LIBRA di Don DeLillo

libraCon questo articolo dedicato al nostro ultimo incontro, diamo il via ai resoconti curati anche dai membri del Gruppo di lettura e non solo dalla bibliotecaria.
A cominciare è Barbara, che racconta, con ironia e passione, la nostra serata in compagnia di Don DeLillo e del suo romanzo Libra. Buona lettura!

Record di assenze più elevato che si sia mai registrato nel nostro gruppo: colpa dell’influenza o della sindrome da DeLillo? E’ lecito chiederselo: della truppa libro-dipendente solo due hanno letto fino in fondo, altri due arrivati a metà con promessa di finire il lavoro, e sottolineo LAVORO, tre hanno abbandonato dopo poche imprecisate pagine, il resto silenzio stampa. Caso interessante: una degli “abbandonanti” ha deviato sull’ ultima opera dell’ autore, per caparbietà e curiosità (per la serie: chi la dura le vince!).

Finire il lavoro, si diceva. Sì, perché qualcuno ha considerato la lettura delle opere di DeLillo un vero e proprio rimboccarsi le maniche, tutt’ altro che uno svago o una lettura disimpegnata da spiaggia, non un libro che si legge  “con una mano mentre con l’ altra stiri, cucini, ecc” (citazione su una lettura passata). Ma, allo stesso tempo, un lavoro con contratto a tempo indeterminato, che ti fa portare a casa un -lauto- stipendio, e tredicesima, quattordicesima, ferie godute e tfr. Ossia, per dirla in breve, che ricompensa lautamente per lo sforzo accordatogli.

Libra é l’affresco monumentale di uno degli eventi storici che più sconvolsero gli Stati Uniti e il mondo all’inizio degli anni ’60: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Un evento zeppo di ambiguità e contraddizioni, che entrò nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, destabilizzando un intero popolo e rendendo, a partire da quel momento, incerta ogni certezza. Tema con cui Don DeLillo va a nozze e che ripropone pressoché in ogni suo romanzo, è infatti quello della caduta degli dei, del venir meno di ogni sicurezza su cui l’americano medio (e, per estensione, dell’uomo medio) si era appoggiato fino a quel momento. Dice DeLillo: “In realtà il complotto mi importava soprattutto per inserire nel libro un elemento di violenza e di inesplicabilità, di imprevedibità del pericolo moderno, la situazione di gente che vive al limite del terrore in un mondo che ha perduto il senso di una realtà coerente”. Una vera e propria ossessione per Don DeLillo per oltre una ventina d’anni e, a suo dire  “l’evento che ha influenzato tutti i miei romanzi“.

Otto anni spesi per la stesura di  Libra, con una preparazione minuziosa sul caso, raccogliendo ogni traccia, ogni indizio (un lettore riconosce nel Nicholas Branch , l’investigatore nel libro, DeLillo stesso, come scrittore che investiga, mette insieme i pezzi, si pone e pone domande), oltra alla lettura attenta dei 26 volumi del Warren Report, la summa sul caso JFK.

lee_harvey_oswaldE’ una scrittura al contempo scarna e immaginifica, quella del nostro autore, che tenta di far luce sull’inconscio degli attentatori e su quello di un’intera nazione. Una ricerca che fonde invenzione narrativa e fonti storiche con l’impossibilità di tracciare un confine tra realtà e fiction a causa del devastante impatto dei media nella sfera pubblica e privata.
Il romanzo mostra la dissoluzione dell’identità: Lee Harvey Oswald, l’attentatore principale, appare come prodotto del caos mediatico e la sua tragedia é la patologia di una cultura votata all’apparenza. Libra svela quindi la posizione del romanziere in una società dominata dal potere dei media e dalla violenza del potere stesso.

Tra le tante versioni della tragedia DeLillo sceglie quella secondo cui Oswald non é che un capro espiatorio scelto come assassino da un gruppo di rinnegati della CIA e veterani della Baia dei Porci, scontenti del Presidente dopo la fallita invasione, e che volevano compiere una sorta di falso attentato per causare una seconda invasione: “Secondo me, il suo tentativo di uccidere JFK era basato sulla fantasia. Ha permesso a forze del destino quali sogni, coincidenze, intuizioni, di trasportarlo.

Tra i tantissimi personaggi del libro il più affascinante e quello su cui tutto il focus é accentrato é proprio Oswald, morto a 24 anni, con tutte le sue contraddizioni e disperazioni e l’incongruità di un outsider che vuole trovare il suo posto nel mondo,
un frustrato pieno di rabbia che vuole entrare nella storia. Interessante notare il fatto che DeLillo sedicenne avesse vissuto a pochi isolati da Lee Harvey tredicenne, nel significativo distretto del Bronx di New York.

Don DeLillo descrive una realtà quantomai ambigua e complessa, ma la sua e’ una poetica centrata anche sulla soggettività e sull’esplorazione della coscienza e racchiude un anelito, anche se frustrato, alla dimensione trascendente, che allude a una possibilità di rigenerazione culturale. Il titolo del libro (Bilancia in italiano), si riferisce al segno zodiacale di Lee Oswald, il segno che oscilla ambiguamente tra due realtà, la capacità di essere nel mondo in modo forte, nel bene oppure nel male. Pare quasi un’allusione al fatto che Lee Oswald fosse sì un ingenuo, per molti versi, ma sicuramente non un “ignavo”.

Tornando al nostro incontro, la sua unicità rispetto ad ogni altro é stata soprattutto quella di aver speso appassionatamente due ore a parlare di un libro che quasi nessuno aveva letto: quando di dice il potere della letteratura! Il libro é piaciuto per la grandezza dello stile, l’intelligenza dello scrittore che traspare da ogni riga e dalla capacità di tessere una tela enorme comprendente tutti i -presunti- agenti del caso, intrappolati nella stessa ragnatela ma in un punti diversi e convergenti su un unico target, chi a sua insaputa, chi scientemente, ma come in una sorta di “karma” che regna al di sopra di tutti gli attori della vicenda. E’ piaciuto a chi ama la storia e a chi ama la storia americana ed e’ affascinato dalla vicenda in particolare.

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Al contrario, chi lo ha abbandonato lo ha fatto per disinteresse verso questo tipo di vicenda, o perché portato “troppo fuori strada” rispetto al proprio percorso letterario scelto. Infine, perché ritenuta una lettura troppo complicata, al limite dell’incomprensibile.

Un lettore ha particolarmente apprezzato la caratterizzazione dei personaggi e ha aperto anche un file che da ruscello si é tramutato in fiume impetuoso che ha investito tutti, lettori o astenuti, amanti o ripudianti, dando molta energia alla conversazione: la matematica applicata alla teoria del complotto. (Niente paura, tranquilli, siamo abituati: in tempi passati avevamo applicato qualche logaritmo anche ai racconti della Munroe!)
Dopodiché la parola  “complotto”  l’ha fatta da padrona e si é esteso così il discorso alle teorie complottistiche in generale, con particolare attenzione alla possibilità che siano solo montature, o meno.
Il nostro lettore matematico, infatti, basandosi su una teoria scientifica ha sostenuto l’assoluta inesistenza di alcun complotto nel caso JFK, e ha dato così il via a una serie di reazioni pro e contro molto interessanti.
Il nostro scientifico lettore ha allargato così il problema: non vi può essere ormai più letteratura né poesia che vadano contro la scienza. E, di nuovo, via con le obiezioni: una nostra lettrice ha rimarcato che, in questo modo, sarebbe venuto a cadere tutto il discorso sull’inconscio, sui sogni, sui desideri…insomma il lato emotivo e illogico imprescindibile quando si tratta dell’umano.

Da tutto il nostro argomentare é risultato un incontro molto movimentato nonostante le premesse, che parafrasando molto liberamente alcuni nostri italianissimi personaggi, Peppone e don Camillo, il comunista e il religioso ( ricordiamo la formazione culturale giovanile dell’autore presso i gesuiti) potremmo reintitolare: “Su Lee Oswald e Don DeLillo”.

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IL GIARDINO DELLE MOSCHE di Andrea Tarabbia

il-giardinoTorniamo a parlare di  Il giardino delle mosche e di Andrej Cikatilo, di cui ci siamo già occupati in questo blog nello scorso settembre  e torniamo a parlarne dopo  aver incontrato l’autore Andrea Tarabbia , in un sabato pomeriggio che abbiamo molto atteso, perché avevamo tante cose da dire e domande da fare. Sono state due ore molto intense, grazie alla disponibilità di Tarabbia,  al nostro entusiasmo e a quello del pubblico presente . Una conversazione che ha anticipato e offerto numerosi spunti per la discussione del gruppo su Il giardino delle mosche, alla quale  è dedicato questo articolo.

Il romanzo, finalista del Premio Campiello, racconta in maniera forte e diretta, la vita di Andrej Romanovic Cikatilo, serial killer russo che, dal 1978 al 1990, uccide, mutilandole, 53 persone tra uomini, donne e bambini. C’è da dire che non è la prima volta che questa storia viene raccontata: ricordiamo Il comunista che mangiava i bambini di Davide Grieco e la sua versione cinematografica dal titolo Evilenko, e il thriller Child 44 dello scrittore inglese Tom Rob Smith a cui, anche in questo caso, segue  nel 2015  la trasposizione cinematografica diretta da Daniel Espinosa. Dunque, in un certo senso il soggetto è già noto e sono molti quelli che ricordano il volto di Cikatilo, apparso nei tg e nei giornali di tutto il mondo, quando nel 1990 viene catturato e arrestato; molti ne ricordano l’immagine dietro le sbarre con indosso la camicia celebrativa delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ma Il giardino delle mosche propone rispetto a quanto è stato già detto e scritto, un nuovo punto di vista, il punto di vista di Andrej Romanovic Cikatilo. In questo senso Andrea Tarabbia traccia una linea già percorsa con il romanzo Il demone a Beslan (Mondadori, 2011), dove la strage del settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan viene raccontata da Marat Bazarev, corrispettivo letterario di Nurpasa Kulaev, unico attentatore sopravvissuto al massacro. In entrambi i romanzi, quelli che sono stati due terrificanti fatti di cronaca vengono raccontati da chi ne è stato responsabile, attraverso narrazioni in prima persona che catturano il lettore e lo obbligano a guardare con gli occhi degli assassini. Come dice Tarabbia: “Io credo che uno dei sensi ultimi della letteratura stia nello studiare e nel mostrare il mondo da un punto di vista per così dire sghembo, laterale. Provare a vedere com’è il mondo non visto frontalmente, ma di lato, da una prospettiva non comune.” (in http://www.nazioneindiana.com)

C’è subito da dire che molti di noi, come abbiamo già avuto modo di sottolineare,  sono stati catturati dalla scrittura di Tarabbia, ma ancora di più dalla vita di Cikatilo, o meglio ancora dalla sua psicosi, fulcro centrale della nostra discussione. Il caso vuole, infatti, che all’interno del nostro gruppo ci sia anche una psicoterapeuta che, per sua naturale deformazione professionale, ci ha regalato una lettura precisa della personalità di Cikatilo, non sottraendosi alle domande degli altri partecipanti, in una collettiva  rielaborazione della mente e dell’anima di quello che è stato soprannominato il mostro di Rostov.  Nell’analisi della nostra lettrice, la  psicosi di Cikatilo è imprescrutabile, è un caso unico perché in lui è possibile vedere cikatilol’inconscio, nel senso più profondo ed essenziale del termine. Ci troviamo di fronte ad uno “stadio zero”, allo stadio del cosiddetto “candore”, lo stesso a cui pensa una nostra lettrice guardando l’immagine di Cikatilo dietro le sbarre durante il processo, (con lo sguardo di un bambino), uno stadio  che viene prima dell’uomo e della sua costruzione. Cercare di capire il motivo per cui la personalità di Cikatilo si sia fermata a quel punto senza evolversi è del tutto inutile, nessuna conclusione sarebbe esaustiva, ammesso che si riesca ad arrivare ad una qualche conclusione. Nonostante ciò ci sembra che l’infanzia, descritta nella prima parte del romanzo, dal titolo La morte per fame (1936-1978), offra chiavi di lettura fondamentali: miseria estrema, una madre anaffettiva, origine di continue umiliazioni, un fratello mangiato dai vicini per fame,  la scoperta dell’impotenza e la rivelazione, con il primo omicidio nel 1978, che, nell’atto di dominare un corpo uccidendolo, Cikatilo riesce a sanare, attraverso un orgasmo, questa che è appunto la più tragica delle sue mutilazioni. Certo, sono molti gli uomini e le donne nati e cresciuti nell’Unione Sovietica degli anni Trenta con vite e destini identici a quella di Cikatilo, e che non sono divenuti serial killer, e qui dunque torniamo al mistero intorno all’origine della sua “follia”, impossibile da decifrare. Quello che appare interessante notare, da un punto di vista della psicoanalisi,  continua la nostra lettrice, è che Cikatilo sia stato “addestrato” senza essere però “educato” e questo addestramento gli ha permesso di adattarsi alla società, sposandosi e avendo dei figli dei quali si è preso cura grazie al lavoro. Se è vero, infatti, che Cikatilo è stato un feroce assassino è anche vero che è stato un lavoratore, un sostenitore della causa comunista e soprattutto un padre di famiglia, come tanti altri: ” Ho portato Jurij e Ljudmila a scuola e per loro è stato il più grande dei regali. Io sono un buon padre, lo sono sempre stato: non ho mai fatto nessun tipo di male ai miei figli, mai. Li ho aiutati e consigliati, ho fatto i compiti insieme a loro quando ne avevo tempo e ho dato loro di che vivere. […] Il più grande dei miei desideri  è poterli incontrare ancora una volta, potermeli trovare davanti, … e poter dire. ” Ragazzi miei, figli miei, questo è vostro padre, questo è ciò che sono diventato”.

Nella seconda parte della nostra conversazione, abbiamo spostato l’attenzione dal personaggio Cikatilo alla scrittura di Tarabbia, al modo in cui  ha deciso di raccontare la vita e gli orrori del “mostro di Rostov”. La descrizione degli omicidi, delle mutilazioni e anche degli episodi di cannibalismo sono descritti fin nei minimi dettagli, destando raccapriccio in una nostra lettrice,  arrivata al limite della sopportazione fisica, quasi al punto di vomitare e costretta ad abbandonare il romanzo, poco dopo un centinaio di pagine. C’è nella scrittura, ci dice la nostra lettrice, l’intenzione dell’autore di voler fare appello alla componente  morbosa e voyeur del lettore; il male esiste, lo sappiano, ma non per questo deve essere esposto in questo modo, quasi gettato addosso al lettore. Personalmente la nostra lettrice rifiuta un tipo di letteratura di questo tipo, e se da una parte riconosce la bravura di Andrea Tarabbia nel raccontare la vita e gli orrori di Cikatilo, allo stesso tempo ne sottolinea una grande debolezza, quella di rendere tutto “bello” e accattivante grazie ad una scrittura perfetta. In altre parole in Il giardino delle mosche, la storia di Cikatilo e gli orrori che ha compiuto, proprio perché raccontati con uno stile e una forma impeccabili, ne escono in qualche modo “edificati” e la domanda che la nostra lettrice ci pone è: si può scrivere qualsiasi cosa, solo perché si è  bravi scrittori? Non esiste forse una responsabilità dello scrittore rispetto al lettore, un’etica della letteratura? A queste domande però ne seguono automaticamente altre che chi scrive sintetizza in questo modo:   in che rapporto l’eventuale responsabilità dello scrittore si lega alla libertà e all’urgenza di raccontare una storia piuttosto che un’altra? Mettiamo da parte per un attimo Il giardino delle mosche,  e chiediamoci, con una provocazione: Nabokov, quando ha scritto Lolita, si è sentito investito di una qualche responsabilità rispetto ai suoi lettori? Ha pensato a loro e ai loro probabili turbamenti anche solo per un attimo? Intorno a questi interrogativi, si potrebbe discutere per ore.

tarabbiaPer tornare ad Andrej Cikatilo, la maggioranza di noi non intravede nell’autore alcun intento morboso; c’è nel racconto un profondo lavoro di ricerca e di lettura degli atti processuali che sono confluiti nelle pagine del romanzo, nell’intento di descrivere ciò che è realmente accaduto. D’altra parte ci sembra che sarebbe stato poco realistico dare la parola a Cikatilo e pensare che non avrebbe raccontato le azioni, terribili, che ha compiuto. Non siamo infatti di fronte ad un’opera di finzione, in cui l’autore inventa per il puro gusto di inventare, ma una biografia e i fatti,  non si possono cancellare, nascondere o peggio ancora censurare. Come dice lo stesso Tarabbia in un’intervista: “non si poteva far finta che in una confessione non rientrassero anche certi particolari molto violenti. In generale credo che la violenza non vada nascosta, a patto che non sia esibita in modo gratuito. (www.nazioneindiana.com) E ancora “sono convinto che la vera immoralità non è dipingere l’uomo per quello che è, in tutta la sua complessità, ma dipingerlo per quello che non è.” ( http://www.linkiesta.it)

Il ruolo della letteratura non è quello di consolare, confortare e dare risposte; al contrario deve disturbare, maltrattare il lettore, “mettere in discussione i nostri tabù, superare i nostri limiti“, “tenerci svegli la notte e cambiarci la giornata” ( http://www.linkiesta.it). Questo ci sembra che faccia Il giardino delle mosche.

Per leggere il post dedicato al Premio Campielloqui
Per rivedere l’incontro con Andrea Tarabbia:  qui

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L’AMANTE di Abraham Yehoshua

amanteHa uno sguardo gentile Abraham B. Yehoshua, a guardarlo nelle numerose foto che popolano la rete, e fa subito pensare ad un nonno mite e premuroso;  forse non si direbbe  che davanti ai suoi occhi siano passati “in diretta” ottantanni dell’eterno conflitto israelo-palestinese, con tutta l’ inevitabile portata di dolore e di disperazione,  di speranza e disillusione.  Un conflitto mai risolto, che dalle sue origini alla fine dell’Ottocento ha mutato la geo-politica del Medio Oriente, ma, soprattutto, è entrato nel DNA dei palestinesi e degli israeliani, condizionando in maniera definitiva le loro vite.
In Yehoshua, come nella totalità degli scrittori israeliani, la guerra è inevitabilmente dentro la scrittura, e lo è anche in L’amante, romanzo proposto da un nostro lettore per la molteplicità degli spunti che offre, aprendo alla possibilità di una discussione su più piani e su diversi temi. E così è stato, abbiamo avuto un confronto ampio, ricco di suggestioni e di intuizioni.

Veniamo dunque al romanzo. Nella Haifa del 1973,  l’autore apre il sipario sulle vite di Adam, ricco proprietario di una grande officina e “pater familias” della maggioranza dei personaggi,  della moglie Asia, “grigia” (come la definisce Adam) intellettuale appassita dal tempo e dalla noia, sulla figlia ribelle Dafi, sul suo giovane operaio arabo Na’im, e sull’ultracentenaria Vaduccia. E poi Gabriel, l’amante scomparso, presente perché assente, che lega in maniera sottile ma potente tutte queste vite, questi universi umani lontani eppure vicinissimi. Sullo sfondo, il conflitto, che però è ovunque ed entra nelle case, con la normalità che devasta e lascia indifferenti allo stesso tempo e “nascosto in bella vista” un bambino sordo che muore troppo presto attraversando la strada, il bambino di Adam e Asya. Questa in breve la storia e se è vero, come dice Yehoshua in una recente intervista, che “la letteratura permette di esprimere idee complesse, non come discorso filosofico, ma dando vita e voce a personaggi veri e narrando situazioni esistenziali”, L’amante  è un esempio magistrale di come attraverso i pensieri, i sogni, i desideri e le paure dei personaggi e dei loro destini venga a galla il grande tema del rapporto tra popoli diversi, tra israeliani e palestinesi nel caso specifico, e quello delle relazioni personali. La Storia del paese si mescola con le storie familiari, perché queste due cose sono inscindibili. Questo assunto appare chiaro a tutti noi fin dall’inizio: “da quando nell’ultima guerra ci hanno ucciso il professore di matematica e ci hanno fatto arrivare quel bamboccio dal Politecnico, io ho troncato i rapporti con quella materia”, dice Dafi, perchè la guerra è inevitabilmente entrata in classe.

a_yehoshua-447x297Dopo la morte del loro bambino, Adam e Asya cercano un equilibrio, nella felicità e nell’infelicità, e Gabriel, l’amante, si inserisce in questa ricerca offrendo ad Asya la possibilità di una riemersione dal torpore in cui è finita, e ad Adam di riscoprire la passione per il proprio lavoro quando Gabriel arriva con una vecchia Morris da sistemare. Gabriel è per entrambi il motore che rimette in moto le loro vite, sottolinea una nostra lettrice, ed è il motore di tutto il romanzo. Da tempo Adam e Asya vivono in uno stato di immobilità, non sono felici ma neanche disperati e vanno avanti così, giorno dopo giorno. Di Asya, in realtà veniamo a sapere molto poco, è misteriosa, è un personaggio “inespresso”, parla esclusivamente attraverso la lingua dei suoi particolarissimi sogni, a volte allegi ma a volte terribili, grazie ai quali vive in un mondo a parte; Asya è anche l’intellettuale contrapposta ad Adam, che è invece l’uomo del fare, del lavoro manuale ed entrambi sono due “pezzi” della società israeliana, fa notare una lettrice. Adam, sottolinea un altro lettore, è un personaggio vero, autentico, fa da padre a tutti ed è per tutti un punto di riferimento, anche nelle sue debolezze.

Attraverso la forma narrativa del punto di vista multiplo (ogni capitolo è raccontato da un personaggio diverso e situazioni identiche vengono filtrate da occhi diversi), Yehoshua disegna anche le storie di tutti gli altri, come Dafi e Na’im che man mano che la storia procede diventano sempre più protagonisti e Na’im, che se all’inizio del romanzo è un ragazzo, si ritrova poi uomo nelle pagine conclusive. Entrambi, diversamente dagli altri, sono ancorati alla realtà, Dafi nel suo mondo e in continuo conflitto con gli insegnanti, Na’im che, nel suo rapporto sia con Adam che con Dafi,  concretizza le reali difficoltà di comunicazione tra arabi ed ebrei, difficoltà fitte di pregiudizi e luoghi comuni. Perchè è prima di tutto nella quotidianità che viene fuori tutta la complessità del rapporto tra israeliani e palestinesi. Vaduccia è la nonna di Gabriel, che all’inizio della storia è in coma e di lei conosciamo i pensieri tradotti con una lingua e una sintassi apparentemente sconnesse ma piene di senso e di verità;  poi, dopo il risveglio, Valduccia torna ad avere l’energia, la vitalità e l’entusiasmo di una ragazzina. Per via dell’età, questa nonna del romanzo è l’autentica memoria storica del suo paese e del popolo ebraico e la sua storia è di sicuro la più irreale tra tutte quelle narrate.

Concordiamo nel dire che su tutta la storia lascia trasparire una profondità leggera, perché profondo è il tema della guerra e dei conflitti culturali, ma è leggera la scrittura di Yahoshua, è surreale e grottesca, ironica e a tratti divertente. E’ profondo il tema della morte che tutti, a modo loro, hanno vissuto, fa notare una lettrice, ma allo stesso tempo dopo la morte arriva la rinascita che in L’amante, tratteggia sempre la nostra lettrice, è data dall’eros,  forza primigenia che attraversa questo romanzo e che ad ogni passo lascia nuova vita e nuova energia. Un romanzo che trabocca amore, in Asya come in Adam, in Dafi come in Na’im, che parte come pura storia familiare, per spostarsi poi sul mondo onirico di Asya e infine diventare un’incredibile metafora della società e della storia israeliane, aggiunge un’altra lettrice.

Se lo stile polifonico privo di una voce narrante unitaria mette in evidenza la drammatica incomunicabilità che regna tra tutti i personaggi, fa notare un lettore, è anche vero che ci sembrano tutti personaggi molto positivi, che tentano di andare verso una possibilità di normalità in un luogo in guerra da sempre.

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SEMBRAVA IL PARADISO di John Cheever

sembrava“Prendete un personaggio che incarna la classe media, magari un uomo sulla cinquantina che è appena tornato a casa sporco di grasso dopo una faticosa giornata di lavoro in officina. Ora mettete insieme a lui una donna, sua moglie, e cominciate a farli dialogare in maniera concisa e colloquiale circa un problema comune, un fatto assolutamente non eccezionale: potrebbe essersi rotto all’ improvviso un elettrodomestico, oppure potrebbe essere arrivato il nuovo sollecito della bolletta del gas, […]. Raccontate la storia senza molti orpelli, siate parsimoniosi con gli avverbi e rinunciate alle descrizioni dettagliate degli ambienti e dei protagonisti. Bandite infine le introspezioni psicologiche, eppure fate in modo che, attraverso un linguaggio essenziale, affiorino paure, dubbi, domande esistenziali. Concentrate il tutto nello spazio di qualche pagina, stando attenti a prendere una direzione precisa ma allo stesso tempo a non offrire tante risposte. Mettetevi ora dalla parte del lettore, che dovrà sentirsi catturato dalle singole frasi, anche se semplici, da parole che gli capita di sentire ogni giorno, da una narrazione scarna e diretta. Ecco, ciò che ne risulta potrebbe essere l’esempio di un racconto minimalista” (tratto da http://www.sulromanzo.it/blog/il-minimalismo-in-letteratura-ieri-e-oggi). Da questa semplice ma efficace definizione del romanzo minimalista è iniziata la nostra conversazione su John Cheever e il suo Sembrava il paradiso (Feltrinelli, 2014), pubblicato nel 1982, solo quattro mesi prima della scomparsa del suo autore. Protagonista è  un vecchio gentiluomo, Lemuel Lears, due volte vedovo ma ancora solare e curioso verso le cose del mondo, che vive in un paesino  del New England, dove non ci sono ancora fast-food e  dove il “paradiso” è rappresentato dal laghetto Bentley dove Lemuel ama pattinare d’inverno, luogo d’incanto che è però destinato a scomparire sulla scia della speculazione edilizia e dell’inquinamento. Su questo sfondo, in un avanzare apparentemente innocuo e semplice, Cheever mette in scena un intreccio in cui trovano spazio una appassionata relazione di Lemuel con Renee, una bella ma sfuggente agente immobiliare, le battaglie ambientaliste per salvare il lago, i ricordi del passato e le emozioni di un presente più intenso e vivo che mai.

Alla sua uscita, la critica ha salutato questo racconto lungo con grande entusiasmo, come l’ennesima opera di uno scrittore considerato fin dai suoi esordi lo straordinario cantore della provincia americana, delle sue contraddizioni, delle sue miserie e del dolore del vivere quotidiano. La vita dello scrittore americano, che ritroviamo raccontata nei suoi diari, del resto ci dice soprattutto delle contraddizioni che hanno  caratterizzato l’esistenza di Cheever, l’amore per la famiglia e l’incontenibile  infedeltà,  la bisessualità vissuta con profondi sensi di colpa per buona parte della vita, i problemi con l’alcolismo, il suo volere essere prima di tutto un buon padre, e l’inadeguatezza che gli derivava  dall’umile famiglia di origine;  ci dice soprattutto del dialogo serrato dello scrittore con se stesso, della solitudine profonda di un uomo che,  è stato molto amato, ma allo stesso tempo profondamente solo. Cheever aveva conosciuto il dolore e il peccato, ed è stato capace per questo di celebrare la grazia con la sua opera, lui,  il padre letterario dei migliori racconti del Novecento americano, vincitore di un premio Pulitzer, lo scrittore che ha avuto  l’audacia di raccontare sì il dolore, ma anche la serenità e  addirittura la felicità, grazie ad una visione incantata delle cose, all’amore per la bellezza dell’esistente, alla capacità di guardare ai fenomeni minuscoli e invisibili per molti. Come scrisse lui stesso in uno dei suoi racconti (The Jewels of the Cabots) “i bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affogano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minori vengono estratti da sottoterra.” Dalla disperazione al lieto fine, questa è  la scrittura di John Cheever, attraversata da una dose incontenibile di ironia che riporta a galla la comicità delle convenzioni e della convivenza sociali.

john-cheeverE la grande ironia che irrompe anche in Sembrava il paradiso è ciò che ha colpito il nostro gruppo di lettura, c’è ironia in ogni riga, insieme alla lievità e all’allegria che attraversano tutta la storia. Una lettura che è stata, secondo una nostra lettrice,  una buona compagnia, per l’atmosfera della provincia americana , per la tenerezza che ispira Lemuel (alter ego di Cheever?) con il dono di appassionarsi ancora alle cose della vita, come l’amore per le donne e la difesa appassionata del laghetto Bentley trasformato in un discarica. Da un vecchio come lui ci si aspetterebbe una specie di resa all’età che avanza, e invece no, Sears non rinuncia alla vita, va avanti con l’energia, con la gioia di tutta un’esistenza. Una scrittura che fa respirare, aggiunge un lettore, dove sembra di toccarla la felicità per l’amore che inizia, per l’attaccamento tenace alla vita, rimedio alla paura della vecchiaia e della morte.

Una narrazione che è come un sogno e arrivati alla fine è come risvegliarsi, sottolinea una lettrice, che ha amato il libro e apprezzato la scrittura; tragicomico per qualcun altro, che lascia perplessi nella descrizione di situazioni a volte assurde e paradossali, nel tracciare una serie di storie parallele che però non si ricongiungono mai, come forse ci si aspetterebbe. Ma come disse lo stesso Cheever: “Io non lavoro con la trama. lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni, i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate.” Sembrava il paradiso non ha una trama ben precisa, abbiamo una serie di situazioni, anche sconnesse tra loro e questo è uno dei motivi di delusione di alcuni nostri lettori. Due le detrattrici forti. Il minimalismo di Cheever corre il rischio di apparire inconsistente, di trattare argomenti privi di un qualche interesse per il lettore e per questo una nostra lettrice lo ha trovato vuoto e sconnesso, incapace di comunicare qualsiasi cosa, non c’è romanzo, semplicemente, e anche la scrittura è priva di qualsiasi valore. Sullo stesso tono un’altra nostra lettrice, che mette sul tavolo l’idea che se un autore ha un messaggio da mandare, questo deve poter arrivare a tutti. E invece no, perché se così fosse, di un libro avremmo tutti la stessa idea quando invece ogni lettore ha la sua personale percezione di una storia. La discussione su Sembrava il paradiso ne è per noi l’ennesima prova.

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PREMIO CAMPIELLO. Anche noi nella giuria!

Arriva una telefonata dalla Segreteria del Premio Campiello e tutto ha inizio, con il coinvolgimento di cinque componenti del nostro Gruppo di lettura nella Giuria dei Trecento Lettori della 54/a edizione di uno dei premi letterari più prestigiosi dedicati alla narrativa italiana.

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E’ stata una bellissima avventura per noi, entrata nel vivo quando il 27 maggio la Giuria dei Letterati ha votato la cinquina finalista e ha “svelato” i titoli con cui poi avremmo trascorso buona parte dell’estate. Perchè questa per noi è stata l’estate del Campiello, al mare,  in montagna, nelle pause lavoro, in attesa di essere serviti al ristorante, al parco con i figli, in vacanza lavoro ad Oxford con gli studenti o nella pace dei boschi della Finlandia. Insomma nei luoghi più diversi ma sempre con in mano un “Campiello”, sempre con un occhio sui cinque romanzi che in questa edizione 2016 sono stati Le cose semplici di Luca Doninelli,   Il giardino delle mosche di Andrea tarabbia, La prima verità di Simona Vinci ,  Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy e  Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante. Abbiamo trascorso con loro molte ore, attenti a mantenere il segreto sulla nostra partecipazione alla Giuria, come vuole il regolamento del Premio, e soffrendo un po’ del fatto di non poterci confrontare con gli altri giurati, visto che nessuno di noi  sapeva chi fossero. All’inizio ci siamo concentrati sulla lettura e sulle storie di  Angela, Maria Rosa, Andrej, Alessandro, Dodò e Chantal, i protagonisti di questi cinque romanzi; ci siamo emozionati, annoiati e persi, abbiamo provato fastidio per alcuni e brividi per altri. Poi abbiamo sentito la responsabilità del voto, chi convinto fin da subito di quale romanzo avrebbe votato chi invece ha meditato di più, perché più storie lo hanno coinvolto e appassionato. Finalmente dopo il voto ci siamo rilassati, ma solo per poco, fino a quando non è arrivata l’ansia dell’ attesa di conoscere il vincitore.

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Con la complicità della Biblioteca che ci ha “selezionati”  ci siamo incontrati il 10 settembre scorso per la cerimonia della Premiazione Finale, tutti e cinque, ed è stata una serata indimenticabile, avevamo tante cose da di dirci, avevamo decine di pagine di appunti nella mente accumulati nel corso dell’estate. Ma soprattutto è successa una cosa inaspettata: abbiamo tirato fuori dalla borse il nostro “vincitore”, lo abbiamo sistemato su un tavolo accanto al nostro nome e, magia, ci siamo accorti che avevamo votato tutti per lo stesso romanzo, Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia.  Il racconto del male dal punto di vista del male, un romanzo disturbante, un capolavoro assoluto che ci ha cambiati, in altre parole il nostro personale vincitore della 54/a edizione del Premio Campiello. Ne parleremo ancora in questo blog.

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IL PAESE DELLE NEVI di Yasunari Kawabata

paese neviLa prossima settimana il nostro gruppo di lettura torna a riunirsi dopo una breve pausa estiva e lo fa all’insegna di John Cheever e del suo romanzo breve Sembrava il paradiso. Nel frattempo però torniamo a dove eravamo rimasti, ovvero alla nostra ultima lettura,  Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata. Dopo La maschera di Mishima e Kafla sulla spiaggia di Murakami, siamo al terzo incontro con la narrativa giapponese del Novecento e una cosa ci sembra molto chiara, ovvero che il panorama letterario nipponico è infinitamente vario e caratterizzato da un immaginario  non sempre immediato agli occhi di un lettore occidentale. Ma forse è proprio questo il suo fascino. Non a caso tutta la poetica di Kawabata è costruita sulla volontà dell’autore di preservare l’identità culturale del Giappone, soprattutto attraverso la conservazione dell’ideale di bellezza, che lo scrittore mira a diffondere in occidente, in particolare dalla fine degli anni Quaranta, attraverso il Pen Club, come reazione alle immagini di distruzione del secondo conflitto mondiale.

La scrittura di Il paese delle nevi inizia nel 1934 e viene completata con la pubblicazione del romanzo solo nel 1948, dopo una serie , di correzioni e riscritture e racconta del soggiorno di Shimamura, ricco esteta di Tokyo amante della cultura e del vizio, nel modesto centro termale del Paese delle Nevi, immerso in un ambiente naturale puro e irreale, una sorta di paradiso terrestre. Durante il soggiorno Shimamura vive una storia d’amore  con Komako, una geisha del piccolo borgo, una geisha di montagna, ben diversa da quelle di Tokyo, una ragazza che nel paese veste con “Pantaloni da montagna” e che di sera presta servizio negli alberghi. Nell’incontro tra Shimamura e Komaco, distaccato lui, più intensa e profonda lei nella totale dedizione all’amato amato,  Kawabata descrive, con uno stile elegante, lineare e apparentemente semplice, la complessità delle relazioni e le loro incertezze, il desiderio mai appagato, le emozioni sospese e sempre sfuggevoli, che svaniscono non appena vengono percepite.

yasunari_kawabata_c1932La scena di apertura del romanzo lascia molti di noi senza fiato per la bravura di Kawabata, per la raffinatezza della  scrittura:  Shimamura, il protagonista, è in viaggio in treno verso il paese delle nevi. Davanti a lui, nello scompartimento, una ragazza assiste un uomo  molto malato e Shimamura, probabilmente per non farsi coinvolgere, segue la scena attraverso il riflesso del vetro del finestrino. Per rimanere al di fuori e osservare dall’esterno, caratteristica questa che ritroveremo sempre in Shimamura fino alla fine del romanzo, come a dire che tra la realtà e il suo riflesso, Shimamura sceglierà sempre il riflesso, evitando di farsi coinvolgere dalle situazioni (e dalle persone) che lo circondano. Il lettore è in un certo senso messo in guardia.

Al di là di questa immagine iniziale, il nostro entusiasmo per Il paese delle nevi è stato molto misurato, nonostante ci siamo trovati di fronte al romanzo che ha valso a Kawabata il Premio Nobel per la letteratura nel 1968. L’universo delle geishe, figure fondamentali nella cultura giapponese, è ciò che più ci ha colpito e interessato, anche se Komaco, personaggio per il quale Kawabata trae ispirazione da una donna a cui è stato legato sentimentalmente, in qualche modo sembra tradire la figura tradizionale della geisha, che è un’artista e un’intrattenitrice con abilità nella danza, nella musica e nel canto. Komaco, sottolinea una lettrice, tradisce la sua funzione, ovvero l’aspirazione alla purezza e alla spiritualità. Ma siccome la cultura giapponese, come si diceva all’inizio, è un mistero per molti occidentali, nelle nostre ricerche pre e post lettura siamo venuti a conoscenza dell’esistenza della cosiddetta onsen geisha, la “geisha delle terme” che, come Komaco, lavora negli stabilimenti termali del Giappone, e si esibisce per pubblici molto vasti e per questo viene considerata dai giapponesi alla stregua delle prostitute. Komaco rappresenta il mondo delle onsen geishe, con comportamenti poco raffinati, come ad esempio l’ubriacarsi. Ma Shimamura fugge dalla città, fugge dalla famiglia e cerca ristoro e sollievo proprio in una località lontana e diversa da Tokyo, perché ha bisogno di vivere esperienze diverse, sottolinea un lettore,  anche se poi della vita di Shimamura l’autore non disvela molto all’infuori dei suoi interessi estetici.

Una narrazione interessante, ma non entusiasmante, una lettura facile da dimenticare per una lettrice, ad eccezione della parte iniziale profondamente poetica, un libro “vuoto” fa eco un’altra lettrice; un romanzo inafferrabile, nel senso negativo del termine, dove manca approfondimento psicologico, sintetizza una lettrice, e ciò che rimane è la malinconia e la tristezza che il Giappone è capace di trasmetterle ogni volta; una storia rumorosa e confusionaria, dove il silenzio capace di parlare tipico di altre opere di Kawabata non c’è, e dove invece trova spazio il voyeurismo.

filmMa come spesso accade nei nostri incontri, c’è anche questa volta una voce nettamente fuori dal coro. Quella di un lettore che ha trovato Il paese delle nevi emozionante, una scoperta, ma del quale è possibile cogliere per noi solo ciò che è in superficie. Un romanzo che gioca sul non detto e sul non fatto, sulla continua allusione e sul desiderio amoroso che non trova mai appagamento, dove tutto ciò che riguarda la natura umana sfugge e svanisce tra le pagine. Un romanzo che ruota tutto intorno a ciò che è implicito, che crea anche una forma di tensione, man mano che ci si avvicina al finale. Ma se da una parte la storia non è completamente rivelata ma soltanto evocata,  dall’altra c’è invece il paesaggio naturale, grande protagonista di Il paese delle nevi, sfondo “in primo piano” della storia, uno spazio per niente sfuggente, anzi ben definito, forte e presente, aggiunge una lettrice, bellissimo e luogo del riscatto da ogni bruttezza umana.

Nota: la foto in basso ritrae una scena del film tratto dal romanzo, uscito in Giappone ma, sembra, mai arrivato in Occidente.

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L’ULTIMO ARRIVATO di Marco Balzano

LUltimoArrivato_BalzanoSul tema dell’emigrazione interna da Sud a Nord dell’Italia che ha caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato detto e scritto molto, ma sul fenomeno dell’emigrazione precoce di ragazzini verso le città settentrionali si sa molto meno. Lo scrittore Marco Balzano nel suo L’ultimo arrivato (Sellerio, 2014)  racconta, attraverso il personaggio di Ninetto Giacalone, la storia di migliaia di bambini e del loro destino comune, fatto spesso di fatica e dolore. Ninetto, detto Pelleossa, cresce negli anni Cinquanta a San Cono, in un piccolo paese dell’entroterra siciliano, ci sono povertà e fame, c’è una madre in una casa di cura per un colpo apoplettico e un padre inadatto a fare il padre. L’unico spiraglio di luce è offerto dal maestro elementare, figura centrale nella vita di Ninetto, ma non basta e l’unica via d’uscita per lui è andare via, andare al Nord, a Milano precisamente, che promette, grazie al boom economico, ricchezza e benessere per tutti. Ma l’impatto con la realtà è diverso, e su questa realtà, fatta di fatica e sfruttamento, si infrangono i sogni di Pelleossa. Dopo i primi anni in cui Ninetto cerca di arrangiarsi come può, fanno seguito il matrimonio con Maddalena, sposa bambina,e trent’anni alla catena di montaggio. In mezzo a tutto ciò un episodio che gli cambia la vita, un gesto di violenza che lo porta a scontare dieci anni di carcere.  E poi la solitudine del dopo l’uscita e la necessità di ricostruire le relazioni sociali e ancor prima quella familiare con la figlia Elisabetta.

Il romanzo di Balzano, vincitore del Premio Campiello 2015, racconta il destino di una generazione, e nella storia romanzata dei suoi personaggi, ricostruisce le vite di molti, grazie soprattutto ad un lungo lavoro di ricerca, basato sulla raccolta di numerose interviste e testimonianze di quei bambini che sono scappati dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia e che oggi sono dei nonni con il desiderio di raccontare le loro vite di migranti, veri e propri serbatoi umani di memorie necessarie per ricostruire un periodo fondamentale della storia d’Italia.

Marco_BalzanoE’ proprio dalla spinta al racconto di Ninetto che siamo partiti, dal suo bisogno di condividere la propria storia,  perché  “arrivano dei momenti in cui non hai nient’altro che la tua storia a cui aggrapparti”, perché raccontare equivale ad esistere, fino a decidere di accompagnare la nipotina dei luoghi, anche degradati, della sua infanzia per mostrarle un pezzo della sua vita. Commuove Ninetto, fa tenerezza, è una vittima degli eventi, non si può non volergli bene, sottolinea un lettore. E poi abbiamo apprezzato e amato il personaggio del maestro, che inizia Ninetto al mondo della lettura e della letteratura, come a dire che, in un contesto sociale di povertà e degrado, la scuola ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto perché, sottolinea una lettrice, il maestro ha avuto considerazione per Ninetto, quando nessuno era interessato a lui e alla sua esistenza. Una lettrice fa notare alcune assonanze con la scrittura di Teobaldi nella descrizione di un  mondo provinciale fatto di luoghi e persone con frasi brevi e dirette, ma straordinariamente belle. E così arriviamo alla lingua che abbiamo apprezzato più o meno tutti: una lingua ibrida ricca di suggestioni dialettali, una lingua fresca e vivace, viva, musicale e vicina al parlato. La lingua di un bambino che ha sempre amato le parole e che voleva diventare un poeta, una lingua ironica in una narrazione in cui si piange e si ride allo stesso tempo. C’è emozione, crudeltà, ironia e dolcezza nella storia Ninetto che però, fa notare un lettore, è pervaso da troppo buonismo, ha comprensione per tutto e per tutti, quando è ancora un bambino, quando è un da adulto in carcere, quando esce e torna in famiglia, su temi come l’omosessualità, l’adozione e nella considerazione che ha per lo straniero.

Ninetto è anche figlio di decenni di alienante catena di montaggio, fa notare una lettrice, un mestiere, quello dell’operaio, che è stato addirittura peggiore del carcere, e attraverso lui  Balzano rappresenta la fatica del vivere, di quel vivere da “reietto e squalificato”, anche se lo fa attraverso l’uso di numerosi clichè e stereotipi che riguardano il Nord quanto il Sud, affollando il racconto di situazioni talvolta stucchevoli. Sottolinea una lettrice che se l’infanzia di Ninetto è interessante perché mette in risalto le risorse straordinarie di cui sono dotati i bambini per mettersi al riparo dal dolore, noiosa e patinata sembra la descrizione dell’età adulta.

Ci siamo soffermati su un tema che ci è sembrato importante nella storia, quello dell’errore e del perdono, e su quanto l’errore che conduce Ninetto in carcere rappresenti la sua vita e il suo carattere. Certo, un uomo non è il suo errore, non solo almeno, ma la violenza di cui è protagonista Ninetto è parte di un suo più ampio modo di rapportarsi con l’altro, e questo fin da bambino, fin da quando ha dovuto armarsi per difendersi dal mondo degli adulti. Il coltello tenuto sempre in tasca è stato la sua coperta di Linus, che ad un certo punto lo tradisce e lo condanna. Aspirare al perdono  è un lusso che Ninetto si concede, consapevole però che “perdonare non è una qualità del mondo, non bisogna essere dottori per saperlo”.

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