Canetti e Sebald. La memoria dell’ infanzia

Nei nostri due ultimi incontri ci siamo ritrovati, seppur in maniera casuale, di fronte a due romanzi molto diversi, ma che ci hanno dato la possibilità di fare una riflessione sul racconto autobiografico dell’infanzia e sulla costruzione dell’ identità attraverso la memoria.  Parliamo di La lingua salvata di Elias Canetti (1977)  e  Austerlitz di Winfrid G. Sebald (2001).

Con il sottotitolo Storia di una giovinezza, La lingua salvata è la prima parte di una autobiografia in tre volumi  pubblicata tra il 1977 e il 1985, che prosegue con Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi, in cui Elias Canetti  racconta, in chiave intimistica e personale, le vicende di una famiglia ebrea di lingua spagnola, in un mondo non ancora toccato dalla tragedia di due guerre mondiali. Protagonista e voce narrante del primo volume è appunto Elias, che racconta con gli occhi di un bambino, le propria infanzia trascorsa a Rustschuk (Bulgaria) fino all’età di sei anni, poi a Manchester, a Vienna con la madre e infine a Zurigo, negli anni degli studi e dell’inizio del percorso verso l’autonomia dalla famiglia. Con una prosa lineare, lucida e diretta, Canetti risale ai ricordi più remoti per rimettere ordine nella sua vita da adulto, riannodare i fili dell’esistenza attraverso la messa a fuoco di eventi, grandi e piccoli, che l’anno attraversata. Un universo multiculturale e multilingue, quello del piccolo Elias: a Rustschuk, una città di grandi traffici commerciali, si sente parlare almeno sette lingue diverse; in casa Canetti i genitori parlano tedesco, la lingua del loro amore giovanile negli anni da studenti a Vienna, i parenti materni parlano spagnolo e i nonni paterni parlano in turco. Fulcro di tutto il racconto è il rapporto con i genitori: il padre Jacques che muore improvvisamente di infarto quando Elias ha appena sei anni, e che morendo, rafforza e sancisce definitivamente il legame indissolubile tra lui e una giovane madre dalla personalità molto forte. Il legame con la madre è il motore dell’intero romanzo: la giovane Mathilde, che appartiene ad una ricca famiglia di Rustschuk di origini sefardita, mette al centro dell’educazione di Elias la cultura attraverso l’insegnamento, già avviato dal padre, delle lingue e della letteratura, al riparo dall’educazione religiosa, lei, una mamma ebraica che all’inizio del Novecento, con convinzione profonda, decide di crescere i propri figli liberi da qualsiasi credo religioso.

Un’infanzia poetica, la definisce un nostro lettore, dove esistono solo i libri e i mondi sono quelli immaginari che Elias conosce a soli sette anni attraverso Le mille e una notte, Viaggi di Gulliver, Don Chisciotte, Dante, i racconti di Shakespeare, le fiabe di Grimm, Guglielmo Tell. Dice Elias: “…quasi tutto ciò di cui più tardi si è nutrita la mia esistenza era già contenuto in quei libri”.  Poco più tardi l’incontro con  la figura fondamentale di Ulisse.
Una racconto delle tappe precise, di cui ci colpiscono da una parte il rapporto di dipendenza dalla madre, una figura meravigliosa secondo alcuni di noi,  e dall’altro l’universo variegato delle influenze culturali e linguistiche che permeano la personalità di Elias, nella rievocazione di un mondo intimo che non ha nessun contatto con la Storia. E se quest’ultimo aspetto viene visto da un lettore come negativo, perchè ci consegna un’infanzia chiusa in una camapna di vetro, allo stesso tempo molti di noi sanno che gli occhi del bambino Elias non possono che avere quello sguardo, incantato e lieve sulla propria esistenza.

Canetti con La lingua salvata ripercorre le tappe della propria giovinezza e lo fa camminando lungo la linea del tempo sulla quale si sono snodati concretamente gli eventi della sua vita, selezionandoli e riordinandoli. E’ da questa osservazione che ripartiamo per raccontare il nostro incontro con Austerlitz di Sebald, che incentrato anch’esso sul tema della memoria, non è però un racconto autobiografico, poichè il protagonista, diversamente da Elias, vive privo di riferimenti temporali.

Jacques Austerlitz, il protagonista, sa di non essere chi realmente è, ma  solo arrivato ai 50 anni decide di indagare, per arrivare alle sue origini, ripercorrere la propria infanzia per ricostruire la propria identità, partendo dal ricordo confuso di un treno che parte (uno dei tanti convogli che trasportavano i bambini ebrei in Inghilterra per salvarli dallo sterminio) e di una donna (sua madre) che lo saluta con la mano. Un risveglio della memoria, potremmo definirlo, ma i suoi ricordi sono solo dei flash, la sua è una memoria “episodica”. Come sottolinea una lettrice nel corso della nostra conversazione, se il tempo lo immaginiamo come una linea retta,  nell’esistenza di Austerlitz questa linea non c’è,  c’è solo un punto cieco. Ciò che riesce a fare il protagonista è recuperare piccoli frammenti, grazie soprattutto alla relazione evocativa che ha con i luoghi e con gli oggetti: la stazione, i viali di Praga, i giardini. Ma è una memoria in frantumi, la sua, che non permette alla sua identità di arrivare a compimento. Parallelamente Austerlitz è un uomo di grande cultura, continua la nostra lettrice, ha conoscenze infinite, attraverso le quali cerca di costruirsi una personalità, cosa che non gli è possibile fare con il ricordo.
Il mistero dentro di noi e intorno a noi è un altro tema importante, fa notare un’altra lettrice. Austerlitz è un uomo sospeso, che vive in uno spazio ma al di fuori del tempo e ciò che rimane alla fine della lettura è una profonda malinconia e la grande umanità di Austerlitz, attraverso il cui destino di uomo sradicato Sebald racconta la tragedia della persecuzione degli ebrei.

Da un punto di vista narrativo, l’incapacità di Austerlitz di ricostruire in maniera composita la propria infanzia, ci riporta alla presenza di tre narratori diversi: la voce narrante (alter ego di Sebald), Austerlitz e l’amica della madre di Austerlitz. Sono racconti i loro che, come sottolinea un lettore, dall’esterno ci portano sempre più al centro della storia, e soprattutto confluiscono in Austerlitz la cui storia ne è il risultato: il racconto del racconto del racconto conducono a lui, impossibilitato a tirare le fila del proprio passato.
Le voci di Austerlitz e dell’io narrante si confondono più di una volta, quasi l’autore volesse sostituirsi al protagonista, essere un tutt’uno con lui nell’intento di prendere il suo posto e farsi carico del suo dramma, per riscattarsi, a modo suo, di quanto accaduto al popolo ebraico per mano dei tedeschi.

Se la memoria di Austerlitz è prima di tutto spaziale, leggendo il romanzo, viene il desiderio di trovarsi nei posti che descrive, sottolinea una lettrice, che Sebald introduce nel romanzo anche con foto d’epoca, che però non sono accompagnate da didascalie o dettagli. Le foto sono l’unico intervallo tra un paragrafo e l’altro, in un’opera che non ha nè capitoli nè paragrafi e che anche nella struttura rifugge da qualsiasi tentativo di “ricerca del tempo”, inteso sostanzialmente come artificioso: Il tempo, disse Austerlitz, è fra tutte le nostre invenzioni senz‘altro la più artificiosa. Basta già un certo grado d’infelicità personale per tagliarci fuori da qualsiasi passato e da qualsiasi futuro.”

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Gadda, Dixon e il traduttore (quasi) invisibile

Richard Dixon è un affabile signore inglese che, trapiantato nella campagna marchigiana circa trenta anni fa, dal 1996, dopo dieci anni trascorsi a fare l’avvocato a Londra, traduce dall’italiano all’inglese veri e propri mostri sacri della letteratura italiana. Calasso, Eco, Moresco e Volponi, per fare qualche esempio, per non parlare di Leopardi e del suo Zibaldone. E poi, e qui veniamo a noi, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, pubblicata con il titolo The Experience of Pain (Penguin Classics, 2017).

Chi frequenta il nostro blog si sarà accorto che “due libri fa” ci siamo dedicati proprio al capolavoro gaddiano e, come spesso accade, anche in questa occasione non sono mancate osservazioni sulla lingua e sullo stile di quello che è considerato un testo fondamentale dello sperimentalismo linguistico del Novecento. Dato per scontato che Gadda scrittore esiste compiutamente solo in italiano e anzi proprio per questo (per nostra fortuna, pensano in molti) non potevamo non farci qualche domanda sulla traduzione, su come sia stato possibile (ri)scrivere La cognizione in un’altra lingua. Ci siamo chiesti infatti in che modo sia stato possibile rendere in un altro idioma la scrittura complessa e “barocca” di Gadda, ricca di termini ricercati, desueti, aulici, se non addirittura inventati o spagnoleggianti. E al di là delle parole e della loro resa in un’altra lingua, con curiosità abbiamo riflettuto su quale potesse essere la percezione del gorgonzola e delle tante realie e dei tanti riferimenti culturali e storici della Brianza che popolano la narrazione gaddiana agli occhi del lettore straniero. Il titolo da solo presenta già non pochi problemi: Gadda stesso in un’intervista cercò di spiegare il significato che lui solo attribuiva alle parole “cognizione” e “dolore”. In definitiva, rifacendoci a un adagio ricorrente in questi casi, come si può tradurre Gadda senza tradire Gadda?

Di questa impresa parliamo proprio con Dixon, in una conversazione che, traendo spunto dalla lettura di Gadda, ci aiuta a mettere a fuoco i principali limiti e alcuni aspetti importanti del mestiere del traduttore che, se da una parte è estremamente affascinante, dall’altra presenta non poche insidie. Analizziamo insieme a lui la questione generale della traduzione e dell’efficacia della trasposizione, un tema che noi del gruppo di lettura ci troviamo immancabilmente ad affrontare quando, a nostra volta, leggiamo narrativa straniera tradotta in italiano. Ci rassicura, Dixon, quando ci dice che quello della traduzione è un compito imperfetto poiché non ci illudiamo (e forse non desideriamo) che Gadda, il suo mondo, la sua scrittura possano essere “resi” perfettamente in un’altra lingua.  Soprattutto ne comprendiamo la difficoltà. E allora che cosa resta una volta superato il confine tecnico della lingua? Che cosa riesce a passare oltre quel confine e che cosa invece resta irrimediabilmente al di qua? E poi, di fronte all’impossibilità che tutto “passi”, qual è il ruolo del traduttore nella scelta, più o meno consapevole, delle cose da lasciare?  Questa è una delle prime domande che rivolgiamo a Dixon:  che cosa desidera che il lettore inglese colga della poetica gaddiana? Difficile rispondere, ci dice subito , forse l’ironia, la capacità di scherzare con il lettore, senza però dimenticare che il traduttore dovrebbe rimanere il più possibile invisibile. L’obiettivo era comunque quello di mettere il lettore inglese nella stessa posizione del lettore italiano, conciliando suono e significato, cosa questa non sempre realizzabile: Dixon fa l’esempio di “sopraccigli sollevati” tradotto con “eyebrows raised”, dove l’effetto dell’allitterazione ne risulta penalizzato. La resa del traduttore è evidente anche, per esempio, nella rinuncia a tradurre le lingue diverse dall’italiano, come lo spagnolo e il latino, che in La cognizione, sono di difficile comprensione per il lettore inglese, come lo è appunto per quello italiano. Il rischio è stato quello di produrre una versione “semplificata” del testo iniziale, in cui la “lingua poltiglia” di Gadda finisse con il venire in un certo senso spiegata al lettore di lingua inglese; si tratta tuttavia di un rischio insito nel processo traduttivo, che ogni traduttore deve saper calcolare e correre.

Un altro aspetto che ci colpisce del lavoro di Dixon è che per lui la traduzione procede di pari passo con la lettura del romanzo. Ci si aspetterebbe due o tre letture preparatorie, che diano una visione generale dell’opera, della storia e della poetica di Gadda. E invece no. Certo, sottolinea Dixon, arrivati alla fine, poi si torna sui propri passi con modifiche, aggiustature e revisioni, ma nella prima stesura si procede per singole frasi, la traduzione diventa una vera e propria “ri-scrittura”, sostenuta da un lavoro di approfondimento sull’autore, sulla sua biografia e sul suo pensiero.

E arriviamo al rapporto con l’autore. Dixon ha tradotto in questi anni molti autori viventi, con i quali ha stretto importanti rapporti di amicizia, come quello con Umberto Eco, del quale ci racconta la cortesia, l’affabilità, e del loro ultimo incontro, a pranzo a Milano, a poche settimane dalla morte del filosofo, di un abbraccio prima di salutarsi, che aveva tutto il sapore di un addio. Con gli autori non più viventi, le cose cambiano e allora ciò che interessa Dixon è ritrovare la loro voce fisica, attraverso vecchi filmati. Anche questa è una strategia traduttiva, giacché l’ascolto, ove possibile, della voce di un autore può in effetti aiutare il traduttore che desidera cogliere nel timbro, nella pronuncia, nell’accento regionale, nelle locuzioni ricorrenti e in altri tratti vocali distintivi eventuali indicazioni di stile che possono dare il senso di quell’autore e tornare utili nella riscrittura.

Al termine dell’interessante incontro, ci rendiamo anche conto di come la traduzione sia uno strumento di conoscenza di altre culture e come proprio il lavoro di traduttori come Richard Dixon contribuisca alla diffusione di importanti opere della letteratura italiana nel vasto mondo anglofono. È vero, al momento del congedo, rimangono più dubbi che certezze circa la traduzione in generale e le sue capacità di fedeltà al testo originale. Ma non c’è da sorprendersi perché è proprio questa la natura della traduzione, che non è una scienza esatta, non è pura trasposizione sintattica e lessicale da una lingua di partenza a una lingua di arrivo. È un “dire quasi la stessa cosa”, come ricordava proprio il compianto Umberto Eco, un principio di cui Dixon, come ogni traduttore coscienzioso, è ben consapevole poiché, sebbene sia riuscito a fornirne una traduzione inglese ottimale, il romanzo di Gadda è un testo che per poter trasmettere esattamente quello che voleva esprimere Gadda e nel modo in cui voleva esprimerlo può esistere solo in italiano.

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BABILONIA di Yasmina Reza

Beati quelli che pensano che la vita sia parte di un insieme ordinato“. Potrebbe essere questo il “manifesto” di Babiblonia, romanzo della drammaturga, attrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza, pubblicato da Adelphi nel 2017. Conosciuta in Italia soprattutto per essere l’autrice di Il Dio del massacro, da cui il regista Roman Polanski ha tratto il bellissimo Carnage, Reza aggiunge con questo ultimo libro un altro tassello alla sua personale geografia delle relazioni umane e alla analisi di una quotidianità dalla quale, come ci racconta spesso la cronaca, possono anche generarsi le peggiori tragedie.

Ci troviamo in un condominio alla periferia di Parigi, Elisabeth è una signora di sessantanni, dalla esistenza apparentemente serena che intreccia un sincero rapporto di amicizia con il vicino Jean Lino Manoscrivi. Intorno a loro una serie di figure più o meno accennate, che portano avanti, con una certa dose di indifferenza e superficialità, il proprio tram tram quotidiano, interrotto per qualche ora da una festa che la stessa Elisabeth decide di organizzare in casa sua, con l’intento di “creare legame”, di celebrare un momento di vicinanza e comunione con alcuni di quelli che ruotano attorno al condominio.  Poi, in maniera non del tutto inaspettata (per il lettore, si intende), arriva la tragedia: il tranquillo e perbene Jean Lino, dopo una banale discussione, uccide la moglie Lydie e subito dopo bussa alla porta di Elisabeth e di suo marito Pierre per chiedere aiuto. Di questa storia il nostro gruppo di lettura ha discusso nel suo ultimo incontro.

Subito una domanda che ci sembra centrale: che cosa faremmo noi di fronte alla stessa situazione, chiameremmo immediatamente la polizia o diverremmo complici dell’assassinio cercando di coprire Jean Lino? Come dice molto bene un nostro lettore: Elisabeth, in nome della sua amicizia con Manoscrivi,  si trova di fronte ad un bivio, da una parte la spinta al rispetto della legge e dall’altra invece l’istinto a trasgredirla per motivi altruistici. Bivio che non non riguarda il marito Pierre, che non si pone il problema e risolve la questione molto in fretta grazie alla sua “ordinaria” indifferenza:  dopo aver consigliato a Jean Lino di chiamare la polizia se ne torna a letto per risvegliarsi la mattina dopo, e venire a sapere che Elisabeth è stata portata alla stazione di polizia.

Da una parte l’indifferenza di Pierre, dall’altra il sentirsi chiamata in causa di Elisabeth. Due modi di relazionarsi con il mondo e con gli altri. Che cosa lega Elisabeth e Jean Lino, viene allora da chiedersi? Non c’è tra loro una storia d’amore, si danno del lei, si incontrano salendo le scale del loro condominio e parlano del passato, dell’ infanzia, mai del presente, mai dei lori matrimoni. E in queste conversazioni che sembrano niente, in verità c’è tutto, c’è la capacità di provare empatia per l’altro, di farsi carico anche di un omicidio. Ma, l’omicidio, sottolinea una lettrice è funzionale a raccontare un contesto e delle relazioni. Lo spazio in cui si svolge l’azione è racchiuso tra i confini di un  condominio  e dunque claustrofobico (un po’ come l’appartamento in Il Dio del massacro), dove più si è vicini e meno si riesce a comunicare. In questo universo di incomunicabilità (emblematica in questo senso la festa di Elisabeth) generale, Elisabeth, forse uscire dalla noia della quotidianità,  sarà spinta ad aiutare Jean-Lino, salvo poi fermarsi al momento giusto e convincerlo chiamare la polizia. Ma per quel poco che è durata la loro “complicità”, Jean-Lino ed Elisabeth si sono “toccati”, e anche quando ognuno di loro sarà tornato al proprio destino, possono  dire a se stessi di aver vissuto un momento di condivisione totale. Forse l’unico della loro vita. Si tratta del momento in cui Elisabeth asseconda la volontà di Jean Lino ed insieme prendono una grande valigia rossa di Elisabeth, per sistemarci dentro il corpo di Lydie,  trascinarla fuori dal condominio per nasconderlo nello studio della povera vittima.

Nell’economia del romanzo, il momento “della valigia” è quello in assoluto dove tragico e comico si incontrano, dove prevale una certa dose di humor nero, ed è anche l’unico che, secondo una lettrice, si rischia di ricordare di questa storia grottesca, ma anche banale, l’ennesima ripetizione di una normalissima commedia francese, vista e rivista, con temi trattati già decine e decine di volte.  La nostra lettrice sottolinea che Elisabeth a sessantanni entra in crisi perché forse nella sua vita non ha costruito nulla, e se guardarsi indietro la rattrista, il guardare avanti è un orizzonte limitato. Da qui la crisi e il desiderio di “muovere” in qualche modo il suo presente.  Quello che ci sembra chiaro è che Reza non dà giudizi, non indugia sulla morale o sulla condanna, cerca di fotografare un pezzo di società e soprattutto le dinamiche delle relazioni umane, e la consapevolezza che, forse, come i Giudei in babilonia, ognuno di noi vive in esilio, ma da se stesso.

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Il CANTO e la COGNIZIONE. Haruf e Gadda

La cognizione del dolore (d’ora in avanti Cognizione) di Carlo Emilio Gadda e Canto della pianura (d’ora in avanti Canto) di Kent Haruf non hanno sicuramente nulla in comune, se non il fatto di aver inaugurato questo nostro nuovo anno di letture. Li unisce questa cosa, ma solo per noi, sia chiaro. Proprio per questo ne vorrei parlare qui cercando un po’ di metterli insieme, in nome della loro abissale diversità. E unicità.

Cognizione è quello che la critica letteraria, in maniera unanime, definisce un (il?) capolavoro del Novecento italiano. Scritto tra il 1938 e il 1941 e apparso a puntate sulla rivista Letteratura, trova la sua prima pubblicazione quasi integrale nel 1963, poi nel 1970 con l’aggiunta di due capitoli. Il romanzo resta comunque, a detta dello stesso Gadda, incompiuto. Canto è il primo volume di una trilogia ambientata nell’immaginaria cittadina di Holt (Colorado), che, pubblicato in  Italia nel 2000, passò quasi completamente inosservato. Poi nel 2015 NN Editore ne pubblica la trilogia completa e scoppia un caso editoriale, un po’ come già accaduto con Stoner di John Williams pochi anni prima. E’ sempre abbastanza complicato riuscire a comprendere che cosa muove la fortuna di un romanzo e di uno scrittore, pare però certo che il passaparola abbia avuto in entrambi i casi un ruolo importante.

Torniamo alle nostre conversazioni. Cognizione, diciamolo subito, ha una prosa a dir poco elaborata, che lo rende faticosamente comprensibile, anche a chi lo ama tantissimo e se lo tiene stretto al petto per non farselo scappare via. Canto è una boccata d’aria fresca in un mattino d’estate e, nonostante le vicende narrate siano dure al limite del sopportabile, non ti lascia mai con l’amaro in bocca. Potere dello scrivere. Possiamo entrare nelle pagine di Haruf  completamente nudi, lasciandoci alle spalle tutto quello che abbiamo visto, sentito e letto, perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno ce lo dà l’autore; al contrario non possiamo avvicinarci a Gadda se non abbiamo fatto prima i bagagli  e non ci abbiamo messo dentro una certa quantità di letteratura italiana, di storia del Novecento (soprattutto il Fascismo) e di sana satira europea (Folengo e Rabelais), pena la traversata del deserto. Non per tutti, certo.  Joyce Lussu, nella sua celebre conversazione con Silvia Ballestra, ci dice come in Occidente è “praticamente  impossibile ricominciare daccapo, e non c’è nessuno capace di scrivere un racconto o una poesia senza riferirsi a qualcosa di scritto prima. Hikmet (la cui opera Lussu ha tradotto in italiano) diceva giustamente che il vocabolario di un contadino analfabeta è sufficiente a dire tutto, anche a spiegare la filosofia o la storia”.  

Certo, per alcuni di noi, non era importante comprendere ogni riga di La cognizione, il significato di ogni singola parola, perché quello che contava era aver colto anche solo una parte infinitesimale (“piantare un seme”, dice un lettore) della storia di Gonzalo Pirobutirro , del suo dolore, del suo dramma umano profondissimo e anche della scrittura di un gigante come Gadda. Per qualcun altro però non è proprio così che funziona. Come si può amare un romanzo o semplicemente apprezzarlo se non si è compresa appieno la storia, nel senso proprio di capire cosa accade? Molto difficile, a meno che non ci si accontenti di una o due suggestioni: la prima conversazione tra Gonzalo e il dottor Felipe Higueróa  e soprattutto il capitolo dedicato alla madre di Gonzalo, la Signora, che vaga sola per casa e passa in rassegna ricordi dolorosi di una vita, primo fra tutti la morte in guerra dell’altro figlio.
Ecco dunque che Canto per qualcuno ha significato tornare a respirare a pieni polmoni, perché è una bella storia e di belle storie abbiamo bisogno. Ma ciò che ha colpito molti  è la “narrazione dei piccoli gesti” che contengono in sé tutta la forza e il senso più profondo delle storie. Si ha l’impressione, leggendo, che l’autore non ci stia raccontando niente di straordinario, ma, arrivati alla fine di ogni capitolo, la sensazione è  quella di avere tra le mani storie e personaggi di una potenza incredibile che ci conducono direttamente dentro il libro, seduti a cena a casa dei fratelli McPheron, con Ike e Bobby in giro per la città, al fianco di Victoria, per respirare un po’ del suo coraggio, unica risposta alla viltà della madre.

Per chi è digiuno sia di Gadda che di Haruf, vale la pena aggiungere che Cognizione è intimamente e indissolubilmente legato a Quel pasticciaccio brutto di via Merulana, nella poetica come pure nella genesi; allo stesso modo Canto è un tutt’uno con Crepuscolo, secondo volume della trilogia, che è “d’obbligo” leggere poiché è lì che i destini dei protagonisti di Canto si compiono.

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STONER di John Williams

Nel 1965 viene pubblicato negli Stati Uniti ma non se ne accorge praticamente nessuno; nel 2003 Vintage Classics lo ripubblica e nel 2006 esce di nuovo grazie a New York Review of Books Classics e ne nasce un caso editoriale.  Stiamo parlando di Stoner di John Williams, che arriva in Italia nel 2012 per i tipi di Fazi Editore, ottenendo uno straordinario successo di pubblico e di critica. Visto il gran clamore, il nostro gruppo di lettura non ha resistito alla tentazione di leggerlo (anche se qualcuno di noi lo aveva già letto qualche anno fa) e ha chiuso il 2017 proprio parlando di William Stoner, di una storia semplice eppure toccante e solo apparentemente banale che pone domande sul senso della nostra vita e sulle grandi passioni, come quella di Stoner per la letteratura. Un romanzo che da molti è stato definito perfetto. 

Su Stoner e John Williams segnaliamo due articoli:
http://www.minimaetmoralia.it/wp/stoner-john-williams/http://www.minimaetmoralia.it/wp/john-williams/

 

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BREVE TRATTATO SULLE COINCIDENZE di Domenico Dara

Nell’era in cui le dichiarazioni d’amore, gli addii e i licenziamenti viaggiano (purtroppo) veloci via Facebook e Whatsapp, la casa editrice Nutrimenti pubblica nel 2014 un romanzo che racconta di un postino e delle preziose lettere scritte a mano che recapita ogni giorno ai suoi concittadini. Ma c’è di più, tra una consegna e l’altra, il nostro piccolo eroe compie un semplice eppur incredibile gesto, quello di aprire e leggere le lettere. L’anno è il 1969 e il luogo è Girifalco, piccolo comune in provincia di Catanzaro, dove, mentre gli americani dall’altra parte dell’oceano si attrezzano per andare sulla Luna, un postino solitario vive sbirciando nelle vite degli altri.

E’ a lui che abbiamo dedicato il nostro incontro di novembre, con la lettura del romanzo Breve trattato sulle coincidenze, esordio letterario di Domenico Dara. Finalista nel 2013 alla XXVI Edizione del Premio Calvino, l’anno dopo arriva dritto dritto in libreria, accompagnato da un coro di apprezzamenti di lettori e di critica. Parafrasando il titolo di un famoso film che niente ha a che vedere con questa storia tutta calabrese, Ermanno Paccagnini sul “Corriere della Sera” sintetizza il romanzo di Dara con la frase “il postino vive sempre due volte.” E già, ce ne siamo accorti. Il postino ( (bisogna arrivare fino all’ultima pagina per conoscerne il nome) ha infatti il dono di imitare qualsiasi grafia e grazie a questo riscrive le lettere modificando il corso delle vite altrui, a fin di bene, naturalmente. Due sono le lettere fondamentali che intercetta e modifica e che fanno da filo conduttore alla storia: una lettera d’amore (a cui ne seguiranno altre tutte indirizzate a Teresa Sperarò, la bella del paese) e una che contiene l’intenzione del sindaco di trasformare una parte della campagna circostante in una discarica, ingannando i suoi concittadini. Intorno a queste due lettere/storie, il postino crea vite parallele a quelle reali, mentre Dara ricostruisce la comunità di Girifalco sul finire degli anni sessanta.

Nella rievocazione della vita di una piccola comunità, sottolinea con passione una lettrice, c’è lo straordinario omaggio che l’autore, girifalcese doc trapiantato a Milano, fa alla sua terra, descrivendone i tratti peculiari: la vita semplice, gli amori, i tradimenti, la coralità e il conoscersi tutti, ma anche il profumo del cibo, i falò e le tradizioni di un tempo. Una dimensione che ha riportato alcuni di noi agli anni dell’infanzia, agli odori e ai sapori di un tempo passato al quale guardare con nostalgia. Allo stesso tempo però, quello ritratto da Dara è un universo dove hanno la meglio corruzione, voto di scambio, mancanza di lavoro ed emigrazione. Ieri come oggi.
E proprio sulla definizione di questa realtà, un lettore obietta circa quella che secondo lui è la patina di buonismo che ricopre ogni cosa e di un cattiveria che non c’è, ma che invece è parte degli esseri umani e delle comunità. Affetto da eccessivo buonismo è lo stesso postino, che come un Dio benevolo vuole garantire lieti fine a tutte le storie. A Girifalco tutto appare idilliaco e tutto tremendamente stereotipato, continua il nostro lettore, con tanto di bella del paese, la mafietta locale e qualche amore nascosto. Niente di nuovo, tutto già visto. Viene fuori il paragone con un film italiano molto bello dal titolo
Il vento fa il suo giro, dove la comunità piccola e di paese emerge in tutta la cattiveria e crudeltà di cui è realisticamente capace, mentre Dara sembra invece voler celare il male. Una lettrice invece fa notare che il male c’è ed è in bella vista: c’è uno stupro, accaduto anni prima ma rievocato ed elemento centrale della storia, c’è il dramma della mancanza del lavoro e della necessità di emigrare, magari in Romania dove capita anche di morire di lavoro, e poi c’è la corruzione politica e il ricatto, il lavoro in cambio di voti. Eh sì, in effetti c’è tutto questo, ma la lettura è divertente e piacevole, merito dello stile che inganna e cela il dolore.

Concordiamo tutti sull’uso di uno stile armonico e ricercato, sulla frase ben strutturata e soprattutto sulla perfetta mescolanza di italiano e dialetto. Il dialetto è uno degli aspetti su cui ci soffermiamo, perché se in altri romanzi può risultare pesante e incomprensibile, in Breve trattato sulle coincidenze è invece piacevole, evoca intimità e calore, poiché è la lingua della famiglia e dell’infanzia, sottolinea un lettore e dona intensità e autenticità alle storie narrate. Uno stile curato e costruito, fin dai titoli di ogni capitolo, che sono delle vere e proprie descrizioni, come “D’ un cavaliere errante e della luna, di Carmela buonodorosa, del poeta dialettale Francesco Zaccone e d’una lettera d’amore sigillata col cuore” che dà il titolo al primo capitolo. Le storie, numerose, sono circondate da un’aura di allegria e divertimento, addirittura di comicità, come la vicenda di Ciccio Rosso che scrive a Berlinguer per chiedere l’autorizzazione a votare DC, visto che è l’unico modo per garantire un lavoro al figlio. Sarà il postino a occuparsene, ma naturalmente la risposta non arriva e allora ci penserà lui a scriverla, per fare felice Ciccio Rosso: sì, Berlinguer lo autorizza a votare DC.

Il postino di Girifalco è un uomo semplice e solitario, certo non è il poetico postino di Neruda e forse non è neanche tanto coraggioso, ci dice una lettrice, ma ispira tenerezza e simpatia. La sua sfida è la rinuncia alla propria vita e all’ amore, per diventare l’osservatore e il regista (falsario?) delle vite degli altri e soprattutto delle straordinarie coincidenze che le popolano, al punto da volerle conservare e numerare in un “breve trattato sulle coincidenze/ovvero/dei modi e delle maniere di misurare/l’appartenenza della vita” dopo aver stabilito che “i sassolini che tracciano e indicano il giusto cammino della nostra vita si chiamano coincidenze. La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere.”.

Sulle coincidenze il postino costruisce la sua riflessione sulla natura delle cose, cercando anche di trovare un ordine delle cose, di dare un senso alle vite che lo circondano, sottolinea una nostra lettrice; un postino-demiurgo, un Platone dei suoi tempi, capace di ri-creare e ri-generare le vite degli altri sempre in senso positivo, per alleviarne dolori e delusioni, ma anche per fare giustizia, come nella storia del Sindaco imbroglione.

L’eco di Platone e non è isolata, Girifalco è stata parte della Magna Grecia e nasconde in ogni suo angolo le tracce del suo passato, nei miti e nel pensiero, fa nota un lettore. Le domande che si pone il postino vengono da lontano, proprio dal pensiero greco: che cos’è il destino? E il fato? E qual è il limite e il rapporto tra libertà e predeterminazione? Una persona solo apparentemente semplice, il postino di Dara, mentre in realtà è un filosofo della quotidianità, e il suo è, come lo ha definito qualcuno, un voyeurismo filosofico, il cui obiettivo non è assecondare la propria curiosità, ma dare un senso e un significato ad eventi accidentali, alle coincidenze, appunto. E’ come se dal particolare egli aspirasse al senso universale delle cose (il dialetto sta al particolare come l’italiano sta all’universale?). Ma cosa succede alla fine? Il postino abbandona tutto e se ne scappa (forse) in Patagonia. Una rinuncia? No, non c’è rinuncia, le due storie principali scaturite dalle due lettere protagoniste sono arrivate ad un epilogo, il cerchio si è chiuso, e il postino ha esaurito la sua “missione”, afferma una lettrice, quasi a voler difendere il protagonista da velate accuse di resa; è arrivato alla fine di un percorso e ora va incontro all’imprevedibile, fa eco un’altra lettrice:

Nel momento in cui chiuse la porta alle spalle, il postino non aveva le idee chiare. Erano stati mesi intensi: gli sembrava di aver vissuto una strana congettura nella quale molti dei cerchi inanellati in vita si erano chiusi uno dietro l’altro, e soprattutto gli era parso che questi cerchi, in qualche modo, fossero fra loro collegati. E c’era, infine, un elemento forse più determinante degli altri a indicare l’eccezionalità dei tempi: non aveva mai trascritto tante coincidenze come negli ultimi mesi. Il bambino Pollicino era cresciuto e le tasche traboccavano di sassolini. Forse, in virtù di questo, la sua fino ad allora era stata una vita autentica, o meglio, la porzione autentica di una vita ch’ egli però, adesso, avvertiva come conclusa.
Si sentiva, per riprendere un’immagine cara alla sua fantasia, come la pioggia che cade dopo che la misura è colma: il compito assegnatogli era stato già svolto.” 

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QUALCOSA SUI LEHMAN di Stefano Massini

La gioia del narrare: questo è stato per noi Qualcosa sui Lehman (Mondadori, 2016) di cui abbiamo parlato nell’incontro di ottobre. Ma partiamo dall’inizio. Anche quest’anno il nostro gruppo di lettura ha fatto parte con cinque suoi lettori della Giuria dei Trecento lettori del Premio Campiello e anche questa volta, come già accaduto con Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia, ha trovato il suo personale vincitore nel romanzo Qualcosa sui Lehman del drammaturgo e scrittore fiorentino Stefano Massini. C’è da dire che, cinquina finalista alla mano, il romanzo di Massini, 773 pagine che sembrano, a colpo d’occhio, scritte in versi, era di sicuro quello meno allettante,  da lasciare per ultimo, poiché, come ha detto con ironia una nostra lettrice-giurata, l’impressione era quella di avere davanti l’opera di uno scrittore che aveva voglia di fare il “fenomeno”. Da evitare, per il momento. Poi però, buttato l’occhio sul retro della copertina, non si poteva non notare che i giudizi provenivano tutti dalla stampa straniera e  che dunque, come accade spesso, Massini fosse molto più conosciuto all’estero che non in Italia. Questa ci è sembrata una cosa bella. 

Torniamo alla gioia del narrare. Pare che Stefano Massini non ami scrivere seduto davanti ad un pc e che tra le sue passioni ci sia invece la bicicletta che è anche la sua scrivania. Interminabili pedalate durante le quali Massini racconta ad alta voce, mentre il suo cellulare lo registra, e poi, una volta a casa, trascrive i suoi appunti orali. Ecco, è semplice immaginarselo, un uomo che pedala e intanto racconta una storia, dà vita a dei personaggi e dà voce, per citare alcuni esempi, ad Anna Politkovskaja (Anna Politkovskaja, Promo Music) piuttosto che ad un gruppo di operaie che difendono il lavoro (7 Minuti. Consiglio di fabbrica, Einaudi.), fino a reinventare e rileggere Sigmund Freud, nel nuovo romanzo appena uscito dal titolo L’interpretatore dei sogni. E’ sempre pedalando che nasce Qualcosa sui Lehman, sottotitolo romanzo ballata, che racconta la saga di una famiglia fatta di uomini e donne, ma soprattutto di uomini, che non stanno mai fermi. Sono i Lehman, sì, proprio quelli della Lehman & Brothers, quelli della banca, di cui tutti, per forza, abbiamo sentito parlare, ma di cui, in effetti non sappiamo quasi nulla. C’ha pensato Massini a renderli reali, ad “umanizzarli” dice un nostro lettore, nel senso di renderli umani, concreti, un insieme di personaggi e un solo cognome, a partire dal capostipite Henry, ebreo aschenazita che dalla Baviera emigra in Alabama e apre un negozio di stoffe, che può sembrare niente e invece è tanto, anzi tutto. E’ da quel negozio che ha origine l’impero Lehman, “con gli occhi, le mani e il naso” di Henry, Emanuel e Mayer, e poi Dreidel, Dawid, Philip, Sigmund, Arthur, Irving, Herbert, e poi ancora Bobbie, Harold, Allan e Peter. Prima, seconda e terza generazione di uomini Lehman, che hanno attraversato e segnato 160 anni di storia degli Stati Uniti d’America, entrando, senza bussare,  nelle case di molti se non di tutti: cotone, caffè, carbone, jeans, ferrovie, macchine, telefoni, petrolio, gas, poste e banche, armi (le guerre muovono l’economia, sottolinea un nostro lettore, e terminano solo quando gli Stati non hanno più soldi da spendere), giornali, arte, cinema, fumetti e pubblicità. Ciò che conta per avere successo non è soddisfare i bisogni delle persone, ma crearne di nuovi.

Per gli appassionati di teatro, i fratelli Lehman si erano già materializzati sul palcoscenico con i volti di Massimo De Francovich/Henry, Fabrizio Gifuni/Emanuel e Massimo Popolizio/Mayer e Paolo Pierobon/Philip, solo per citare alcuni degli attori diretti da Luca Ronconi nel 2015, su testo teatrale della stesso Massini dal titolo Lehman Trilogy (Einaudi, 2014?). In realtà è proprio dal testo teatrale che arriva il romanzo, portandosi dietro la struttura in tre parti (Tre fratelli, Padri e figli, L’immortale),e un ritmo che tiene noi lettori attaccati alla pagina, e se Lehman Trilogy è un testo teatrale che si legge come un romanzo, Qualcosa sui Lehman è un romanzo che si legge anche come testo teatrale e la cui struttura, graficamente leggera, ci sembra aiuti il lettore a non perdersi e a focalizzarsi su ogni singola parola, cadendo anche nella tentazione di leggere ad alta voce, senza annoiarsi mai.

Due i personaggi che più abbiamo più amato, Henry, il primo, il Lehman razionale e riflessivo, quello forte che darà il via a tutto, che ha lasciato Rimpar in Baviera e ha attraversato l’Oceano
“con una sola valigia al fianco
fermo immobile
come un palo del telegrafo
sul molo
number four del porto di New York.
Grazie a Dio per essere arrivato:
Baruch HaShem!
Grazie a Dio per essere partito:
Baruch HaShem!
Grazie a Dio per essere ora, finalmente, esserci
lì, in America:
Baruch HaShem!
Baruch HaShem!
Baruch HaShem!”

E poi come non amare Bobby, terza generazione Lehman, Bobby che ama il polo e l’arte (notevole la
Robert Lehman Collection custodita al Metropolitan Museum di New York) e si ritrova a fare i conti con la Lehman & Brothers, Bobby, quello più fragile e per questo più “umano”. Forse. 

Qualcosa sui Lehman è la storia di una famiglia, ma è anche una lezione di economia, fa notare un nostro lettore, condotta sul filo dell’ironia e dell’umorismo, che mostra tutta la disumanità, il cinismo e l’avidità in cui sono immersi i protagonisti e che disegna la parabola dove, come fa notare Luca Ronconi nell’introduzione al testo teatrale, “l’oro del Reno di un’Alabama negriera giungerà, inevitabile, al Crepuscolo dei divini indici di Wall Street.”

Al termine della nostra conversazione ci siamo chiesti: “Perché Qualcosa sui Lehman non ha vinto il Campiello?” Non abbiamo trovato una risposta chiara, ma possiamo azzardare che la tradizione abbia vinto sull’innovazione, che la maggioranza dei trecento lettori popolari votando L’Arminuta, abbia voluto premiare un romanzo che l’ ha fatta sentire al sicuro, lontano dalle meravigliose stravaganze, soprattutto stilistiche, di Stefano Massini. 

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