L’ALTRA ESZTER di Magda Szabò

L’altra Eszter è un romanzo sconvolgente e dopo l’ultima pagina, non stupitevi se vi sentirete come se qualcuno vi tenesse in pugno lo stomaco e lo stringesse forte. Le parole di Eszter sono un nodo fermo in gola, che non vuole scendere. La sua non è una storia, è una confessione in piena regola: è un mettersi a nudo senza vergogna, pudore, imbarazzo. Eszter è una donna, ma anche una bambina che ama profondamente e odia con la stessa ferocia, che odia Angéla, ma allo stesso tempo anche se stessa.
Questo in poche parole l’essenza di L’altra Eszter di Magda Szabo, autrice del più celebre La porta e voce fondamentale della letteratura ungherese del XX secolo, grazie ad una scrittura intima, profonda e indagatrice.
In L’altra Eszter Szabo mette in scena un lungo monologo che è il racconto di un’intera vita, dall’infanzia alla maturità, dal rapporto con i genitori a quello fondamentale con se stessa.
L’infanzia di Eszter non c’è, qualcosa deve essere andato storto; è da grande, da adulta, che Eszter torna in qualche modo bambina. Una bambina che prova amore e odio allo stesso tempo, che è incapace di valutare le situazioni che le si presentano con distacco e obiettività. Voi ci riuscireste? Noi, al suo posto, ne saremmo in grado?

 

 

 

 

 

 

La confessione di Eszter è indirizzata a Lorinc, l’amante che ha perso, l’amante con cui non potrà mai più confrontarsi, a cui non potrà raccontarsi. Non lo ha mai fatto, in realtà; lo sta facendo adesso proprio perché lui è morto. Quanto le è costato non raccontarsi? Che prezzo ha non riuscire mai a togliere le maschere? Il prezzo è che, prima o poi, arriva quel momento in cui è troppo tardi.
Ma lo è poi davvero? Forse lo è per il rapporto di coppia, forse non lo è per Eszter. Adesso che il suo amante non c’è più, Eszter trova il coraggio di ripercorrere la sua esistenza. E lo fa con una sincerità sconcertante, la stessa di chi non ha più niente da perdere. È adesso che, per esempio, Eszter può permettersi di raccontare la verità sul capriolo di Angéla. “Io non volevo uccidere il capriolo”; credo che questa frase possa rappresentare la chiave di lettura del romanzo.
Eszter non vuole uccidere il capriolo, vuole “solo” che Angéla si disperi per la sua scomparsa. Angéla, in fondo, rappresenta tutto quello che Eszter non è, tutto quello che non ha. È la consapevolezza di questa diversità che scatena il risentimento di Eszter: tu hai tutto quello che io non ho, sei tutto quello che io non sarò mai. Come posso non odiarti? Alla fine della sua confessione, Eszter matura una consapevolezza nuova; raccontare della sua vita è taumaturgico e le dà il coraggio di rivelare cose mai dette.

Tutti questi aspetti evidenziati nella presentazione di una nostra lettrice sono tornati nella discussione del gruppo, a partire da quelli che ci sembrano due temi centrali: il risentimento e le maschere. Il risentimento  verso chi ha avuto tutto o comunque molto, come Angela con la sua infanzia dorata, mentre Eszter indossava le scarpe tagliate in punta della zia Irma e aveva dovuto fare del sacrificio e della rinuncia i cardini della sua infanzia, dietro la quale si nasconde tutto il mistero della vita adulta. Come fa notare una nostra lettrice, c’è in Eszter  l’incapacità di lasciarsi alle spalle i propri fantasmi: “Per me nessuno aveva mai voluto costruire un futuro. C’era solo passato attorno a me”.
Altro punto è infatti il rapporto con i genitori: Eszter bambina ama di un amore immenso i suoi genitori, ma è ricambiata? In realtà i suoi genitori non la vedono, e, come ci fa notare una lettrice, se non viene vista non può vedersi lei stessa e probabilmente è anche da qui che ha origine il tormentato rapporto con se stessa e con gli altri. Non la vedono, ma Eszter è essenziale nel rapporto con i genitori. È lei a guadagnare per le medicine del padre, lei ad occuparsi delle faccende di casa mentre la madre segue i suoi allievi al pianoforte. I genitori hanno un rapporto speciale, esclusivo: talmente esclusivo che sembrano bastarsi, talmente stretto che taglia fuori la loro figlia.

Forse è da qui che nascono le maschere, tutte quelle indossate da Eszter, per nascondersi e sentirsi una “persona”, poiché Eszter non è nessuno fino a quando non indossa le sue maschere:
“Io sono senza faccia: finché non mi trucco, i lineamenti si confondono, sbiadiscono; sono senza faccia, ho solo maschere. Stanotte mi sono casualmente guardata allo specchio. Sembravo la creatura di un incubo”. […]
Se solo una volta qualcuno, chiunque, mi avesse accettato per quella che sono davvero, senza riserve, senza condizioni, con i miei ricordi della zia Irma, della Diga…! La verità… Nemmeno tu l’hai mai fatto. Tra noi c’è sempre stata Angéla. Non so. Nessuno mi ha mai aiutata, mai.”  È questo il punto della piena consapevolezza, quella di aver trascorso la vita in solitudine e contro Angéla , l’eterna nemica, forse una proiezione di Eszter, il frutto di una sua schizofrenia, nella originale interpretazione di un nostro lettore.

Il mestiere dell’attrice non è casuale ed è fortemente simbolico di una esistenza intesa come continua recitazione. Fredda e lucida recitazione, che passa anche attraverso la lingua, lo stile. Come sottolinea una lettrice, il romanzo è una linea dritta, senza curve o tentennamenti, una analisi lucida, priva di qualsiasi emozione, che, grazie all’uso del monologo, parte da Eszter e arriva ad Eszter, senza divagazioni o distrazioni e per questo tiene il lettore fermo sulla pagina aperta e non corre mai il rischio di diventare noioso.
Ma se da una parte c’è chi ha apprezzato questo tipo di scrittura, c’è anche chi l’ha trovata stereotipata, fastidiosa perché procede solo per aggiunta e dove l’unico elemento di originalità sta nell’aver messo a nudo una donna. Fa eco però un lettore che “difende” lo stile di Szabo, poiché un flusso di coscienza per definizione procede per addizione, aggiunge pensieri su pensieri, ricordi su ricordi, storie su storie, senza porsi il problema di rendere chiaro e comprensibile ciò che si sta raccontando, ciò che sta appunto fluendo nella nostra coscienza.
Diretto, tagliente, efficace, aggiunge un altro lettore. La trama, seppur interessante, non è il focus dell’opera ma solo un pretesto per raccontare che un personaggio che si fa odiare non è negativo, ma semplicemente onesto.

Rimane una domanda aperta: qual è il motore dell’odio?

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I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH di Franz Werfel

Nel 1929 una giovane coppia viennese in viaggio  in Medio Oriente arriva a Damasco e nella più grande fabbrica di tappeti della città assiste al triste spettacolo di adolescenti impiegati come manodopera, sfruttati, maltrattati, denutriti e mutilati.I viaggiatori sono Franz Werfel, quarantenne scrittore austriaco e sua moglie Alma Mahler, mentre i giovani lavoratori sono gli orfani armeni scampati al massacro di quindici anni prima. Alla domanda su come sia nato I quaranta giorni del Mussa Dagh, la risposta è proprio nel racconto di questo incontro, l’incontro di  Werfel con ciò che restava del genocidio del popolo armeno, quando di quell’evento in Occidente si aveva una percezione lontana e confusa, niente di più di un sentito dire. Ma tale era stata la potenza di quella vista che Werfel, da poco convertitosi al cattolicesimo, inizia, una volta tornato a Vienna, una serie di ricerche in archivio e un lavoro attento sulle testimonianze dirette dei sopravvissuti che lo conducono diritto al suo capolavoro, scritto in meno di un anno tra il 1932 e il 1933, ma già abbozzato nel 1929 a Damasco.

Mussa Dagh in turco vuol dire “la montagna di Mosè”, ma da molti è stato, non a torto, soprannominato “la montagna degli armeni”, perché è stato proprio su quel monte che cinquemila armeni  nel 1915 si sono rifugiati per sfuggire ai rastrellamenti dell’esercito turco voluti dal governo dei Giovani Turchi, e hanno resistito per circa un mese fino a quando non sono stati messi in salvo dalle navi francesi. Tra realtà e finzione, tra personaggi reali e letterari,   I quaranta giorni del Mussa Dagh racconta questa resistenza, in una narrazione che è insieme romanzo storico, epico e di testimonianza, grazie ad una memorabile coralità di voci, di sguardi e di storie.

Una lettura entusiasmante, una folgorazione e una scrittura, quella di Werfel, che è un fiume in piena che trascina via il lettore, irrimediabilmente. Questo in breve il parere pressoché unanime del nostro gruppo di lettura, che alla fine del 2016 si è dato appuntamento allo scorso luglio per discutere di questo romanzo corposo, intenso ed emotivamente coinvolgente. I quaranta giorni del Mussa Dagh è stato pubblicato per la prima volta nel 1933 e fin da subito ottenne uno strepitoso successo per finire però ben presto nel dimenticatoio, bandito dalla Germania nazista, e opera in assoluto più letta nel ghetto di Varsavia. Un romanzo drammaticamente profetico che anticipa lo sterminio del popolo ebraico; un romanzo difficile, pieno di citazioni, di tematiche sociali, politiche e religiose. C’è tutto un mondo, si potrebbe dire, tutta la società armena, tutte la fasce d’età e i ceti sociali e soprattutto c’è la vita interiore di uomini e donne che, seppur consapevoli di essere destinati alla morte, accettano di provare a resistere e di perseguire una quotidianità fatta anche di cose banali, di piccoli conflitti, di amori, gelosie, invidie, tradimenti e perfino odio. Tutto ciò che si trova in una qualsiasi comunità, tante individualità, ognuna con la propria storia, ma tutti uniti nella resistenza al nemico comune, il proprio Stato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ impossibile citare tutti i personaggi e le loro vicende, ma non potevamo durante il nostro incontro  non soffermarci sul protagonista Gabriel Bagradian, uno degli eroi più straordinari che si possano incontrare tra le pagine di un libro. Armeno di nascita, dopo essersi stabilito a Parigi e aver sposato una francese, torna al proprio villaggio natale insieme alla moglie e al figlio Stephan. Gabriel è un uomo colto e raffinato, sospeso tra due mondi, che capisce per primo il pericolo che sta correndo il suo popolo e mette in atto il progetto di ritirata sul Mussa Dagh, seguito  da qualche migliaio di armeni di sette villaggi. Una figura commovente, quella di Gabriel, un vero e proprio condottiero, inaspettatamente alla guida di un intero popolo.

La grande abilità di Werfel, osserva una lettrice, sta proprio nella ricostruzione della società armena, sia nel bene che nel male, nella comprensione dell’animo umano, scandagliato fino all’inverosimile, ma soprattutto nell’abilità con la quale l’autore descrive una situazione “al limite”, dove tremendamente vivo è il dialogo con la morte, presente, palpabile, ma che non impedisce ai 5000 armeni rifugiati sul Mussa Dagh di lottare anche per un minuto in più. Morire per morire, meglio farlo resistendo. E resistere vuol dire anche ripartire da zero, costruire un nuovo villaggio con vere e proprie capanne, rinunciare alle proprie cose e condividere il cibo, “regredire” ad una dimensione quasi primordiale, un ritorno alle cose fondamentali, sottolinea un lettore.

Un membro del gruppo ci racconta la sua duplice lettura di I quaranta giorni del Mussa Dagh: la prima nel 1973 durante il servizio militare grazie al racconto di un compagno armeno e la seconda oggi, in occasione dell’incontro con il gruppo. Se il ricordo della prima lettura era di un romanzo prolisso e non particolarmente interessante, la seconda lettura è stata straordinaria, fatta tutta in soli otto giorni (che sono veramente pochi per un volume di più di ottocento pagine)

La storia che viene narrata è sicuramente potente e sconosciuta per molti di noi, ma, sottolinea un lettore, ciò che più conquista è lo stile, capace di portarti dentro la storia. E’ come una corrente d’acqua che non si riesce ad arrestare. La lettura è stata entusiasmante, con un finale commovente, un “romanzo manzoniano” suggerisce un nostro lettore, nella ricostruzione degli eventi e nelle caratterizzazioni dei personaggi.  Un romanzo che è stato possibile godere anche grazie ad una nuova e recente traduzione di Cristina Baseggio (già autrice della prima e più datata versione) ed Elena Broseghini. Leggere I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata anche l’occasione per riflettere e interrogarci su una vicenda storica della quale non solo si parla ancora poco, ma che addirittura viene negata, in primis dal governo turco. Lo stesso  Mussa Dagh, ci fa notare un lettore, sembra essere scomparso anche dalle cartine geografiche, impossibile da localizzare per moltissimi decenni. Un milione e mezzo di armeni vengono massacrati attraverso un vero e proprio sterminio programmato e ai sopravvissuti non è data la possibilità di raccontare, schiacciati da un negazionismo storico-politico orientato a minimizzare il numero degli uccisi, a catalogare la politica del governo dei Giovani Turchi come necessario alla difesa, a mantenere il silenzio su tutta la vicenda. Privare gli armeni della parola, come metaforicamente rappresentato nel protagonista muto del film  Il padre di Fatih Akin. In Italia saranno i bellissimi romanzi di Antonia Arsan a fare luce sulla vicenda rimasta nell’ombra, in particolare La masseria delle allodole, poi portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Il grande merito di Werfel è stato senza dubbio aver raccontato, già negli anni Trenta, il genocidio degli armeni e di averlo fatto attraverso la storia della resistenza sul Mussa Dagh, che commuove e mette sul tavolo una serie di questioni religiose, filosofiche e morali straordinarie, ma una lettrice, contraddicendo un po’ tutto ciò che è stato detto e scritto su questo romanzo,  non può non accennare alla difficoltà di andare avanti in una lettura che non è stata, come per gli altri, un essere portati via come dalla corrente di un fiume, il fiume in piena delle parole, ma un continuo incagliarsi sugli scogli pagina dopo pagina, a causa della prolissità e delle divagazioni, che quasi hanno messo ai margini la tragedia vera. Ma, come dice un’altra lettrice, la tragedia è proprio dentro le divagazioni, perché la morte entra a sconvolgere la quotidianità, si insinua nelle relazioni familiari e sentimentali, nella “ordinarietà” della vita.

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IL NUOTATORE di Zsuzsa Bànk

Consigliato da Anna

Il nuotatore (Neri Pozza, 2014) è la storia di due fratelli, Kata e Isti, rimasti da soli con il padre Kàlmàn dopo che, un mattino come tutti gli altri, la loro madre Katalin prende un treno verso Ovest senza voltarsi indietro, senza nemmeno salutarli.

Rimasto solo con i suoi due figli, Kàlmàn non riesce ad abbandonare il dolore per la perdita della moglie; quel “NOI” che dà il titolo al primo capitolo non esiste più, è solo un ricordo come quelli catturati dalle fotografie che Kàlmàn non può smettere di guardare e che raccontano un tempo in cui Katalin sembrava felice.

Kàlmàn parte; parte con Kata e Isti, senza una meta. Attraverso l’Ungheria degli anni ’50, i tre vivono per anni come “ospiti” di altri “noi”, senza che Kàlmàn abbia la capacità di cominciare per davvero una nuova vita.

Nonostante l’inizio del romanzo lasci presagire vicende non certo felici, il tono della narrazione non è mai pesante, mai drammatico. Forse la forza del romanzo di Zsuzsa Bànk sta proprio in questo; nel mostrarci, attraverso le vite degli altri, che anche quando non sembra esserci altro che dolore, arrivano invece momenti di piccola felicità: nuotare al lago, fingere di essere qualcun altro.

Il tono “leggero” è comune a tutto il romanzo; non c’è spazio per le lamentele, non c’è spazio per piangersi addosso; piuttosto che ad esternazioni di dolore plateali, Kàlmàn – ad esempio – “sprofonda”, si prende tempo, si concede momenti di vita passiva. Anche Isti sembra aver ereditato il carattere poco resiliente di Kàlmàn; al contrario del padre, però, Isti ha la fortuna di avere una sorella come Kata che non lo perde di vista, non lo lascia sprofondare, lo sprona continuamente.

Così come non c’è spazio per il dolore, non si concede nemmeno spazio alle accuse; ci aspetteremmo una madre stigmatizzata, colpevolizzata, sminuita. Non è così: Katalin, semplicemente, si affievolisce come presenza anche se, da alcune frasi di Kata, si percepisce quando sia amata e pensata, nonostante tutto. Parte, lascia tutti; la sua presenza nel romanzo torna viva e consistente soltanto grazie al racconto della sua stessa madre. Sembra quasi che non ci sia abbastanza spazio per la sofferenza dell’essere umano; la Storia incombe, la rivoluzione ungherese del 1956 incalza. I protagonisti stessi sono, per così dire, vittime di una Storia che rimane sullo sfondo; Katalin non ci sta, Katalin non si accontenta. Possiamo colpevolizzarla per aver scelto di iniziare un’altra vita? L’autrice, questo è certo, non lo ha fatto.

Kàlmàn e i suoi figli, al contrario di Katalin, non ricominciano mai una nuova vita; semplicemente, la loro vita prende atto della mancanza di Katalin e, da lì, prosegue. Non c’è una nuova casa da cui ripartire da zero; ci sono tante altre “case di altri”. Le famiglie che li ospitano fanno spazio nelle loro vite e nelle loro case, e Kàlmàn delega a queste persone il compito educativo che spetterebbe a lui. Kata e Isti, però, sembrano crescersi da soli, cercando in ogni modo la via migliore per sopravvivere, per diventare grandi nonostante tutto.

 

Come è possibile tutto questo? L’acqua, per esempio; l’acqua è capace di essere vita. Kàlmàn trova nell’acqua la sua dimensione; ama stare da solo a nuotare: “Era come se il lago lo assorbisse; come se appena posava i vestiti, toccava l’acqua e ci si tuffava potesse essere un altro”. Kàlmàn costringe i suoi figli a fare lo stesso, perché “devono e basta”. Anche Isti ha con l’acqua lo stesso rapporto profondo che ha il padre; forse perché nell’acqua trova quella serenità che sulla terraferma gli manca. L’acqua è vita, ma a che prezzo?

Il linguaggio di Zsuzsa Bànk è poesia pura; crea un’atmosfera che avvolge il lettore e lo trasporta nel libro, nel profondo di ogni pagina. Il libro ha una luce, ha dei suoni che sono sia quelli della natura sia quelli delle voci dei protagonisti; non c’è evasione, non è ammesso distrarsi. Anzi, è proprio impossibile.

Zsuzsa Bànk è nata a Francoforte nel 1965, ma è figlia di genitori ungheresi emigrati in Germania negli anni della rivoluzione. Non ha vissuto in prima persona gli anni ’50, ma probabilmente li ha attraversati comunque grazie ai racconti della sua famiglia; ed è la stessa cosa che, nel suo romanzo, regala ai lettori: ci racconta delle vite che attraversano la Storia, non quella dei grandi eventi che arrivano sempre “ovattati” ma quella che, pur sembrando distante, influenza e determina scelte e scenari di vita quotidiana, di cui rimane sempre come un leggero sfondo.

Il nuotatore  è stato vincitore del “Deutscher Buchpreis”, il più prestigioso premio letterario tedesco.

 

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FAIR PLAY di Tove Jansson

Quando si dice Tove Jansson si dice Moomin, o Mumin, e ogni finlandese che si rispetti è cresciuto leggendo le avventure di questi personaggi fantastici, simili a dei piccoli ippopotami bianchi che vivono nella omonima valle, diventati un vero e proprio patrimonio culturale della Finlandia. Dalla pubblicazione del primo racconto, nella metà degli anni  Quaranta, i Mumin sono rimasti infatti protagonisti principali della scena letteraria fantastica finlandese, facendo della loro creatrice una figura di rilievo della cultura nazionale, tanto che nel 1994 le celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Tove Jansson sono durate un intero anno. Ma a partire dagli anni settanta, la già matura scrittrice comincia a scrivere anche per gli adulti, dando vita a ben dieci romanzi, e tra questi il nostro gruppo ha scelto come lettura di aprile Fair play, l’ultimo tradotto in Italia da Iperborea, editore che, com’è noto, si occupa da sempre della diffusione in Italia della letteratura scandinava.
Uscito in Finlandia nel 1989,  è un racconto lungo di ispirazione autobiografica che vede protagoniste Jonna e Mari, scultrice forte e determinata aggrappata ad una cinepresa la prima, scrittrice ed illustratrice calma e riflessiva  la seconda.  Due artiste che lavorano in due atelier separati ai lati opposti di una grande edificio di Helsinki e che condividono una casa su un’isola di fronte al mare aperto. Delle loro vite, Jansson ci racconta momenti, episodi in ordine sparso, privi di una scansione temporale e che, come ci fa notare un lettore, sembrano accadere tutti nello stesso istante. Non esiste una trama, siamo di fronte a una specie di “partita a due” fatta di dialoghi tra Jonna e Mari, di continui, teneri e ironici scambi, al lavoro, in viaggio, mentre litigano, vanno in barca o guardano un film, sullo sfondo di una natura pura e incontaminata.

Di solito nelle discussioni ci interroghiamo sulla trama, sul “che cosa accade”, se accade qualcosa, ma la prima cosa che viene da dire, dopo aver letto Fair play, è che non accade nulla. Apparentemente. E’ proprio su questo “apparentemente” che per noi -per una parte di noi, per la precisione quella che ha amato il romanzo- tutto, o quasi,  trova un senso, perchè dietro una serie di flash back, di istantanee di vita quotidiana, di schizzi leggeri -queste alcune delle definizioni date da noi lettori ai diversi capitoli- fa capolino, con grande tenerezza e discrezione, una memorabile epica della quotidianità, l’hegeliana prosa del mondo, sottolinea una lettrice, che tutti viviamo e alla quale bisognerebbe riuscire a dare sempre valore, anche se “niente accade”, perchè in realtà tutto accade. Particolarmente intensa la lettura di un’altra nostra lettrice, che se, in un primo momento, bolla Fair play come una sorta di oggetto Ikea, ingombrante e di cui non si sa bene cosa fare, poi viene folgorata dal capitolo “Viktoria”, dove il discorso intorno alla vecchia barca ormeggiata davanti alla casa al mare, si trasforma metaforicamente in una veglia funebre in onore dei loro padri, entrambi di nome Viktor. Da questo momento tutto cambia, l’intero romanzo assume un nuovo senso e invita a rileggere la storia dall’inizio. E’ a partire da questa nuova prospettiva che i singoli capitoli diventano dei meravigliosi schizzi, le pennellate di una scrittrice che non a caso è anche pittrice  e che con particolare grazia e ironia rivela le verità profonde che si manifestano in gesti semplici e che riguardano le relazioni umane, la necessità di rimanere fedeli a se stessi, a ciò che si è e si desidera, nel pieno rispetto delle persone che si amano. Jonna e Mari vivono secondo la loro verità, al di fuori delle convenzioni, sono due artiste fedeli al loro progetto creativo e a se stesse, senza dare alla quotidianità il potere di fermare l’arte, ma evitando anche che la forza dell’ispirazione artistica impedisca loro di godere della vita di ogni giorno, fatta di piccole cose, come una gita in barca o la visione di un film.  Si può pensare, leggendo Fair play, all’omaggio letterario che Tove Jansson, all’età di settantacinque anni, fa a Tuulikki Pietilä, donna con la quale ha condiviso quaranta anni di vita e di lavoro, un inno ad una grande storia d’amore tra due donne indipendenti, in cui l’amore vero è quello che lascia spazio all’altro, è quello fatto anche di solitudine che non ha però nulla a che vedere con il sentirsi abbandonati. Come scrive Ali Smith nella sua postfazione: “…poderosa ma incredibilmente discreta dichiarazione di un amore riuscito, un omaggio a un genere di rapporto di coppia che raramente riceve simili omaggi, e allo stesso tempo un omaggio al clima di ogni giorno, alla luce, ai cieli, agli innumerevoli brutti film ebei film del vivere e lavorare bene insieme a qualcuno per l’intera durata di una vita adulta.”

 

Il risultano è allora una panoramica sulla quotidianità delle due protagoniste, fa notare un lettore, che però a qualcuno di noi è sembrata piatta, fredda e descritta con uno stile altrettano freddo, che non lascia trapelare calore umano, quell’umanità che caratterizza una relazione tra persone. I personaggi che ne vengono fuori, aggiunge un’altra lettrice, appaiono bidimensionali, senza storia, senza conflitto, senza profondità psicologica ed è lasciato al lettore costruire i caratteti e immaginarne una storia. Ma, aggiunge un altro lettore, se ci liberassimo dell’idea che ogni pagina e ogni capitolo debbano dirci qualcosa, potremmo concentrarci sulle fessure sottili che ci sono tra una parola e l’altra, tra una riga e l’altra, per accorgerci che, attraverso una scrittura lieve ma evocativa,  Jansson disegna  due personaggi straordinari, due donne forti, piene di passione per la vita e per l’arte, che non hanno paura di dire e di fare, fiere di se stesse e dello spazio che si sono ritagliate nel mondo, mantenendo tra loro una giusta distanza. Significativa, nel primo capitolo del libro, la sistemazione dei quadri alla parete: Jonna sposta ogni cosa, ridefinisce le distanze, le simmetrie e le prospettive fino a trasformare completamente la stanza di Mari e dare ad ogni cosa un nuovo significato, metafora della continua ricerca artistica, poichè niente è fisso, niente è concluso, ma tutto può essere rinnovato in base a viisoni sempre nuove.

Una relazione idilliaca, sottolinea una lettrice, difficile da realizzare, un rapporto vero ma che rimane una specie di sogno. Resta, dopo la lettura, una sensazione di pace e di tranquillità, ci dice una lettrice, Jonna e Mari emanano una energia positiva, nel loro perfetto gioco di squadra, fatto, e qui arriviamo al senso del titolo, di fair play, di correttezza e rispetto reciproco. La domanda che pone una lettrice è però: siamo così certi che il rispetto tra due persone passi attraverso la distanza e che invece per ritenersi tale non abbia invece bisogno di vicinanza? Tove Jansson sembra volerci dire di no, almeno nella dicotomia arte-vita: “Ci sono spazi vuoti che vanno rispettati, periodi spesso molto lunghi in cui non si arriva a vedere l’insieme del disegno o  atrovare le parole giuste e si ha bisogno di essere lasciati in pace.”

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DICERIA DELL’UNTORE di Gesualdo Bufalino

Paolo racconta, al telefono con il suo doppio, la nostra serata in compagnia di Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Una conversazione immaginaria, originale e divertente, per parlare del capolavoro dello scrittore siciliano, vincitore del Premio Campiello 1981.

Paolo: pronto?
Pawel: allora? Ti decidi?
Paolo: chi parla?
Pawel: ma dai!
Paolo: chi parla!?
Pawel: ahahahahah
Paolo: click!
Pawel:……..!
Paolo: pronto?
Pawel: ciaosonoPawelnonriagganciare!!!
Paolo: … che c’è? Che vuoi?
Pawel: ma niente… fare due chiacchiere … e chiederti come è andata la serata Bufalino.
Paolo: come fai a saperlo?
Pawel: perché io so tutto di te
Paolo: ah si? Allora se sai sempre tutto perché mi chiedi com’è andata?
Pawel: ma perché, amore, voglio sentire come lo racconti tu
Paolo: posso rifiutarmi?
Pawel: lo sai che non puoi farlo e poi prima ti sbrighi e prima ti liberi di me, amore
Paolo: … e va bene… ma non chiamarmi amore! …Com’è andata!? … Ottimamente direi
Pawel: Sicuro?
Paolo: ma sì, sì, perché ne dubiti?
Pawel: no, niente … è che se ti conosco un po’ queste cose non le sai proprio fare
Paolo: quali cose?
Pawel: parlare in pubblico
Paolo: ma ti dico che è andata bene … ho detto un po’ di cose …
Pawel: interessanti e rischiose o tranquille e scontate?
Paolo: bè, forse un po’ scontate
Pawel: tipo è nato e morto, ha scritto e viaggiato …
Paolo: sì, ma che dovevo fare?
Pawel: ma niente, niente, quello che ti senti. Noto solo che qualche anno fa ti saresti esposto di più mentre oggi parli poco e dici cose banali
Paolo: lo so, me lo hanno fatto notare
Pawel: e secondo te perché ti succede questo?
Paolo: non è che si possa essere sempre originali e poi certe cose già dette non le voglio dire e ridire e ridire tutte le volte. Io, tu lo sai, non leggo per leggere, leggo per vivere
Pawel: sì lo so
Paolo: e allora, se lo sai, saprai anche che quando si legge così, si rischia sempre, parlando del romanzo, di parlare di sé stessi … e a volte non ti va di dire certe cose
Pawel: ti sei pentito di averlo fatto, in passato?
Paolo: no, ma ho paura a rifarlo, in futuro
Pawel: paura di che?
Paolo: forse pretendo troppo da me stesso. Mi sono rassegnato facilmente al fatto che gli altri abbiano ricordi diversi dai miei, ma proprio non riesco ad accettare di essere in disaccordo anche con me stesso
Pawel: ehm … mi sembra che questa fase, da quando ci sentiamo al telefono almeno, sia, come dire … superata.
Paolo: spero che tu non abbia fratelli
Pawel: beh …
Paolo: non me lo dire! Non lo voglio sapere
Pawel: e della serata Bufalino?
Paolo: mmh … dunque … intanto quasi tutti , sin da subito, hanno sentito il bisogno di ringraziarmi per aver proposto questo romanzo. Sono partito con le vicende personali, l’infanzia povera ma felice a Comiso, lo studio intenso e proficuo, la chiamata alle armi come sottufficiale nella Seconda Guerra Mondiale e poi il ricovero per tisi, prima a Scandiano e poi a Palermo. Ho terminato con una nota personale dicendo che per me questo poteva essere un buon candidato a vincere il premio “libro perfetto”.
Pawel: che vuol dire?
Paolo: che dovunque rivolgi lo sguardo, in qualunque direzione si approfondisca l’indagine, la storia ha una coerenza interna inattaccabile
Pawel: fai qualche esempio!?
Paolo: per esempio siamo nel ’46 in un sanatorio per malati di tisi che hanno una prospettiva di vita di circa un anno dal ricovero e questo fatto è estremamente coerente. Difatti l’antibiotico necessario a guarire completamente e per sempre sarà scoperto solo qualche anno più tardi. Oppure il fatto che il sanatorio sia pieno di reduci, orfani, collaborazioniste. Ciò è estremamente coerente poiché la guerra mondiale non ha lasciato indenne nessuno e tutti vi hanno recitato un ruolo o sono stati colpiti più o meno duramente. Poi il fatto che il responsabile del sanatorio, il Gran Magro, dorma alla rocca e sia tanto magro è dovuto al fatto che egli, si scoprirà verso la fine, in realtà è malato e morirà prima del protagonista/rivale.
Pawel: ma perché ti interessa tutto questo?
Paolo: non lo so. È chiaro che se il modo di raccontare non mi piacesse, la coerenza della trama sarebbe solo un insignificante dettaglio
Pawel: appunto
Paolo: già ma a me capita di aver bisogno di una trama coerente per potermene dimenticare e passare ad altro
Pawel: gli altri che ne pensano?
Paolo: m’è parso che non siano così interessati alla faccenda o che abbiano scambiato la mia richiesta di coerenza per una necessità di realismo che invece non ho mai desiderato in un romanzo. Tutto il contrario in effetti. Ma considero la coerenza del testo una faccenda importantissima
Pawel: … pignoletto!
Paolo: potresti astenerti da certi commenti?
Pawel: dico solo quello che penso … o vuoi che ti dica quanto sei bravo e perspicace?
Paolo: no no, per carità, dovessi avere un mancamento per lo sforzo eccessivo
Pawel: che permaloso che sei! Ricorda, carino, che senza di me non sapresti come correggerti e non potresti migliorare … perché tu vuoi migliorare, vero?
Paolo: certo
Pawel: e allora accetta le critiche fatte per il tuo bene …Su, su non ti innervosire e continua: che hanno detto gli altri?
Paolo: è piaciuto a tutti con qualche riserva da parte di uno o due, mi sembra, ma comunque tutti ci hanno trovato del buono. Soprattutto nella lingua usata che è un oggetto meraviglioso e a sé stante
Pawel: spiega
Paolo: beh, non lo dico io, lo dice l’autore in una intervista, l’interesse principale di Bufalino è per le vicende della lingua e non per quelle dei personaggi. Così capita, ad esempio, che il primo capitolo sia stato scritto per gioco, solo per vedere se era capace di trovare una trama che riuscisse a legare in un testo coerente cinquanta parole scelte a caso. Oppure succede che i personaggi parlino tutti con la stessa lingua, cosa che non sarebbe accettabile in un altro autore. Voglio dire credibile
Pawel: volevi dire coerente
Paolo: già, questa è forse l’unica incoerenza che trovo, ma mi stupisco nel non soffrire di questo. Veramente non me ne ero nemmeno accorto fino a che non ho letto la dichiarazione di Bufalino in una intervista
Pawel: e secondo te perché non te ne sei accorto?
Paolo: forse perché, è facile pensare che tutto venga raccontato dalla stessa voce: quella del protagonista?
Pawel: forse perché non sei così attento e in grado di cogliere certe sfumature?
Paolo: grazie, non ho mai dubitato del tuo aiuto nella comprensione di me stesso
Pawel: prego. Ma cosa hanno detto insomma?
Paolo: a beh, il grammatico del gruppo aveva riempito tutto un quaderno con le figure retoriche che si incontrano nel testo, dicendo che …
Pawel: come si chiama?
Paolo: … dicendo che «per leggere questo romanzo ho dovuto procedere lentamente. Stavo per dire faticosamente, ma in effetti non è una fatica leggere ciò che ti piace, pur essendo impegnativo. Ho sottolineato tutto, tra parole desuete e figure retoriche. Effratta ad esempio, che mi sembra molto bella; “ribrezzo di pozzo” che è un omeoteleuto»
Pawel: carino questo tipo
Paolo: sì molto, che credevi? È gente speciale
Pawel: vabbè, adesso non vi montate la testa
Paolo: … una lettrice ha detto che i primi due capitoli sono stai molto faticosi, ma che poi il romanzo si legge senza intoppi
Pawel: è vero!
Paolo: ma perché, tu l’hai letto?
Pawel: certo caro, più o meno nello stesso periodo in cui l’hai letto tu
Paolo: e t’è piaciuto?
Pawel: moltissimo, anzi stavo pensando di proporlo al gruppo …
Paolo: cretino io a starti a sentire! Comunque, tutti hanno sottolineato che la lingua è particolarmente bella e impegnativa, con innumerevoli parole di uso raro o desuete. C’è chi ha parlato di una poesia lunga, un grido alla vita, una lingua meravigliosa, ma questo te l’ho già detto, e anche l’ironia… pazzesca. Una lingua precisa e ficcante…
Pawel: che cosa hai detto?
Paolo: tu cos’ hai capito?
Pawel: adesso non te la tirare troppo è! … Va bene, adesso basta!
Paolo: come basta: e gli interventi degli altri? Una nostra lettrice ha sposato un siciliano e conosce molto bene questa terra. Diceria, per lei, è un romanzo prettamente “siciliano”, ci sono amore e morte, energia e decadenza, ha un sapore dolciastro, come la Sicilia, mai troppo amara,  ma neanche troppo dolce. Un romanzo isolano, insomma, aspro e arido, tutto focalizzato sul caldo e sul sole. È venuto fuori anche un accostamento con le chiese barocche, quelle tutte piene di decorazioni senza neanche un piccolo spazio liscio… proprio come in Diceria, in cui la frase è costruita e trovi figure retoriche in ogni riga … ti manca il fiato quando lo leggi… A proposito, ho fatto ascoltare un brano del romanzo letto da Roberto Herlitzka… Tutti in religioso silenzio…
Pawel: ah sì? Ma veramente ha messo d’accordo tutti? Nemmeno una voce fuori dal coro?
Paolo: bè sì, sulla questione della lingua, in effetti è stato notato che la ricerca della perfezione ha tolto umanità e anche adesione alla realtà… sembra un po’ tutto finto, questa lingua perfetta per qualcuno ha schermato le emozioni…
Pawel: un po’ come le spesse mura della Rocca separano i malati dal resto del mondo?!
Paolo
: già, già, anche se la loro funzione è più di proteggere chi sta fuori da chi sta dentro. A questa interessante osservazione ricordo di aver pensato che una lingua super artefatta, densa e costruita come questa ha la stessa funzione delle mura: come queste permettono la coesistenza e la vicinanza di sani e malati, pur alla distanza di uno spesso e alto muro, così quella ci consente di accostarci ad una storia altrimenti inavvicinabile, inconsistente, dove nulla accade se non la lenta consunzione degli ospiti della Rocca.
Pawel: ma c’è una storia d’amore!?
Paolo: sì e a questo proposito è stata fatta l’osservazione più conturbante della serata. È  stato detto che la morte è il più grande afrodisiaco che si possa dare e che le storie d’amore all’interno della Rocca sarebbe strano non ci fossero. Poi Bufalino sceglie di raccontare quella dell’io narrante, naturalmente, ma la promiscuità alla rocca, viene ben descritta tra fughe dalle finestre, incontri sessuali separati da una rete a maglie larghe e caduta delle inibizioni. Tutto ciò è un elemento ulteriore di estrema coerenza del racconto, alla luce di questa nuova consapevolezza
Pawel: quale?
Paolo: la morte come afrodisiaco
Pawel: ma sei sicuro?
Paolo: sì e ti dirò anche che, raggiunta questa consapevolezza, ho sentito ancora più intensamente il racconto della storia d’amore del protagonista con Marta. È infatti una storia d’amore come tutte le altre: non una storia tra due condannati a morte, non una storia tra due malati che sanno di avere i mesi contati, ma una normale storia d’amore, tanto più vera quanto più in grado di far dimenticare ai due innamorati la loro condizione di malati terminali.
Pawel: oh, amore! come sei romantico!
Paolo: t’ho detto di non chiamarmi amore!
Pawel: ma loro si scordano mai di essere in fin di vita?
Paolo: credo di si. L’amore li libera da questa oppressione per tutto il tempo che si amano
Pawel: ma Bufalino è stato sposato?
Paolo: mbhe? Cosa c’entra adesso ?
Pawel: no è che … quando mi commuovo devo cambiare discorso
Paolo: o sei il solito gossiparo?… Comunque sì, si è sposato a sessantadue anni con una ex allieva, l’anno dopo aver vinto Il Campiello con Diceria… C’è da dire che i primi anni ottanta sono stati anni intensi per lui… Poi la morte nel 1996 per un assurdo incidente stradale tra Comiso e Vittoria…
Pawel: è triste che sia finita così, ma l’importane è che abbia amato … no?
Paolo: sì, credo di si e poi è stato fortunato per il fatto di essersi salvato dalla tisi in un tempo n cui le cure non c’erano. Tutto questo, l’aspetto biografico, in Diceria  è predominante ed è certo che il senso di colpa del protagonista per essersi salvato rispetto ai tanti compagni che non ce l’hanno fatta, fosse anche il senso di colpa di Bufalino stesso.
Pawel: in effetti se penso ai ricoverati bambini …
Paolo: nonostante questo qualcuno si è spinto a dire che la malattia possa essere vista anche come un lusso, un privilegio che relega tutti i protagonisti in un limbo, fuori dal tempo e dallo spazio, un modo per capire prima degli altri di esistere davvero…  E poi  questa cosa della morte, del destino segnato che incombe dall’inizio alla fine. Ad un certo punto…
Pawel: …. spero siate andati a cena… ad un certo punto?
Paolo: ti sei emozionato di nuovo?
Pawel: sì
Paolo: ebbene … siamo andati a cena: dopo aver parlato di un simile capolavoro, di uno scrittore tra i più colti del Novecento …
Pawel: … piadina e vino rosso!
Paolo: ciao, buonanotte, tenerone!

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LIBRA di Don DeLillo

libraCon questo articolo dedicato al nostro ultimo incontro, diamo il via ai resoconti curati anche dai membri del Gruppo di lettura e non solo dalla bibliotecaria.
A cominciare è Barbara, che racconta, con ironia e passione, la nostra serata in compagnia di Don DeLillo e del suo romanzo Libra. Buona lettura!

Record di assenze più elevato che si sia mai registrato nel nostro gruppo: colpa dell’influenza o della sindrome da DeLillo? E’ lecito chiederselo: della truppa libro-dipendente solo due hanno letto fino in fondo, altri due arrivati a metà con promessa di finire il lavoro, e sottolineo LAVORO, tre hanno abbandonato dopo poche imprecisate pagine, il resto silenzio stampa. Caso interessante: una degli “abbandonanti” ha deviato sull’ ultima opera dell’ autore, per caparbietà e curiosità (per la serie: chi la dura le vince!).

Finire il lavoro, si diceva. Sì, perché qualcuno ha considerato la lettura delle opere di DeLillo un vero e proprio rimboccarsi le maniche, tutt’ altro che uno svago o una lettura disimpegnata da spiaggia, non un libro che si legge  “con una mano mentre con l’ altra stiri, cucini, ecc” (citazione su una lettura passata). Ma, allo stesso tempo, un lavoro con contratto a tempo indeterminato, che ti fa portare a casa un -lauto- stipendio, e tredicesima, quattordicesima, ferie godute e tfr. Ossia, per dirla in breve, che ricompensa lautamente per lo sforzo accordatogli.

Libra é l’affresco monumentale di uno degli eventi storici che più sconvolsero gli Stati Uniti e il mondo all’inizio degli anni ’60: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Un evento zeppo di ambiguità e contraddizioni, che entrò nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, destabilizzando un intero popolo e rendendo, a partire da quel momento, incerta ogni certezza. Tema con cui Don DeLillo va a nozze e che ripropone pressoché in ogni suo romanzo, è infatti quello della caduta degli dei, del venir meno di ogni sicurezza su cui l’americano medio (e, per estensione, dell’uomo medio) si era appoggiato fino a quel momento. Dice DeLillo: “In realtà il complotto mi importava soprattutto per inserire nel libro un elemento di violenza e di inesplicabilità, di imprevedibità del pericolo moderno, la situazione di gente che vive al limite del terrore in un mondo che ha perduto il senso di una realtà coerente”. Una vera e propria ossessione per Don DeLillo per oltre una ventina d’anni e, a suo dire  “l’evento che ha influenzato tutti i miei romanzi“.

Otto anni spesi per la stesura di  Libra, con una preparazione minuziosa sul caso, raccogliendo ogni traccia, ogni indizio (un lettore riconosce nel Nicholas Branch , l’investigatore nel libro, DeLillo stesso, come scrittore che investiga, mette insieme i pezzi, si pone e pone domande), oltra alla lettura attenta dei 26 volumi del Warren Report, la summa sul caso JFK.

lee_harvey_oswaldE’ una scrittura al contempo scarna e immaginifica, quella del nostro autore, che tenta di far luce sull’inconscio degli attentatori e su quello di un’intera nazione. Una ricerca che fonde invenzione narrativa e fonti storiche con l’impossibilità di tracciare un confine tra realtà e fiction a causa del devastante impatto dei media nella sfera pubblica e privata.
Il romanzo mostra la dissoluzione dell’identità: Lee Harvey Oswald, l’attentatore principale, appare come prodotto del caos mediatico e la sua tragedia é la patologia di una cultura votata all’apparenza. Libra svela quindi la posizione del romanziere in una società dominata dal potere dei media e dalla violenza del potere stesso.

Tra le tante versioni della tragedia DeLillo sceglie quella secondo cui Oswald non é che un capro espiatorio scelto come assassino da un gruppo di rinnegati della CIA e veterani della Baia dei Porci, scontenti del Presidente dopo la fallita invasione, e che volevano compiere una sorta di falso attentato per causare una seconda invasione: “Secondo me, il suo tentativo di uccidere JFK era basato sulla fantasia. Ha permesso a forze del destino quali sogni, coincidenze, intuizioni, di trasportarlo.

Tra i tantissimi personaggi del libro il più affascinante e quello su cui tutto il focus é accentrato é proprio Oswald, morto a 24 anni, con tutte le sue contraddizioni e disperazioni e l’incongruità di un outsider che vuole trovare il suo posto nel mondo,
un frustrato pieno di rabbia che vuole entrare nella storia. Interessante notare il fatto che DeLillo sedicenne avesse vissuto a pochi isolati da Lee Harvey tredicenne, nel significativo distretto del Bronx di New York.

Don DeLillo descrive una realtà quantomai ambigua e complessa, ma la sua e’ una poetica centrata anche sulla soggettività e sull’esplorazione della coscienza e racchiude un anelito, anche se frustrato, alla dimensione trascendente, che allude a una possibilità di rigenerazione culturale. Il titolo del libro (Bilancia in italiano), si riferisce al segno zodiacale di Lee Oswald, il segno che oscilla ambiguamente tra due realtà, la capacità di essere nel mondo in modo forte, nel bene oppure nel male. Pare quasi un’allusione al fatto che Lee Oswald fosse sì un ingenuo, per molti versi, ma sicuramente non un “ignavo”.

Tornando al nostro incontro, la sua unicità rispetto ad ogni altro é stata soprattutto quella di aver speso appassionatamente due ore a parlare di un libro che quasi nessuno aveva letto: quando di dice il potere della letteratura! Il libro é piaciuto per la grandezza dello stile, l’intelligenza dello scrittore che traspare da ogni riga e dalla capacità di tessere una tela enorme comprendente tutti i -presunti- agenti del caso, intrappolati nella stessa ragnatela ma in un punti diversi e convergenti su un unico target, chi a sua insaputa, chi scientemente, ma come in una sorta di “karma” che regna al di sopra di tutti gli attori della vicenda. E’ piaciuto a chi ama la storia e a chi ama la storia americana ed e’ affascinato dalla vicenda in particolare.

de-lillo

 

Al contrario, chi lo ha abbandonato lo ha fatto per disinteresse verso questo tipo di vicenda, o perché portato “troppo fuori strada” rispetto al proprio percorso letterario scelto. Infine, perché ritenuta una lettura troppo complicata, al limite dell’incomprensibile.

Un lettore ha particolarmente apprezzato la caratterizzazione dei personaggi e ha aperto anche un file che da ruscello si é tramutato in fiume impetuoso che ha investito tutti, lettori o astenuti, amanti o ripudianti, dando molta energia alla conversazione: la matematica applicata alla teoria del complotto. (Niente paura, tranquilli, siamo abituati: in tempi passati avevamo applicato qualche logaritmo anche ai racconti della Munroe!)
Dopodiché la parola  “complotto”  l’ha fatta da padrona e si é esteso così il discorso alle teorie complottistiche in generale, con particolare attenzione alla possibilità che siano solo montature, o meno.
Il nostro lettore matematico, infatti, basandosi su una teoria scientifica ha sostenuto l’assoluta inesistenza di alcun complotto nel caso JFK, e ha dato così il via a una serie di reazioni pro e contro molto interessanti.
Il nostro scientifico lettore ha allargato così il problema: non vi può essere ormai più letteratura né poesia che vadano contro la scienza. E, di nuovo, via con le obiezioni: una nostra lettrice ha rimarcato che, in questo modo, sarebbe venuto a cadere tutto il discorso sull’inconscio, sui sogni, sui desideri…insomma il lato emotivo e illogico imprescindibile quando si tratta dell’umano.

Da tutto il nostro argomentare é risultato un incontro molto movimentato nonostante le premesse, che parafrasando molto liberamente alcuni nostri italianissimi personaggi, Peppone e don Camillo, il comunista e il religioso ( ricordiamo la formazione culturale giovanile dell’autore presso i gesuiti) potremmo reintitolare: “Su Lee Oswald e Don DeLillo”.

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IL GIARDINO DELLE MOSCHE di Andrea Tarabbia

il-giardinoTorniamo a parlare di  Il giardino delle mosche e di Andrej Cikatilo, di cui ci siamo già occupati in questo blog nello scorso settembre  e torniamo a parlarne dopo  aver incontrato l’autore Andrea Tarabbia , in un sabato pomeriggio che abbiamo molto atteso, perché avevamo tante cose da dire e domande da fare. Sono state due ore molto intense, grazie alla disponibilità di Tarabbia,  al nostro entusiasmo e a quello del pubblico presente . Una conversazione che ha anticipato e offerto numerosi spunti per la discussione del gruppo su Il giardino delle mosche, alla quale  è dedicato questo articolo.

Il romanzo, finalista del Premio Campiello, racconta in maniera forte e diretta, la vita di Andrej Romanovic Cikatilo, serial killer russo che, dal 1978 al 1990, uccide, mutilandole, 53 persone tra uomini, donne e bambini. C’è da dire che non è la prima volta che questa storia viene raccontata: ricordiamo Il comunista che mangiava i bambini di Davide Grieco e la sua versione cinematografica dal titolo Evilenko, e il thriller Child 44 dello scrittore inglese Tom Rob Smith a cui, anche in questo caso, segue  nel 2015  la trasposizione cinematografica diretta da Daniel Espinosa. Dunque, in un certo senso il soggetto è già noto e sono molti quelli che ricordano il volto di Cikatilo, apparso nei tg e nei giornali di tutto il mondo, quando nel 1990 viene catturato e arrestato; molti ne ricordano l’immagine dietro le sbarre con indosso la camicia celebrativa delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ma Il giardino delle mosche propone rispetto a quanto è stato già detto e scritto, un nuovo punto di vista, il punto di vista di Andrej Romanovic Cikatilo. In questo senso Andrea Tarabbia traccia una linea già percorsa con il romanzo Il demone a Beslan (Mondadori, 2011), dove la strage del settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan viene raccontata da Marat Bazarev, corrispettivo letterario di Nurpasa Kulaev, unico attentatore sopravvissuto al massacro. In entrambi i romanzi, quelli che sono stati due terrificanti fatti di cronaca vengono raccontati da chi ne è stato responsabile, attraverso narrazioni in prima persona che catturano il lettore e lo obbligano a guardare con gli occhi degli assassini. Come dice Tarabbia: “Io credo che uno dei sensi ultimi della letteratura stia nello studiare e nel mostrare il mondo da un punto di vista per così dire sghembo, laterale. Provare a vedere com’è il mondo non visto frontalmente, ma di lato, da una prospettiva non comune.” (in http://www.nazioneindiana.com)

C’è subito da dire che molti di noi, come abbiamo già avuto modo di sottolineare,  sono stati catturati dalla scrittura di Tarabbia, ma ancora di più dalla vita di Cikatilo, o meglio ancora dalla sua psicosi, fulcro centrale della nostra discussione. Il caso vuole, infatti, che all’interno del nostro gruppo ci sia anche una psicoterapeuta che, per sua naturale deformazione professionale, ci ha regalato una lettura precisa della personalità di Cikatilo, non sottraendosi alle domande degli altri partecipanti, in una collettiva  rielaborazione della mente e dell’anima di quello che è stato soprannominato il mostro di Rostov.  Nell’analisi della nostra lettrice, la  psicosi di Cikatilo è imprescrutabile, è un caso unico perché in lui è possibile vedere cikatilol’inconscio, nel senso più profondo ed essenziale del termine. Ci troviamo di fronte ad uno “stadio zero”, allo stadio del cosiddetto “candore”, lo stesso a cui pensa una nostra lettrice guardando l’immagine di Cikatilo dietro le sbarre durante il processo, (con lo sguardo di un bambino), uno stadio  che viene prima dell’uomo e della sua costruzione. Cercare di capire il motivo per cui la personalità di Cikatilo si sia fermata a quel punto senza evolversi è del tutto inutile, nessuna conclusione sarebbe esaustiva, ammesso che si riesca ad arrivare ad una qualche conclusione. Nonostante ciò ci sembra che l’infanzia, descritta nella prima parte del romanzo, dal titolo La morte per fame (1936-1978), offra chiavi di lettura fondamentali: miseria estrema, una madre anaffettiva, origine di continue umiliazioni, un fratello mangiato dai vicini per fame,  la scoperta dell’impotenza e la rivelazione, con il primo omicidio nel 1978, che, nell’atto di dominare un corpo uccidendolo, Cikatilo riesce a sanare, attraverso un orgasmo, questa che è appunto la più tragica delle sue mutilazioni. Certo, sono molti gli uomini e le donne nati e cresciuti nell’Unione Sovietica degli anni Trenta con vite e destini identici a quella di Cikatilo, e che non sono divenuti serial killer, e qui dunque torniamo al mistero intorno all’origine della sua “follia”, impossibile da decifrare. Quello che appare interessante notare, da un punto di vista della psicoanalisi,  continua la nostra lettrice, è che Cikatilo sia stato “addestrato” senza essere però “educato” e questo addestramento gli ha permesso di adattarsi alla società, sposandosi e avendo dei figli dei quali si è preso cura grazie al lavoro. Se è vero, infatti, che Cikatilo è stato un feroce assassino è anche vero che è stato un lavoratore, un sostenitore della causa comunista e soprattutto un padre di famiglia, come tanti altri: ” Ho portato Jurij e Ljudmila a scuola e per loro è stato il più grande dei regali. Io sono un buon padre, lo sono sempre stato: non ho mai fatto nessun tipo di male ai miei figli, mai. Li ho aiutati e consigliati, ho fatto i compiti insieme a loro quando ne avevo tempo e ho dato loro di che vivere. […] Il più grande dei miei desideri  è poterli incontrare ancora una volta, potermeli trovare davanti, … e poter dire. ” Ragazzi miei, figli miei, questo è vostro padre, questo è ciò che sono diventato”.

Nella seconda parte della nostra conversazione, abbiamo spostato l’attenzione dal personaggio Cikatilo alla scrittura di Tarabbia, al modo in cui  ha deciso di raccontare la vita e gli orrori del “mostro di Rostov”. La descrizione degli omicidi, delle mutilazioni e anche degli episodi di cannibalismo sono descritti fin nei minimi dettagli, destando raccapriccio in una nostra lettrice,  arrivata al limite della sopportazione fisica, quasi al punto di vomitare e costretta ad abbandonare il romanzo, poco dopo un centinaio di pagine. C’è nella scrittura, ci dice la nostra lettrice, l’intenzione dell’autore di voler fare appello alla componente  morbosa e voyeur del lettore; il male esiste, lo sappiano, ma non per questo deve essere esposto in questo modo, quasi gettato addosso al lettore. Personalmente la nostra lettrice rifiuta un tipo di letteratura di questo tipo, e se da una parte riconosce la bravura di Andrea Tarabbia nel raccontare la vita e gli orrori di Cikatilo, allo stesso tempo ne sottolinea una grande debolezza, quella di rendere tutto “bello” e accattivante grazie ad una scrittura perfetta. In altre parole in Il giardino delle mosche, la storia di Cikatilo e gli orrori che ha compiuto, proprio perché raccontati con uno stile e una forma impeccabili, ne escono in qualche modo “edificati” e la domanda che la nostra lettrice ci pone è: si può scrivere qualsiasi cosa, solo perché si è  bravi scrittori? Non esiste forse una responsabilità dello scrittore rispetto al lettore, un’etica della letteratura? A queste domande però ne seguono automaticamente altre che chi scrive sintetizza in questo modo:   in che rapporto l’eventuale responsabilità dello scrittore si lega alla libertà e all’urgenza di raccontare una storia piuttosto che un’altra? Mettiamo da parte per un attimo Il giardino delle mosche,  e chiediamoci, con una provocazione: Nabokov, quando ha scritto Lolita, si è sentito investito di una qualche responsabilità rispetto ai suoi lettori? Ha pensato a loro e ai loro probabili turbamenti anche solo per un attimo? Intorno a questi interrogativi, si potrebbe discutere per ore.

tarabbiaPer tornare ad Andrej Cikatilo, la maggioranza di noi non intravede nell’autore alcun intento morboso; c’è nel racconto un profondo lavoro di ricerca e di lettura degli atti processuali che sono confluiti nelle pagine del romanzo, nell’intento di descrivere ciò che è realmente accaduto. D’altra parte ci sembra che sarebbe stato poco realistico dare la parola a Cikatilo e pensare che non avrebbe raccontato le azioni, terribili, che ha compiuto. Non siamo infatti di fronte ad un’opera di finzione, in cui l’autore inventa per il puro gusto di inventare, ma una biografia e i fatti,  non si possono cancellare, nascondere o peggio ancora censurare. Come dice lo stesso Tarabbia in un’intervista: “non si poteva far finta che in una confessione non rientrassero anche certi particolari molto violenti. In generale credo che la violenza non vada nascosta, a patto che non sia esibita in modo gratuito. (www.nazioneindiana.com) E ancora “sono convinto che la vera immoralità non è dipingere l’uomo per quello che è, in tutta la sua complessità, ma dipingerlo per quello che non è.” ( http://www.linkiesta.it)

Il ruolo della letteratura non è quello di consolare, confortare e dare risposte; al contrario deve disturbare, maltrattare il lettore, “mettere in discussione i nostri tabù, superare i nostri limiti“, “tenerci svegli la notte e cambiarci la giornata” ( http://www.linkiesta.it). Questo ci sembra che faccia Il giardino delle mosche.

Per leggere il post dedicato al Premio Campielloqui
Per rivedere l’incontro con Andrea Tarabbia:  qui

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