, è l’ argot parigino, ovvero il gergo, che come ammette lo stesso autore, nasce dalla miseria, dall’odio dello sfruttato verso lo sfruttatore. Allo stesso tempo però la scrittura di Cèline è sofisticata, solo apparentemente improvvisata: “Ogni frase la ricomincio dieci, venti volte”, dirà Cèline sempre nella sua conversazione con Robert Poulet.

Concordiamo tutti su questo aspetto, sulla, come dice un altro lettore, capacità di Céline di “incidere” e di dire agli uomini (ai lettori): “guarda che sei diventato questo, una schifezza”. Ma una lettrice “alza la mano” per dire no e lanciare sul tavolo della discussione che vede tutti d’accordo nel celebrare una lettura entusiasmante e capace di lasciare il segno (a proposito di incidere…), e lanciare sul tavolo, dicevamo, il no ad una lingua illeggibile ed indigesta, fastidiosa e pesante. Céline  lo si ama o lo sia odia, anche questo abbiamo capito durante la nostra discussione.

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LA VITA DAVANTI A SE’ di Romain Gary

“Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie”. Con queste parole Romain Gary, indossata una vestaglia di seta rossa per mimetizzare le macchie di sangue, saluta tutti  sparandosi un colpo alla testa. Era il 3 dicembre del 1980 e Gary mette la parola fine. Fine di una vita vissuta intensamente: infanzia in povertà a Vilnius, l’abbandono del padre, la fuga in Francia con la madre, la partecipazione  di guerra e il riconoscimento della Legion d’Onore. Poi diplomatico, viaggiatore, dandy e naturalmente scrittore.
Una vita intensa, spesso mondana, con l’attitudine a creare personaggi e identità (se ne inventerà almeno cinque); romanziere prolifico e poliglotta vincitore di due premi Goncourt, grazie appunto all’uso di uno pseudonimo.

Una vita che è già di per sé uno straordinario romanzo, quella di Émile Ajar (nome all’anagrafe di Gary, naturalizzato francese ma di origine lituana), e che affascina, in certi casi, più delle storie che egli stesso ha narrato nei suoi libri. La proposta di leggere La vita davanti a sé è nata dal grande successo di pubblico, legato in parte ad un efficace passaparola che come accade in molti casi ne ha decretato la fortuna editoriale. Non è infatti un  caso molti di noi lo avessero già letto.

Uscito in Francia per la prima volta nel 1975, viene pubblicato in Italia un anno dopo e riproposto con successo da Neri Pozza nel 2009:  «Venti anni prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione araba, ecco la storia di Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa» (Stenio Solinas).
Raccontata con gli occhi innocenti di un bambino,  è la storia di un amore materno tra Momò e Madame Rose, in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e le tragedie sembrano svanire davanti al desiderio e alla gioia di vivere.

Difeso da una nostra lettrice come romanzo sull’amore come disperazione e come necessità per sopravvivere, la storia di Momò e dei suoi amici è apparsa alla maggioranza di noi come una lettura piacevole, un romanzo positivo nonostante tutte le avversità in cui vivono i protagonisti nel quartiere multietnico di Belleville a Parigi. Certamente i temi che Gary attraversa sono molteplici: quello dell’Olocausto nella giovinezza di Madame Rose e quello dell’eutanasia nella sua vecchiaia, che Gary declina non come rifiuto della vita, ma come massimo attaccamento ad essa; il tema della diversità: convivono arabi ed ebrei, prostitute, transessuali e bambini, tutti accomunati dall’essere ai margini della società e dunque comunità essi stessi, delimitata da un confine immaginario che nessuno oltrepassa mai e che dunque non permette loro di confrontarsi con realtà diverse. Il protagonista Momò non va neppure a scuola, e questo gli impedisce ancora di più di mettere a fuoco che altri modi di vivere sono possibili. A Momò basta la vita con Madame Rose e gli altri bambini, una vita fatta di poche cose, ma di tanto amore, amore come necessità di prendersi cura l’uno dell’altro. L’assenza di confronto con ciò che si trova fuori da Belleville garantisce a tutti una certa dose di tranquillità e addirittura felicità, perchè i sentimenti migliori vivono nelle situazioni più disperate.

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Canetti e Sebald. La memoria dell’ infanzia

Nei nostri due ultimi incontri ci siamo ritrovati, seppur in maniera casuale, di fronte a due romanzi molto diversi, ma che ci hanno dato la possibilità di fare una riflessione sul racconto autobiografico dell’infanzia e sulla costruzione dell’ identità attraverso la memoria.  Parliamo di La lingua salvata di Elias Canetti (1977)  e  Austerlitz di Winfrid G. Sebald (2001).

Con il sottotitolo Storia di una giovinezza, La lingua salvata è la prima parte di una autobiografia in tre volumi  pubblicata tra il 1977 e il 1985, che prosegue con Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi, in cui Elias Canetti  racconta, in chiave intimistica e personale, le vicende di una famiglia ebrea di lingua spagnola, in un mondo non ancora toccato dalla tragedia di due guerre mondiali. Protagonista e voce narrante del primo volume è appunto Elias, che racconta con gli occhi di un bambino, le propria infanzia trascorsa a Rustschuk (Bulgaria) fino all’età di sei anni, poi a Manchester, a Vienna con la madre e infine a Zurigo, negli anni degli studi e dell’inizio del percorso verso l’autonomia dalla famiglia. Con una prosa lineare, lucida e diretta, Canetti risale ai ricordi più remoti per rimettere ordine nella sua vita da adulto, riannodare i fili dell’esistenza attraverso la messa a fuoco di eventi, grandi e piccoli, che l’anno attraversata. Un universo multiculturale e multilingue, quello del piccolo Elias: a Rustschuk, una città di grandi traffici commerciali, si sente parlare almeno sette lingue diverse; in casa Canetti i genitori parlano tedesco, la lingua del loro amore giovanile negli anni da studenti a Vienna, i parenti materni parlano spagnolo e i nonni paterni parlano in turco. Fulcro di tutto il racconto è il rapporto con i genitori: il padre Jacques che muore improvvisamente di infarto quando Elias ha appena sei anni, e che morendo, rafforza e sancisce definitivamente il legame indissolubile tra lui e una giovane madre dalla personalità molto forte. Il legame con la madre è il motore dell’intero romanzo: la giovane Mathilde, che appartiene ad una ricca famiglia di Rustschuk di origini sefardita, mette al centro dell’educazione di Elias la cultura attraverso l’insegnamento, già avviato dal padre, delle lingue e della letteratura, al riparo dall’educazione religiosa, lei, una mamma ebraica che all’inizio del Novecento, con convinzione profonda, decide di crescere i propri figli liberi da qualsiasi credo religioso.

Un’infanzia poetica, la definisce un nostro lettore, dove esistono solo i libri e i mondi sono quelli immaginari che Elias conosce a soli sette anni attraverso Le mille e una notte, Viaggi di Gulliver, Don Chisciotte, Dante, i racconti di Shakespeare, le fiabe di Grimm, Guglielmo Tell. Dice Elias: “…quasi tutto ciò di cui più tardi si è nutrita la mia esistenza era già contenuto in quei libri”.  Poco più tardi l’incontro con  la figura fondamentale di Ulisse.
Una racconto delle tappe precise, di cui ci colpiscono da una parte il rapporto di dipendenza dalla madre, una figura meravigliosa secondo alcuni di noi,  e dall’altro l’universo variegato delle influenze culturali e linguistiche che permeano la personalità di Elias, nella rievocazione di un mondo intimo che non ha nessun contatto con la Storia. E se quest’ultimo aspetto viene visto da un lettore come negativo, perchè ci consegna un’infanzia chiusa in una camapna di vetro, allo stesso tempo molti di noi sanno che gli occhi del bambino Elias non possono che avere quello sguardo, incantato e lieve sulla propria esistenza.

Canetti con La lingua salvata ripercorre le tappe della propria giovinezza e lo fa camminando lungo la linea del tempo sulla quale si sono snodati concretamente gli eventi della sua vita, selezionandoli e riordinandoli. E’ da questa osservazione che ripartiamo per raccontare il nostro incontro con Austerlitz di Sebald, che incentrato anch’esso sul tema della memoria, non è però un racconto autobiografico, poichè il protagonista, diversamente da Elias, vive privo di riferimenti temporali.

Jacques Austerlitz, il protagonista, sa di non essere chi realmente è, ma  solo arrivato ai 50 anni decide di indagare, per arrivare alle sue origini, ripercorrere la propria infanzia per ricostruire la propria identità, partendo dal ricordo confuso di un treno che parte (uno dei tanti convogli che trasportavano i bambini ebrei in Inghilterra per salvarli dallo sterminio) e di una donna (sua madre) che lo saluta con la mano. Un risveglio della memoria, potremmo definirlo, ma i suoi ricordi sono solo dei flash, la sua è una memoria “episodica”. Come sottolinea una lettrice nel corso della nostra conversazione, se il tempo lo immaginiamo come una linea retta,  nell’esistenza di Austerlitz questa linea non c’è,  c’è solo un punto cieco. Ciò che riesce a fare il protagonista è recuperare piccoli frammenti, grazie soprattutto alla relazione evocativa che ha con i luoghi e con gli oggetti: la stazione, i viali di Praga, i giardini. Ma è una memoria in frantumi, la sua, che non permette alla sua identità di arrivare a compimento. Parallelamente Austerlitz è un uomo di grande cultura, continua la nostra lettrice, ha conoscenze infinite, attraverso le quali cerca di costruirsi una personalità, cosa che non gli è possibile fare con il ricordo.
Il mistero dentro di noi e intorno a noi è un altro tema importante, fa notare un’altra lettrice. Austerlitz è un uomo sospeso, che vive in uno spazio ma al di fuori del tempo e ciò che rimane alla fine della lettura è una profonda malinconia e la grande umanità di Austerlitz, attraverso il cui destino di uomo sradicato Sebald racconta la tragedia della persecuzione degli ebrei.

Da un punto di vista narrativo, l’incapacità di Austerlitz di ricostruire in maniera composita la propria infanzia, ci riporta alla presenza di tre narratori diversi: la voce narrante (alter ego di Sebald), Austerlitz e l’amica della madre di Austerlitz. Sono racconti i loro che, come sottolinea un lettore, dall’esterno ci portano sempre più al centro della storia, e soprattutto confluiscono in Austerlitz la cui storia ne è il risultato: il racconto del racconto del racconto conducono a lui, impossibilitato a tirare le fila del proprio passato.
Le voci di Austerlitz e dell’io narrante si confondono più di una volta, quasi l’autore volesse sostituirsi al protagonista, essere un tutt’uno con lui nell’intento di prendere il suo posto e farsi carico del suo dramma, per riscattarsi, a modo suo, di quanto accaduto al popolo ebraico per mano dei tedeschi.

Se la memoria di Austerlitz è prima di tutto spaziale, leggendo il romanzo, viene il desiderio di trovarsi nei posti che descrive, sottolinea una lettrice, che Sebald introduce nel romanzo anche con foto d’epoca, che però non sono accompagnate da didascalie o dettagli. Le foto sono l’unico intervallo tra un paragrafo e l’altro, in un’opera che non ha nè capitoli nè paragrafi e che anche nella struttura rifugge da qualsiasi tentativo di “ricerca del tempo”, inteso sostanzialmente come artificioso: Il tempo, disse Austerlitz, è fra tutte le nostre invenzioni senz‘altro la più artificiosa. Basta già un certo grado d’infelicità personale per tagliarci fuori da qualsiasi passato e da qualsiasi futuro.”

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Gadda, Dixon e il traduttore (quasi) invisibile

Richard Dixon è un affabile signore inglese che, trapiantato nella campagna marchigiana circa trenta anni fa, dal 1996, dopo dieci anni trascorsi a fare l’avvocato a Londra, traduce dall’italiano all’inglese veri e propri mostri sacri della letteratura italiana. Calasso, Eco, Moresco e Volponi, per fare qualche esempio, per non parlare di Leopardi e del suo Zibaldone. E poi, e qui veniamo a noi, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, pubblicata con il titolo The Experience of Pain (Penguin Classics, 2017).

Chi frequenta il nostro blog si sarà accorto che “due libri fa” ci siamo dedicati proprio al capolavoro gaddiano e, come spesso accade, anche in questa occasione non sono mancate osservazioni sulla lingua e sullo stile di quello che è considerato un testo fondamentale dello sperimentalismo linguistico del Novecento. Dato per scontato che Gadda scrittore esiste compiutamente solo in italiano e anzi proprio per questo (per nostra fortuna, pensano in molti) non potevamo non farci qualche domanda sulla traduzione, su come sia stato possibile (ri)scrivere La cognizione in un’altra lingua. Ci siamo chiesti infatti in che modo sia stato possibile rendere in un altro idioma la scrittura complessa e “barocca” di Gadda, ricca di termini ricercati, desueti, aulici, se non addirittura inventati o spagnoleggianti. E al di là delle parole e della loro resa in un’altra lingua, con curiosità abbiamo riflettuto su quale potesse essere la percezione del gorgonzola e delle tante realie e dei tanti riferimenti culturali e storici della Brianza che popolano la narrazione gaddiana agli occhi del lettore straniero. Il titolo da solo presenta già non pochi problemi: Gadda stesso in un’intervista cercò di spiegare il significato che lui solo attribuiva alle parole “cognizione” e “dolore”. In definitiva, rifacendoci a un adagio ricorrente in questi casi, come si può tradurre Gadda senza tradire Gadda?

Di questa impresa parliamo proprio con Dixon, in una conversazione che, traendo spunto dalla lettura di Gadda, ci aiuta a mettere a fuoco i principali limiti e alcuni aspetti importanti del mestiere del traduttore che, se da una parte è estremamente affascinante, dall’altra presenta non poche insidie. Analizziamo insieme a lui la questione generale della traduzione e dell’efficacia della trasposizione, un tema che noi del gruppo di lettura ci troviamo immancabilmente ad affrontare quando, a nostra volta, leggiamo narrativa straniera tradotta in italiano. Ci rassicura, Dixon, quando ci dice che quello della traduzione è un compito imperfetto poiché non ci illudiamo (e forse non desideriamo) che Gadda, il suo mondo, la sua scrittura possano essere “resi” perfettamente in un’altra lingua.  Soprattutto ne comprendiamo la difficoltà. E allora che cosa resta una volta superato il confine tecnico della lingua? Che cosa riesce a passare oltre quel confine e che cosa invece resta irrimediabilmente al di qua? E poi, di fronte all’impossibilità che tutto “passi”, qual è il ruolo del traduttore nella scelta, più o meno consapevole, delle cose da lasciare?  Questa è una delle prime domande che rivolgiamo a Dixon:  che cosa desidera che il lettore inglese colga della poetica gaddiana? Difficile rispondere, ci dice subito , forse l’ironia, la capacità di scherzare con il lettore, senza però dimenticare che il traduttore dovrebbe rimanere il più possibile invisibile. L’obiettivo era comunque quello di mettere il lettore inglese nella stessa posizione del lettore italiano, conciliando suono e significato, cosa questa non sempre realizzabile: Dixon fa l’esempio di “sopraccigli sollevati” tradotto con “eyebrows raised”, dove l’effetto dell’allitterazione ne risulta penalizzato. La resa del traduttore è evidente anche, per esempio, nella rinuncia a tradurre le lingue diverse dall’italiano, come lo spagnolo e il latino, che in La cognizione, sono di difficile comprensione per il lettore inglese, come lo è appunto per quello italiano. Il rischio è stato quello di produrre una versione “semplificata” del testo iniziale, in cui la “lingua poltiglia” di Gadda finisse con il venire in un certo senso spiegata al lettore di lingua inglese; si tratta tuttavia di un rischio insito nel processo traduttivo, che ogni traduttore deve saper calcolare e correre.

Un altro aspetto che ci colpisce del lavoro di Dixon è che per lui la traduzione procede di pari passo con la lettura del romanzo. Ci si aspetterebbe due o tre letture preparatorie, che diano una visione generale dell’opera, della storia e della poetica di Gadda. E invece no. Certo, sottolinea Dixon, arrivati alla fine, poi si torna sui propri passi con modifiche, aggiustature e revisioni, ma nella prima stesura si procede per singole frasi, la traduzione diventa una vera e propria “ri-scrittura”, sostenuta da un lavoro di approfondimento sull’autore, sulla sua biografia e sul suo pensiero.

E arriviamo al rapporto con l’autore. Dixon ha tradotto in questi anni molti autori viventi, con i quali ha stretto importanti rapporti di amicizia, come quello con Umberto Eco, del quale ci racconta la cortesia, l’affabilità, e del loro ultimo incontro, a pranzo a Milano, a poche settimane dalla morte del filosofo, di un abbraccio prima di salutarsi, che aveva tutto il sapore di un addio. Con gli autori non più viventi, le cose cambiano e allora ciò che interessa Dixon è ritrovare la loro voce fisica, attraverso vecchi filmati. Anche questa è una strategia traduttiva, giacché l’ascolto, ove possibile, della voce di un autore può in effetti aiutare il traduttore che desidera cogliere nel timbro, nella pronuncia, nell’accento regionale, nelle locuzioni ricorrenti e in altri tratti vocali distintivi eventuali indicazioni di stile che possono dare il senso di quell’autore e tornare utili nella riscrittura.

Al termine dell’interessante incontro, ci rendiamo anche conto di come la traduzione sia uno strumento di conoscenza di altre culture e come proprio il lavoro di traduttori come Richard Dixon contribuisca alla diffusione di importanti opere della letteratura italiana nel vasto mondo anglofono. È vero, al momento del congedo, rimangono più dubbi che certezze circa la traduzione in generale e le sue capacità di fedeltà al testo originale. Ma non c’è da sorprendersi perché è proprio questa la natura della traduzione, che non è una scienza esatta, non è pura trasposizione sintattica e lessicale da una lingua di partenza a una lingua di arrivo. È un “dire quasi la stessa cosa”, come ricordava proprio il compianto Umberto Eco, un principio di cui Dixon, come ogni traduttore coscienzioso, è ben consapevole poiché, sebbene sia riuscito a fornirne una traduzione inglese ottimale, il romanzo di Gadda è un testo che per poter trasmettere esattamente quello che voleva esprimere Gadda e nel modo in cui voleva esprimerlo può esistere solo in italiano.

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BABILONIA di Yasmina Reza

Beati quelli che pensano che la vita sia parte di un insieme ordinato“. Potrebbe essere questo il “manifesto” di Babiblonia, romanzo della drammaturga, attrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza, pubblicato da Adelphi nel 2017. Conosciuta in Italia soprattutto per essere l’autrice di Il Dio del massacro, da cui il regista Roman Polanski ha tratto il bellissimo Carnage, Reza aggiunge con questo ultimo libro un altro tassello alla sua personale geografia delle relazioni umane e alla analisi di una quotidianità dalla quale, come ci racconta spesso la cronaca, possono anche generarsi le peggiori tragedie.

Ci troviamo in un condominio alla periferia di Parigi, Elisabeth è una signora di sessantanni, dalla esistenza apparentemente serena che intreccia un sincero rapporto di amicizia con il vicino Jean Lino Manoscrivi. Intorno a loro una serie di figure più o meno accennate, che portano avanti, con una certa dose di indifferenza e superficialità, il proprio tram tram quotidiano, interrotto per qualche ora da una festa che la stessa Elisabeth decide di organizzare in casa sua, con l’intento di “creare legame”, di celebrare un momento di vicinanza e comunione con alcuni di quelli che ruotano attorno al condominio.  Poi, in maniera non del tutto inaspettata (per il lettore, si intende), arriva la tragedia: il tranquillo e perbene Jean Lino, dopo una banale discussione, uccide la moglie Lydie e subito dopo bussa alla porta di Elisabeth e di suo marito Pierre per chiedere aiuto. Di questa storia il nostro gruppo di lettura ha discusso nel suo ultimo incontro.

Subito una domanda che ci sembra centrale: che cosa faremmo noi di fronte alla stessa situazione, chiameremmo immediatamente la polizia o diverremmo complici dell’assassinio cercando di coprire Jean Lino? Come dice molto bene un nostro lettore: Elisabeth, in nome della sua amicizia con Manoscrivi,  si trova di fronte ad un bivio, da una parte la spinta al rispetto della legge e dall’altra invece l’istinto a trasgredirla per motivi altruistici. Bivio che non non riguarda il marito Pierre, che non si pone il problema e risolve la questione molto in fretta grazie alla sua “ordinaria” indifferenza:  dopo aver consigliato a Jean Lino di chiamare la polizia se ne torna a letto per risvegliarsi la mattina dopo, e venire a sapere che Elisabeth è stata portata alla stazione di polizia.

Da una parte l’indifferenza di Pierre, dall’altra il sentirsi chiamata in causa di Elisabeth. Due modi di relazionarsi con il mondo e con gli altri. Che cosa lega Elisabeth e Jean Lino, viene allora da chiedersi? Non c’è tra loro una storia d’amore, si danno del lei, si incontrano salendo le scale del loro condominio e parlano del passato, dell’ infanzia, mai del presente, mai dei lori matrimoni. E in queste conversazioni che sembrano niente, in verità c’è tutto, c’è la capacità di provare empatia per l’altro, di farsi carico anche di un omicidio. Ma, l’omicidio, sottolinea una lettrice è funzionale a raccontare un contesto e delle relazioni. Lo spazio in cui si svolge l’azione è racchiuso tra i confini di un  condominio  e dunque claustrofobico (un po’ come l’appartamento in Il Dio del massacro), dove più si è vicini e meno si riesce a comunicare. In questo universo di incomunicabilità (emblematica in questo senso la festa di Elisabeth) generale, Elisabeth, forse uscire dalla noia della quotidianità,  sarà spinta ad aiutare Jean-Lino, salvo poi fermarsi al momento giusto e convincerlo chiamare la polizia. Ma per quel poco che è durata la loro “complicità”, Jean-Lino ed Elisabeth si sono “toccati”, e anche quando ognuno di loro sarà tornato al proprio destino, possono  dire a se stessi di aver vissuto un momento di condivisione totale. Forse l’unico della loro vita. Si tratta del momento in cui Elisabeth asseconda la volontà di Jean Lino ed insieme prendono una grande valigia rossa di Elisabeth, per sistemarci dentro il corpo di Lydie,  trascinarla fuori dal condominio per nasconderlo nello studio della povera vittima.

Nell’economia del romanzo, il momento “della valigia” è quello in assoluto dove tragico e comico si incontrano, dove prevale una certa dose di humor nero, ed è anche l’unico che, secondo una lettrice, si rischia di ricordare di questa storia grottesca, ma anche banale, l’ennesima ripetizione di una normalissima commedia francese, vista e rivista, con temi trattati già decine e decine di volte.  La nostra lettrice sottolinea che Elisabeth a sessantanni entra in crisi perché forse nella sua vita non ha costruito nulla, e se guardarsi indietro la rattrista, il guardare avanti è un orizzonte limitato. Da qui la crisi e il desiderio di “muovere” in qualche modo il suo presente.  Quello che ci sembra chiaro è che Reza non dà giudizi, non indugia sulla morale o sulla condanna, cerca di fotografare un pezzo di società e soprattutto le dinamiche delle relazioni umane, e la consapevolezza che, forse, come i Giudei in babilonia, ognuno di noi vive in esilio, ma da se stesso.

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Il CANTO e la COGNIZIONE. Haruf e Gadda

La cognizione del dolore (d’ora in avanti Cognizione) di Carlo Emilio Gadda e Canto della pianura (d’ora in avanti Canto) di Kent Haruf non hanno sicuramente nulla in comune, se non il fatto di aver inaugurato questo nostro nuovo anno di letture. Li unisce questa cosa, ma solo per noi, sia chiaro. Proprio per questo ne vorrei parlare qui cercando un po’ di metterli insieme, in nome della loro abissale diversità. E unicità.

Cognizione è quello che la critica letteraria, in maniera unanime, definisce un (il?) capolavoro del Novecento italiano. Scritto tra il 1938 e il 1941 e apparso a puntate sulla rivista Letteratura, trova la sua prima pubblicazione quasi integrale nel 1963, poi nel 1970 con l’aggiunta di due capitoli. Il romanzo resta comunque, a detta dello stesso Gadda, incompiuto. Canto è il primo volume di una trilogia ambientata nell’immaginaria cittadina di Holt (Colorado), che, pubblicato in  Italia nel 2000, passò quasi completamente inosservato. Poi nel 2015 NN Editore ne pubblica la trilogia completa e scoppia un caso editoriale, un po’ come già accaduto con Stoner di John Williams pochi anni prima. E’ sempre abbastanza complicato riuscire a comprendere che cosa muove la fortuna di un romanzo e di uno scrittore, pare però certo che il passaparola abbia avuto in entrambi i casi un ruolo importante.

Torniamo alle nostre conversazioni. Cognizione, diciamolo subito, ha una prosa a dir poco elaborata, che lo rende faticosamente comprensibile, anche a chi lo ama tantissimo e se lo tiene stretto al petto per non farselo scappare via. Canto è una boccata d’aria fresca in un mattino d’estate e, nonostante le vicende narrate siano dure al limite del sopportabile, non ti lascia mai con l’amaro in bocca. Potere dello scrivere. Possiamo entrare nelle pagine di Haruf  completamente nudi, lasciandoci alle spalle tutto quello che abbiamo visto, sentito e letto, perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno ce lo dà l’autore; al contrario non possiamo avvicinarci a Gadda se non abbiamo fatto prima i bagagli  e non ci abbiamo messo dentro una certa quantità di letteratura italiana, di storia del Novecento (soprattutto il Fascismo) e di sana satira europea (Folengo e Rabelais), pena la traversata del deserto. Non per tutti, certo.  Joyce Lussu, nella sua celebre conversazione con Silvia Ballestra, ci dice come in Occidente è “praticamente  impossibile ricominciare daccapo, e non c’è nessuno capace di scrivere un racconto o una poesia senza riferirsi a qualcosa di scritto prima. Hikmet (la cui opera Lussu ha tradotto in italiano) diceva giustamente che il vocabolario di un contadino analfabeta è sufficiente a dire tutto, anche a spiegare la filosofia o la storia”.  

Certo, per alcuni di noi, non era importante comprendere ogni riga di La cognizione, il significato di ogni singola parola, perché quello che contava era aver colto anche solo una parte infinitesimale (“piantare un seme”, dice un lettore) della storia di Gonzalo Pirobutirro , del suo dolore, del suo dramma umano profondissimo e anche della scrittura di un gigante come Gadda. Per qualcun altro però non è proprio così che funziona. Come si può amare un romanzo o semplicemente apprezzarlo se non si è compresa appieno la storia, nel senso proprio di capire cosa accade? Molto difficile, a meno che non ci si accontenti di una o due suggestioni: la prima conversazione tra Gonzalo e il dottor Felipe Higueróa  e soprattutto il capitolo dedicato alla madre di Gonzalo, la Signora, che vaga sola per casa e passa in rassegna ricordi dolorosi di una vita, primo fra tutti la morte in guerra dell’altro figlio.
Ecco dunque che Canto per qualcuno ha significato tornare a respirare a pieni polmoni, perché è una bella storia e di belle storie abbiamo bisogno. Ma ciò che ha colpito molti  è la “narrazione dei piccoli gesti” che contengono in sé tutta la forza e il senso più profondo delle storie. Si ha l’impressione, leggendo, che l’autore non ci stia raccontando niente di straordinario, ma, arrivati alla fine di ogni capitolo, la sensazione è  quella di avere tra le mani storie e personaggi di una potenza incredibile che ci conducono direttamente dentro il libro, seduti a cena a casa dei fratelli McPheron, con Ike e Bobby in giro per la città, al fianco di Victoria, per respirare un po’ del suo coraggio, unica risposta alla viltà della madre.

Per chi è digiuno sia di Gadda che di Haruf, vale la pena aggiungere che Cognizione è intimamente e indissolubilmente legato a Quel pasticciaccio brutto di via Merulana, nella poetica come pure nella genesi; allo stesso modo Canto è un tutt’uno con Crepuscolo, secondo volume della trilogia, che è “d’obbligo” leggere poiché è lì che i destini dei protagonisti di Canto si compiono.

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STONER di John Williams

Nel 1965 viene pubblicato negli Stati Uniti ma non se ne accorge praticamente nessuno; nel 2003 Vintage Classics lo ripubblica e nel 2006 esce di nuovo grazie a New York Review of Books Classics e ne nasce un caso editoriale.  Stiamo parlando di Stoner di John Williams, che arriva in Italia nel 2012 per i tipi di Fazi Editore, ottenendo uno straordinario successo di pubblico e di critica. Visto il gran clamore, il nostro gruppo di lettura non ha resistito alla tentazione di leggerlo (anche se qualcuno di noi lo aveva già letto qualche anno fa) e ha chiuso il 2017 proprio parlando di William Stoner, di una storia semplice eppure toccante e solo apparentemente banale che pone domande sul senso della nostra vita e sulle grandi passioni, come quella di Stoner per la letteratura. Un romanzo che da molti è stato definito perfetto. 

Su Stoner e John Williams segnaliamo due articoli:
http://www.minimaetmoralia.it/wp/stoner-john-williams/http://www.minimaetmoralia.it/wp/john-williams/

 

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