PREMIO CAMPIELLO. Anche noi nella giuria!

Arriva una telefonata dalla Segreteria del Premio Campiello e tutto ha inizio, con il coinvolgimento di cinque componenti del nostro Gruppo di lettura nella Giuria dei Trecento Lettori della 54/a edizione di uno dei premi letterari più prestigiosi dedicati alla narrativa italiana.

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E’ stata una bellissima avventura per noi, entrata nel vivo quando il 27 maggio la Giuria dei Letterati ha votato la cinquina finalista e ha “svelato” i titoli con cui poi avremmo trascorso buona parte dell’estate. Perchè questa per noi è stata l’estate del Campiello, al mare,  in montagna, nelle pause lavoro, in attesa di essere serviti al ristorante, al parco con i figli, in vacanza lavoro ad Oxford con gli studenti o nella pace dei boschi della Finlandia. Insomma nei luoghi più diversi ma sempre con in mano un “Campiello”, sempre con un occhio sui cinque romanzi che in questa edizione 2016 sono stati Le cose semplici di Luca Doninelli,   Il giardino delle mosche di Andrea tarabbia, La prima verità di Simona Vinci ,  Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy e  Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante. Abbiamo trascorso con loro molte ore, attenti a mantenere il segreto sulla nostra partecipazione alla Giuria, come vuole il regolamento del Premio, e soffrendo un po’ del fatto di non poterci confrontare con gli altri giurati, visto che nessuno di noi  sapeva chi fossero. All’inizio ci siamo concentrati sulla lettura e sulle storie di  Angela, Maria Rosa, Andrej, Alessandro, Dodò e Chantal, i protagonisti di questi cinque romanzi; ci siamo emozionati, annoiati e persi, abbiamo provato fastidio per alcuni e brividi per altri. Poi abbiamo sentito la responsabilità del voto, chi convinto fin da subito di quale romanzo avrebbe votato chi invece ha meditato di più, perché più storie lo hanno coinvolto e appassionato. Finalmente dopo il voto ci siamo rilassati, ma solo per poco, fino a quando non è arrivata l’ansia dell’ attesa di conoscere il vincitore.

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Con la complicità della Biblioteca che ci ha “selezionati”  ci siamo incontrati il 10 settembre scorso per la cerimonia della Premiazione Finale, tutti e cinque, ed è stata una serata indimenticabile, avevamo tante cose da di dirci, avevamo decine di pagine di appunti nella mente accumulati nel corso dell’estate. Ma soprattutto è successa una cosa inaspettata: abbiamo tirato fuori dalla borse il nostro “vincitore”, lo abbiamo sistemato su un tavolo accanto al nostro nome e, magia, ci siamo accorti che avevamo votato tutti per lo stesso romanzo, Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia.  Il racconto del male dal punto di vista del male, un romanzo disturbante, un capolavoro assoluto che ci ha cambiati, in altre parole il nostro personale vincitore della 54/a edizione del Premio Campiello. Ne parleremo ancora in questo blog.

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IL PAESE DELLE NEVI di Yasunari Kawabata

paese neviLa prossima settimana il nostro gruppo di lettura torna a riunirsi dopo una breve pausa estiva e lo fa all’insegna di John Cheever e del suo romanzo breve Sembrava il paradiso. Nel frattempo però torniamo a dove eravamo rimasti, ovvero alla nostra ultima lettura,  Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata. Dopo La maschera di Mishima e Kafla sulla spiaggia di Murakami, siamo al terzo incontro con la narrativa giapponese del Novecento e una cosa ci sembra molto chiara, ovvero che il panorama letterario nipponico è infinitamente vario e caratterizzato da un immaginario  non sempre immediato agli occhi di un lettore occidentale. Ma forse è proprio questo il suo fascino. Non a caso tutta la poetica di Kawabata è costruita sulla volontà dell’autore di preservare l’identità culturale del Giappone, soprattutto attraverso la conservazione dell’ideale di bellezza, che lo scrittore mira a diffondere in occidente, in particolare dalla fine degli anni Quaranta, attraverso il Pen Club, come reazione alle immagini di distruzione del secondo conflitto mondiale.

La scrittura di Il paese delle nevi inizia nel 1934 e viene completata con la pubblicazione del romanzo solo nel 1948, dopo una serie , di correzioni e riscritture e racconta del soggiorno di Shimamura, ricco esteta di Tokyo amante della cultura e del vizio, nel modesto centro termale del Paese delle Nevi, immerso in un ambiente naturale puro e irreale, una sorta di paradiso terrestre. Durante il soggiorno Shimamura vive una storia d’amore  con Komako, una geisha del piccolo borgo, una geisha di montagna, ben diversa da quelle di Tokyo, una ragazza che nel paese veste con “Pantaloni da montagna” e che di sera presta servizio negli alberghi. Nell’incontro tra Shimamura e Komaco, distaccato lui, più intensa e profonda lei nella totale dedizione all’amato amato,  Kawabata descrive, con uno stile elegante, lineare e apparentemente semplice, la complessità delle relazioni e le loro incertezze, il desiderio mai appagato, le emozioni sospese e sempre sfuggevoli, che svaniscono non appena vengono percepite.

yasunari_kawabata_c1932La scena di apertura del romanzo lascia molti di noi senza fiato per la bravura di Kawabata, per la raffinatezza della  scrittura:  Shimamura, il protagonista, è in viaggio in treno verso il paese delle nevi. Davanti a lui, nello scompartimento, una ragazza assiste un uomo  molto malato e Shimamura, probabilmente per non farsi coinvolgere, segue la scena attraverso il riflesso del vetro del finestrino. Per rimanere al di fuori e osservare dall’esterno, caratteristica questa che ritroveremo sempre in Shimamura fino alla fine del romanzo, come a dire che tra la realtà e il suo riflesso, Shimamura sceglierà sempre il riflesso, evitando di farsi coinvolgere dalle situazioni (e dalle persone) che lo circondano. Il lettore è in un certo senso messo in guardia.

Al di là di questa immagine iniziale, il nostro entusiasmo per Il paese delle nevi è stato molto misurato, nonostante ci siamo trovati di fronte al romanzo che ha valso a Kawabata il Premio Nobel per la letteratura nel 1968. L’universo delle geishe, figure fondamentali nella cultura giapponese, è ciò che più ci ha colpito e interessato, anche se Komaco, personaggio per il quale Kawabata trae ispirazione da una donna a cui è stato legato sentimentalmente, in qualche modo sembra tradire la figura tradizionale della geisha, che è un’artista e un’intrattenitrice con abilità nella danza, nella musica e nel canto. Komaco, sottolinea una lettrice, tradisce la sua funzione, ovvero l’aspirazione alla purezza e alla spiritualità. Ma siccome la cultura giapponese, come si diceva all’inizio, è un mistero per molti occidentali, nelle nostre ricerche pre e post lettura siamo venuti a conoscenza dell’esistenza della cosiddetta onsen geisha, la “geisha delle terme” che, come Komaco, lavora negli stabilimenti termali del Giappone, e si esibisce per pubblici molto vasti e per questo viene considerata dai giapponesi alla stregua delle prostitute. Komaco rappresenta il mondo delle onsen geishe, con comportamenti poco raffinati, come ad esempio l’ubriacarsi. Ma Shimamura fugge dalla città, fugge dalla famiglia e cerca ristoro e sollievo proprio in una località lontana e diversa da Tokyo, perché ha bisogno di vivere esperienze diverse, sottolinea un lettore,  anche se poi della vita di Shimamura l’autore non disvela molto all’infuori dei suoi interessi estetici.

Una narrazione interessante, ma non entusiasmante, una lettura facile da dimenticare per una lettrice, ad eccezione della parte iniziale profondamente poetica, un libro “vuoto” fa eco un’altra lettrice; un romanzo inafferrabile, nel senso negativo del termine, dove manca approfondimento psicologico, sintetizza una lettrice, e ciò che rimane è la malinconia e la tristezza che il Giappone è capace di trasmetterle ogni volta; una storia rumorosa e confusionaria, dove il silenzio capace di parlare tipico di altre opere di Kawabata non c’è, e dove invece trova spazio il voyeurismo.

filmMa come spesso accade nei nostri incontri, c’è anche questa volta una voce nettamente fuori dal coro. Quella di un lettore che ha trovato Il paese delle nevi emozionante, una scoperta, ma del quale è possibile cogliere per noi solo ciò che è in superficie. Un romanzo che gioca sul non detto e sul non fatto, sulla continua allusione e sul desiderio amoroso che non trova mai appagamento, dove tutto ciò che riguarda la natura umana sfugge e svanisce tra le pagine. Un romanzo che ruota tutto intorno a ciò che è implicito, che crea anche una forma di tensione, man mano che ci si avvicina al finale. Ma se da una parte la storia non è completamente rivelata ma soltanto evocata,  dall’altra c’è invece il paesaggio naturale, grande protagonista di Il paese delle nevi, sfondo “in primo piano” della storia, uno spazio per niente sfuggente, anzi ben definito, forte e presente, aggiunge una lettrice, bellissimo e luogo del riscatto da ogni bruttezza umana.

Nota: la foto in basso ritrae una scena del film tratto dal romanzo, uscito in Giappone ma, sembra, mai arrivato in Occidente.

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L’ULTIMO ARRIVATO di Marco Balzano

LUltimoArrivato_BalzanoSul tema dell’emigrazione interna da Sud a Nord dell’Italia che ha caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato detto e scritto molto, ma sul fenomeno dell’emigrazione precoce di ragazzini verso le città settentrionali si sa molto meno. Lo scrittore Marco Balzano nel suo L’ultimo arrivato (Sellerio, 2014)  racconta, attraverso il personaggio di Ninetto Giacalone, la storia di migliaia di bambini e del loro destino comune, fatto spesso di fatica e dolore. Ninetto, detto Pelleossa, cresce negli anni Cinquanta a San Cono, in un piccolo paese dell’entroterra siciliano, ci sono povertà e fame, c’è una madre in una casa di cura per un colpo apoplettico e un padre inadatto a fare il padre. L’unico spiraglio di luce è offerto dal maestro elementare, figura centrale nella vita di Ninetto, ma non basta e l’unica via d’uscita per lui è andare via, andare al Nord, a Milano precisamente, che promette, grazie al boom economico, ricchezza e benessere per tutti. Ma l’impatto con la realtà è diverso, e su questa realtà, fatta di fatica e sfruttamento, si infrangono i sogni di Pelleossa. Dopo i primi anni in cui Ninetto cerca di arrangiarsi come può, fanno seguito il matrimonio con Maddalena, sposa bambina,e trent’anni alla catena di montaggio. In mezzo a tutto ciò un episodio che gli cambia la vita, un gesto di violenza che lo porta a scontare dieci anni di carcere.  E poi la solitudine del dopo l’uscita e la necessità di ricostruire le relazioni sociali e ancor prima quella familiare con la figlia Elisabetta.

Il romanzo di Balzano, vincitore del Premio Campiello 2015, racconta il destino di una generazione, e nella storia romanzata dei suoi personaggi, ricostruisce le vite di molti, grazie soprattutto ad un lungo lavoro di ricerca, basato sulla raccolta di numerose interviste e testimonianze di quei bambini che sono scappati dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia e che oggi sono dei nonni con il desiderio di raccontare le loro vite di migranti, veri e propri serbatoi umani di memorie necessarie per ricostruire un periodo fondamentale della storia d’Italia.

Marco_BalzanoE’ proprio dalla spinta al racconto di Ninetto che siamo partiti, dal suo bisogno di condividere la propria storia,  perché  “arrivano dei momenti in cui non hai nient’altro che la tua storia a cui aggrapparti”, perché raccontare equivale ad esistere, fino a decidere di accompagnare la nipotina dei luoghi, anche degradati, della sua infanzia per mostrarle un pezzo della sua vita. Commuove Ninetto, fa tenerezza, è una vittima degli eventi, non si può non volergli bene, sottolinea un lettore. E poi abbiamo apprezzato e amato il personaggio del maestro, che inizia Ninetto al mondo della lettura e della letteratura, come a dire che, in un contesto sociale di povertà e degrado, la scuola ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto perché, sottolinea una lettrice, il maestro ha avuto considerazione per Ninetto, quando nessuno era interessato a lui e alla sua esistenza. Una lettrice fa notare alcune assonanze con la scrittura di Teobaldi nella descrizione di un  mondo provinciale fatto di luoghi e persone con frasi brevi e dirette, ma straordinariamente belle. E così arriviamo alla lingua che abbiamo apprezzato più o meno tutti: una lingua ibrida ricca di suggestioni dialettali, una lingua fresca e vivace, viva, musicale e vicina al parlato. La lingua di un bambino che ha sempre amato le parole e che voleva diventare un poeta, una lingua ironica in una narrazione in cui si piange e si ride allo stesso tempo. C’è emozione, crudeltà, ironia e dolcezza nella storia Ninetto che però, fa notare un lettore, è pervaso da troppo buonismo, ha comprensione per tutto e per tutti, quando è ancora un bambino, quando è un da adulto in carcere, quando esce e torna in famiglia, su temi come l’omosessualità, l’adozione e nella considerazione che ha per lo straniero.

Ninetto è anche figlio di decenni di alienante catena di montaggio, fa notare una lettrice, un mestiere, quello dell’operaio, che è stato addirittura peggiore del carcere, e attraverso lui  Balzano rappresenta la fatica del vivere, di quel vivere da “reietto e squalificato”, anche se lo fa attraverso l’uso di numerosi clichè e stereotipi che riguardano il Nord quanto il Sud, affollando il racconto di situazioni talvolta stucchevoli. Sottolinea una lettrice che se l’infanzia di Ninetto è interessante perché mette in risalto le risorse straordinarie di cui sono dotati i bambini per mettersi al riparo dal dolore, noiosa e patinata sembra la descrizione dell’età adulta.

Ci siamo soffermati su un tema che ci è sembrato importante nella storia, quello dell’errore e del perdono, e su quanto l’errore che conduce Ninetto in carcere rappresenti la sua vita e il suo carattere. Certo, un uomo non è il suo errore, non solo almeno, ma la violenza di cui è protagonista Ninetto è parte di un suo più ampio modo di rapportarsi con l’altro, e questo fin da bambino, fin da quando ha dovuto armarsi per difendersi dal mondo degli adulti. Il coltello tenuto sempre in tasca è stato la sua coperta di Linus, che ad un certo punto lo tradisce e lo condanna. Aspirare al perdono  è un lusso che Ninetto si concede, consapevole però che “perdonare non è una qualità del mondo, non bisogna essere dottori per saperlo”.

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JOYCE CAROL OATES

Joyce Carol OatesChi ama Joyce Carol Oates (Lockport,1938) e la sua vasta opera, fatta di centinaia di titoli, deve probabilmente dire grazie al capolavoro della letteratura fantastica Alice nel paese delle meraviglie, che nonna Blanche regalò alla piccola Joyce, dischiudendole davanti, come per magia, il meraviglioso mondo della letteratura: “Il grande tesoro della mia infanzia, e l’influenza letteraria più profonda della mia vita. E’ stato amore a prima vista!”, dirà sempre Oates di questo romanzo. Crescendo sono stati tanti gli incontri importanti con la letteratura, come quello con le sorelle Bronte, con Hemingway, Faulkner e Thoreau. E’ immersa in queste letture che Joyce Carol, all’età di quattordici anni, comincia a scrivere, grazie alla macchina da scrivere regalatale, ancora una volta, da nonna Blanche.

Da Carroll in poi, Joyce Carol non ha più smesso di leggere e influenzata in età adulta da scrittori come Thomas Mann, Kafka, Lawrence e Flannery O’Connor, mette al centro della sua scrittura una serie di temi e di prospettive più o meno ricorrenti in tutta la sua opera: la violenza e ciò che produce negli esseri umani, la capacità di rinascere dopo una tragedia e la conseguente presa di coscienza di sè, i legami familiari, spesso oppressivi e celati dietro apparenti facciate; la tragedia che arriva e sconvolge vite, forse solo  apparentemente tranquillei.  Accanto a questo universo intimo, il declino della società statunitense, le diverse fasi della Storia del novecento americano, l’abuso sulla donna, psicologico e sessuale, l’attenzione al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma soprattutto c’è nella sua opera lo sguardo, limpido e coraggioso, verso l’umano, non inteso in senso lato, ma riferito agli esseri umani e alle loro storie individuali.blonde

Dopo averne letto, ormai cinque anni fa, il romanzo Una famiglia americana, a questa signora dall’aspetto gentile, dalla carnagione chiara e dai grandi occhi nocciola abbiamo dedicato il nostro incontro di aprile, discutendo e confrontandoci su una serie di sue opere, una parte di sicuro infinetesimale della produzione letteraria di Oates. Lo abbiamo fatto, grazie anche ad una lettrice tra noi, che la ama infinitamente, e che per questo l’ha proposta e ce l’ha presentata.  Ce l’ha presentata con la foga e la passione che si hanno quando si parla dei grandi amori, dei quali si vorrebbe dire tutto, ma dire tutto non si riesce. E allora sono venute fuori citazioni, interviste, articoli di giornale con frasi sottolineate dall’evidenziatore, è venuto fuori che amare un romanzo è anche amare chi lo ha scritto e sentirne una vicinanza emotiva.  Ed è partita proprio da Blanche, la nostra lettrice,  dall’amatissima nonna paterna, quella di Alice nel paese delle meraviglie e della macchina da scrivere, ebrea e con un padre suicida e della cui morte violenta, legata al suo essere ebreo, Oates verrà a conoscenza solo da adulta. Una scoperta importante che la porta a rinnegare le proprie origini ebraiche, dopo aver ricevuto un’educazione di stampo cattolico dalla mamma ungherese, e per arrivare poi, in età adulta, all’ateismo.

sorellaOgnuno di noi è arrivato all’incontro con una propria lettura sotto il braccio e una propria idea della scrittura di Oates, e i toni della discussione hanno oscillato dall’entusiasmo più totale alla delusione più disarmante. Viene da dire che, forse, è il destino degli scrittori particolarmente prolifici quello di scrivere sia grandi capolavori che romanzi mediocri. Chissà. Questa è stata comunque la nostra impressione generale, anche se ognuno di noi, tranne una o due eccezioni, di Oates aveva letto un solo romanzo e su quello ha basato la propria discussione e il proprio contributo all’incontro.
Se le raccolte di racconti Un’educazione sentimentale e Figli randagi non hanno entusiasmato per il continuo indugiare sulla violenza e sul dramma, apparso ai nostri lettori come una forzatura e quindi in un certo qual modo non autentico, i  romanzi Blonde,  Sorella, mio unico amore, e La donna del fango hanno invece suscitato grandi entusiasmi.  Primo fra tutti Blonde, in cui Oates riscrive la vita di Marilyn Monroe in  un romanzo di fantasia, portando a galla tutte le contraddizioni di una vera e propria icona contemporanea divenuta Mito. Una lettura che avvolge e travolge, che colpisce e cattura, in cui ogni pagina è un pugno nello stomaco e in cui si rivela la straordinaria capacità della scrittrice di scavare nell’animo femminile. Un romanzo che lascia un segno, sottolinea ancora il nostro lettore. Altrettanto intensa è stata per un altro lettore la storia narrata in Sorella, mio unico amore, dove attraverso la voce di  Skyler Rampike, Oates mette in scena un atroce fatto di cronaca avvenuto nel New Jersey alla fine degli anni novanta. Protagonista è Edna Louise, sorella di Skyler, promessa del pattinaggio su ghiaccio, che, a soli quattro anni, viene lanciata dai genitori nel vuoto dello star system, priva di paracadute. Un romanzo che è uno spaccato della società americana durante gli anni della presidenza Bush, e dove, accanto all’alto livello di sperimentazione narrativa, c’è il racconto di un caso di sofferenza estrema, e la denuncia netta della famiglia benestante, benpensante, repubblicana, con un senso distorto della religione, secondo il quale Dio ti ama solo se hai successo. Allo stesso modo, la lingua e la scrittura hanno catturato il nostro lettore che, leggendo il romanzo in lingua originale, ha potuto godere appieno dell’abilità narrativa di Oates. Adolescenti vittime delle proprie famiglie dunque, come narrato anche in Perchè sono uomini, che racchiude un po’ tutti i temi cari a Oates e in particolare la violenza e la riemersione dal dolore, raccontati con uno stile lucido, diretto e distaccato, come chi osserva da lontano e registra quanto sta accadendo.donna fango
Anche La donna del fango ritrae, attraverso la storia della protagonista Meredith Ruth, un momento preciso della storia americana, quello del post-undici settembre, in una società che si ritrova suo malgrado livorosa e vendicativa. I temi sono ancora quelli della violenza, della ricerca di sè, della guerra con l’imminente attacco all’Iraq, in una scrittura ancora una volta avvincente, entusiasmante che tiene il lettore incollato alla pagina.
Deludenti invece, per chi li ha letti, i romanzi Una brava ragazza, Acqua nera e Stupro. In particolare non hanno convinto l’ossessiva ripetitività delle situazioni e dei temi, mentre nel romanzo collettivo Sulla boxe un lettore ha trovato interessante il racconto di cosa sia la boxe attraverso le vite dei vari campioni. Fuori dal coro l’analisi che una lettrice propone di Una famiglia americana: se da una parte, nel corso della discussione, sembra emergere che Oates abbia cercato in tutta la sua opera di scandagliare l’animo umano per descriverne il dolore, il disagio ma anche la forza della rinascita dopo il dramma,  la nostra lettrice ci fa notare che la sua scrittura in realtà non è altro che una fuga dal black hole della psiche umana. Non c’è scavo01 e approfondimento, piuttosto una forma esasperata di sublimazione che allontana dalla parte più viva delle emozioni, dall’origine del dolore e dalla verità, che viene fuori offuscata e confusa.

Una lunga conversazione è stata la nostra, ricca di  riflessioni anche molto diverse tra loro, un ricco ma allo stesso tempo breve viaggio nell’opera immensa di Oates, una scrittrice che anche quando delude, come è accaduto anche ad alcuni di noi, offre spunti interessanti e apre le porte a dubbi e interrogativi sugli individui e il loro destino.

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SCOMPARTIMENTO N. 6 di Rosa Liksom

Scompartimento-N.-6 Luogo di incontri, aggregatore di storie, di misteri, di scambi, in una parola il treno. E’ tra gli scompartimenti dell’Orient Express che il detective Hercule Poirot si muove alla ricerca dell’assassino del signor Ratchett in uno dei più celebri romanzi gialli di Agatha Christie;  è in un treno di profughi partito dalle Ardenne nel 1940 che Simenon mette in scena la travolgente passione amorosa di Marcel e Anna, un uomo e una donna sconosciuti l’uno all’altra, ma protagonisti di una storia d’amore che è per loro il dono e il miracolo necessario per salvarsi da una guerra orribile;  è lanciandosi sotto un treno che  una della più grandi eroine della letteratura moderna, Anna Karenina, decide di morire.  Potremmo continuare ancora citando Boll e Dostoevskij, ma anche Pirandello e Vittorini, e renderci conto che sono molti i vagoni celebri che attraversano le pagine della letteratura e fanno del treno un affascinante luogo romanzesco.

Anche nella nostra ultima lettura, la storia  corre sui binari. E’ infatti in uno scompartimento che si incontrano Vadim,  rude e brutale proletario russo, e una giovane e timida  studentessa finlandese, entrambi in viaggio da Mosca a Ulan Bator a bordo della mitica Transiberiana.  Siamo sul finire degli anni Ottanta e loro sono i protagonisti del romanzo  Scompartimento n. 6 (Iperborea, 2014)   della scrittrice finlandese Rosa Liksom, un’opera cruda e allo stesso tempo poetica che racconta, attraverso
l’incontro casuale di un uomo e una donna, l’ultimo decennio dell’impero sovietico,  gli ultimi anni di vita di un paese stanco, di un regime assurdo e fallimentare dopo gli ideali della rivoluzione russa. Vadim è un uomo che fugge di casa ancora bambino perchè sa che sua madre vuole sbarazzarsi di lui, che vive da vagabondo e dorme nella metropolitana di Mosca, che  ha ammazzato, che è stato in prigione e nei campi di correzione, che si è sposato e ha avuto un figlio, è un uomo che ama e maltratta allo stesso tempo, è un uomo che puzza di vodka, di sudore e di aglio. E parla molto, parla con il silenzio della ragazza finlandese, che ne diviene  “prigioniera”,  e della quale il lettore ascolta i pensieri e i tormenti interiori per Mitka, amore grande ma finito quando il giovane, per sfuggire alla guerra in Afghanistan, si finge pazzo e una volta in manicomio, lo diventerà davvero. Due personaggi al limite, due destini in qualche modo ai margini, in assoluta sintonia con l’universo letterario della Liksom, che fa dell’attenzione agli emarginati il tema fondante della sua scrittura. La solitudine,  la desolazione e lo sradicamento sono tutto ciò che le interessa raccontare, con poesia e brutalità. Accanto alle vite, anche la natura, i paesaggi immensi della siberia, la loro straordinaria bellezza e desolazione, sfondo simbolico e reale allo stesso tempo. Ma al centro lo scompartimento di un treno, luogo della sospensione, suggerisce un lettore, della pausa dall’esistenza per guardare dentro di sè, come in un monastero.27s04-liksom-28fri.psd

Una storia intensa che ha conquistato il nostro gruppo per molte ragioni, prima fra tutte il realismo, crudo e spiazzante, della Liksom. Leggere è stato come ritrovarsi lì, all’interno di quello scompartimento, è stato come se anche noi stessimo facendo lo stesso viaggio, stazione dopo stazione. Un realismo che si nutre dell’esperienza personale della Liksom, che ha compiuto  sul finire degli anni Ottanta lo stesso viaggio e che da studentessa finlandese di scienze sociali all’Università Mosca si è legata sentimentalmente alla cultura russa fino a farla diventare parte viva dei suoi romanzi. Emozionante il quadro che fa dell’Unione Sovietica nel momento in cui il treno ne supera il confine entrando in Mongolia, un elenco di sostantivi e aggettivi  lungo tre pagine nelle quali scorrono la vita e la morte di un paese:

e si allontana l’Unione Sovietica, i distributori automatici di acqua minerale (senza melassa una copeca, con melassa tre copeche), i minibus, le bambine con le trecce in divise scolastiche bianche e nere, una terra sconosciuta, le sue acque calme e i suoi abissi, le città costruite in una notte, i centri amministrativi dei distretti, i villaggi, le paludi, le torbiere, la steppa, la taiga, le distese disabitate, le foreste, le zone devastate, le aree disboscate, le fotografie ritoccate dei membri del politburo sulla piazza centrale, i curiosi davanti ai negozi riservati ai compagni di partito, le saune comuni, i grandi magazzini statali, le donne spazzine, gli spalatori, i portieri d’albergo che prendono mazzette, l’ottima vodka, lo spumante secco georgiano e il senso di sicurezza che si prova per le strade sovietiche di notte. […] Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, la città, i villaggi, gli uomini e i pensieri.”

Chi tra di noi ha visitato l’Unione Sovietica negli stessi anni ha ritrovato in Scompartimento n.6 la propria Unione Sovietica: un paese fiero e disilluso, rassegnato e ribelle,  un popolo che nonostante viva sull’orlo del declimo si sente grande, forte e con la capacità di rialzarsi, come è accaduto con Napoleone e con il Nazismo.
Vadim è la personificazione di questo sentire ed è un personaggio spiazzante, come lo definisce una nostra lettrice, che disorienta e lascia sgomenti in una umanità, la sua, che non ci si aspetta; un rozzo, certo, ma dal quale la ragazza non riesce ad allontanarsi, e che diventa per lei salvezza e cura, fa eco un altro lettore, in un viaggio comune di purificazione e pacificazione con se stessi. Un uomo che non si riesce a detestare, sconvolgente ma bello allo stesso tempo, rude e sentimentale, volutamente esagerato, suggerisce una lettrice, così come volutamente discreta è la ragazza finlandese: due personalità e due culture sedute l’una di fronte all’altra. E, nella lettura di una lettrice, la ragazza diventa per Vadim l’orecchio attraverso il quale raccontare la propria storia ovvero la storia del proprio paese e la ragazza diventa l’occhio attraverso il quale questa storia viene filtrata.

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C’è anche la musica, fa notare un lettore, data dal ritmo della scrittura, dai numerosi elenchi che scandiscono la narrazione e che rimandano al passo del treno in movimento; ma c’è anche la musica che accompagna i viaggiatori, a cominciare dal quartetto d’archi numero otto di Sostakovic che scandisce la partenza del treno dagli altoparlanti di plastica dello scompartimento e del corridoio. Sono melodie consolatorie, continua il nostro lettore, che tengono in vita la ragazza e alleviano la nostalgia per amore perduto.  Malati di nostalgia sembrano infatti entrambi i nostri protagonisti, nostalgia per un amore perduto, per una città, Mosca,  “blu acciaio riscaldata dal sole della sera”, per un paese dal grande passato, ma ora “stanco e sporco”. 

Un romanzo fatto di contrasti, sottolinea una lettrice, del continuo alternarsi di bellezza e bruttezza, di luce e di buio, di ideale e di fallimento, le stesse contraddizioni che animano la figura di Vadim, emblema e personificazione di un intero popolo.

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L’AQUILA di Ismail Kadarè

aquilaTra le leggende che popolano la memoria dei popoli balcanici c’è quella  che racconta il destino dell’uomo che, desideroso di potere, deve cavalcare un’ aquila per poi nutrirla in volo facendosi mangiare il corpo, al punto che, conquistato il cielo, l’ uccello porta sul dorso uno scheletro. Come dire che il potere divora i suoi beneficiati, che chi vuole raggiungere la gloria deve rinunciare a se stesso. Il mito dell’Aquila è al centro della nostra ultima lettura dal titolo, appunto, L’Aquila (Longanesi, 2007) dello scrittore albanese Ismail Kadare (1936).
Al centro della storia c’è Maks, che in una notte come tante in una strada deserta esce di casa per comprare un pacchetto di sigarette, ma poi inciampa e cade nel vuoto, in un precipitare senza fine, fino a ritrovarsi  insieme ad altri “decaduti” in una specie di universo parallelo, dominato da silenzio e reticenza, e dal quale, si sa, non si potrà più fuggire.

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Quello tra il  mito e la letteratura è un legame antico e  gli scrittori hanno da sempre fatto ricorso al racconto mitico per rappresentare la realtà e il destino degli uomini. Questo romanzo breve di Kadarè poggia quasi interamente sul mito per raccontare una fetta considerevole della storia dell’Albania, quello della Repubblica Socialista  che va dal regime di Hoxha (1944) fino al 1991, quando, contestualmente alla caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale, venne introdotto il multipartitismo che portò all’elezione di Sali Berisha del Partito Democratico d’Albania. Il regime comunista albanese ha portato negli anni all’annullamento pressocchè totale dei diritti umani, alcuni diritti civili come la libertà di parola, di religione, di stampa e di associazione vennero sensibilmente soppressi per legge nel 1977, per garantire stabilità ed ordine. In questa realtà vive Ismail Kadare, ed in questa realtà fa lo scrittore, almeno fino al 1990, quando ottiene asilo politico in Francia, dove il suo cognome diventerà Kadarè.

Insieme al mito, la storia recente dell’Albania fa da sfondo alla nostra conversazione su L’aquila e Kadarè, e ci offre una possibile chiave di lettura della vicenda di Maks, la chiave politica. Il mondo parallelo in cui finisce il nostro protagonista ci appare come una sorta di prigione, fisica e anche esistenziale, di chi è costretto al silenzio e all’asservimento del potere costituito; è l’universo in cui si viene catapultati quando si vive in regime, e se vuoi uscirne, devi salire in groppa ad un’aquila, ma una volta arrivato a destinazione, di te non rimane nient’altro che uno scheletro. Un destino tragico, da cui forse si esce solo con il suicidio, suggerisce un nostro lettore, vedendo nell’epilogo finale una rinuncia alla vita da parte di Maks. Un libro duro, solo apparentemente lieve, che rimanda non solo ad una dimensione politica, ma anche personale nel descrivere il percorso psicologico della caduta e del dolore, in una gabbia esistenziale fatta di angoscia, dolore, senso di claustrofobia, impossibilità di uscire, tutte sensazioni che Kadarè  descrive con uno stile limpido e un linguaggio evocativo, muovendosi in una dimensione onirica e fantastica. La dimensione onirica è quella che porta una nostra lettrice  ad affrontare  il romanzo senza porsi troppe domande, ma solo inseguendo gli stati d’animo di Maks, che, al di là dell’universo in cui si trova catapultato, l’unica cosa che vuole fare è andare via, in tutti i modi, pagando alla fine con la vita, viene da aggiungere.

La presenza di miti, di citazioni e di simboli è ciò che invece infastidisce una nostra lettrice, come se l’autore avesse voluto esagerare, perdendo in questo modo, aggiunge un’altra lettrice, di verità e spontaneità, nel creare invece un romanzo artefatto e troppo costruito, e in questo noioso. Un libro che offre troppo chiavi di lettura, troppe interpretazioni e per questo perde la sua anima, la sua essenza; ma, ribatte un’altra lettrice, il messaggio è chiaro e l’interpretazione è solo una, seppur declinata in più prospettive: la ricerca della libertà, Maks non vuole ubbidire, non vuole inquadrarsi e questo lo conduce alla tragedia finale.

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PASSAGGIO IN INDIA di Edward Morgan Forster

passaggioLa nostra conversazione di gennaio ha avuto come protagonista un capolavoro del Novecento, Passaggio in India di E.M. Forster, ed è iniziata con la citazione del racconto Una relazione per un’accademia di Franz Kafka, un altro scrittore fondamentale del secolo scorso.    Il protagonista-narratore di fronte ad un’ampia platea per l’inaugurazione di una conferenza scientifica, comincia a descrivere la sua vita precedente di quando era una scimmia che, catturata nella giungla africana e imbarcata su una nave per l’Europa,  si mette a studiare i suoi carcerieri riuscendo riuscire facilmente ad imitarli e a diventare umana. Il racconto di Kafka, secondo un nostro lettore, ci offre una interessante chiave di lettura di Passaggio in India, nel tentativo della scimmia di somigliare al genere umano in un percorso che ha accenti drammatici e si rivela particolarmente duro, di fronte ad una trasformazione che rimane incompleta e ai tentativi della scimmia-umano di essere accettato.
“Qualcuno va pure escluso dal nostro gruppo, o si rimane senza più niente”, dice all’inizio del romanzo il giovane signor Sorley, una sorta di dichiarazione iniziale con la quale l’autore sintetizza in una sola frase quello che, secondo un nostro lettore, è il centro vero della storia, ovvero l’esclusione del diverso, un sentimento che Forster conosce bene e che trae probabilmente origine nella sua omosessualità, in un fatto dunque puramente privato che diviene però motore della sua analisi del contrasto sociale e storico  tra gli inglesi colonizzatori e gli indiani colonizzati. L’esclusione dell’uomo non più scimmia ma non completamente umano di Kafka.

forster 1In realtà, fa eco un altro lettore, questo paralllismo tra la vita privata di Forster risulta falsato, poichè la dinamica esclusione-inclusione del colonialismo è qualcosa di totalmente differente. Il nodo del romanzo va invece cercato  proprio nel fallimento del colonislismo e di qualsiasi ponte tra due culture completamente diverse e in questo sta anche l’attualità di Passaggio in India, nell’avanzare di sempre nuove forme di colonialismo che mirano ad annullare una o un’altra cultura.

Per una lettrice la vera protagonista del romanzo è l’atmosfera, non i singoli protagonisti con le loro vicende e con quello che metaforicamente rappresentano, non Mrs. Moore, non Miss Adela Quested. L’India, il suo mistero, la sua confusione, la sua spiritualità, questo è ciò che rimane dopo la lettura di Passaggio in India, rimane la sensazione di un mondo fortemente evocativo, irrazionale che gli inglesi non hanno compreso. In questo senso, per molti di noi lettori, l’episodio nelle Grotte di Marabar è stato centrale: la grotta è mistero, irrazionalità, è un luogo sacro e spirituale, mentre il colonizzatore inglese è ordine e razionalità e all’interno delle grotte forse si consume una sorta di scontro tra natura e cultura, tra l’io e l’es, sottolinea una lettrice, proponendo una chiave di lettura psicoanalitica.

“Ci sono echi raffinatissimi, in India; c’è il sussurro intorno alla cupola di Bijapur; ci sono le lunghe compatte frasi che a Mandu viaggiano attraverso l’aria e tornano indenni a chi le ha suscitate. Ma l’eco in una grotta Marabar non è così, è del tutto indistinta”.

marabarE’ l’antipatia verso Mrs. Moore ciò che rimane per una nostra lettrice di Passaggio in India, che è in realtà anche antipatia verso gli inglesi, banali, disumani, vuoti e boriosi, incapaci di comprendere l’immensità del popolo indiano, della loro religiosità e spiritualità. Negativo è anche il giudizio di un’altra lettrice che liquida Passaggio in India come un romanzo senza una storia interessante, dove i personaggi sono inconsistenti, ricco certo di immagini, descrizioni e passi molto belli (es. le osservazioni di  Ronny Heaslop, Magistrato della città di Chandraporee figlio di Mrs. Moore sulla questione del colonialismo) ma in definitiva un romanzo faticoso, all’interno della cui storia è  difficile entrare.

Storia ben costruita con bei personaggi, suggerisce un altro lettore, con brani che rimangono nella memoria e che qualcuno di noi si è divertito a rileggere ad alta voce durante la serata.

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