STONER di John Williams

Nel 1965 viene pubblicato negli Stati Uniti ma non se ne accorge praticamente nessuno; nel 2003 Vintage Classics lo ripubblica e nel 2006 esce di nuovo grazie a New York Review of Books Classics e ne nasce un caso editoriale.  Stiamo parlando di Stoner di John Williams, che arriva in Italia nel 2012 per i tipi di Fazi Editore, ottenendo uno straordinario successo di pubblico e di critica. Visto il gran clamore, il nostro gruppo di lettura non ha resistito alla tentazione di leggerlo (anche se qualcuno di noi lo aveva già letto qualche anno fa) e ha chiuso il 2017 proprio parlando di William Stoner, di una storia semplice eppure toccante e solo apparentemente banale che pone domande sul senso della nostra vita e sulle grandi passioni, come quella di Stoner per la letteratura. Un romanzo che da molti è stato definito perfetto. 

Su Stoner e John Williams segnaliamo due articoli:
http://www.minimaetmoralia.it/wp/stoner-john-williams/http://www.minimaetmoralia.it/wp/john-williams/

 

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BREVE TRATTATO SULLE COINCIDENZE di Domenico Dara

Nell’era in cui le dichiarazioni d’amore, gli addii e i licenziamenti viaggiano (purtroppo) veloci via Facebook e Whatsapp, la casa editrice Nutrimenti pubblica nel 2014 un romanzo che racconta di un postino e delle preziose lettere scritte a mano che recapita ogni giorno ai suoi concittadini. Ma c’è di più, tra una consegna e l’altra, il nostro piccolo eroe compie un semplice eppur incredibile gesto, quello di aprire e leggere le lettere. L’anno è il 1969 e il luogo è Girifalco, piccolo comune in provincia di Catanzaro, dove, mentre gli americani dall’altra parte dell’oceano si attrezzano per andare sulla Luna, un postino solitario vive sbirciando nelle vite degli altri.

E’ a lui che abbiamo dedicato il nostro incontro di novembre, con la lettura del romanzo Breve trattato sulle coincidenze, esordio letterario di Domenico Dara. Finalista nel 2013 alla XXVI Edizione del Premio Calvino, l’anno dopo arriva dritto dritto in libreria, accompagnato da un coro di apprezzamenti di lettori e di critica. Parafrasando il titolo di un famoso film che niente ha a che vedere con questa storia tutta calabrese, Ermanno Paccagnini sul “Corriere della Sera” sintetizza il romanzo di Dara con la frase “il postino vive sempre due volte.” E già, ce ne siamo accorti. Il postino ( (bisogna arrivare fino all’ultima pagina per conoscerne il nome) ha infatti il dono di imitare qualsiasi grafia e grazie a questo riscrive le lettere modificando il corso delle vite altrui, a fin di bene, naturalmente. Due sono le lettere fondamentali che intercetta e modifica e che fanno da filo conduttore alla storia: una lettera d’amore (a cui ne seguiranno altre tutte indirizzate a Teresa Sperarò, la bella del paese) e una che contiene l’intenzione del sindaco di trasformare una parte della campagna circostante in una discarica, ingannando i suoi concittadini. Intorno a queste due lettere/storie, il postino crea vite parallele a quelle reali, mentre Dara ricostruisce la comunità di Girifalco sul finire degli anni sessanta.

Nella rievocazione della vita di una piccola comunità, sottolinea con passione una lettrice, c’è lo straordinario omaggio che l’autore, girifalcese doc trapiantato a Milano, fa alla sua terra, descrivendone i tratti peculiari: la vita semplice, gli amori, i tradimenti, la coralità e il conoscersi tutti, ma anche il profumo del cibo, i falò e le tradizioni di un tempo. Una dimensione che ha riportato alcuni di noi agli anni dell’infanzia, agli odori e ai sapori di un tempo passato al quale guardare con nostalgia. Allo stesso tempo però, quello ritratto da Dara è un universo dove hanno la meglio corruzione, voto di scambio, mancanza di lavoro ed emigrazione. Ieri come oggi.
E proprio sulla definizione di questa realtà, un lettore obietta circa quella che secondo lui è la patina di buonismo che ricopre ogni cosa e di un cattiveria che non c’è, ma che invece è parte degli esseri umani e delle comunità. Affetto da eccessivo buonismo è lo stesso postino, che come un Dio benevolo vuole garantire lieti fine a tutte le storie. A Girifalco tutto appare idilliaco e tutto tremendamente stereotipato, continua il nostro lettore, con tanto di bella del paese, la mafietta locale e qualche amore nascosto. Niente di nuovo, tutto già visto. Viene fuori il paragone con un film italiano molto bello dal titolo
Il vento fa il suo giro, dove la comunità piccola e di paese emerge in tutta la cattiveria e crudeltà di cui è realisticamente capace, mentre Dara sembra invece voler celare il male. Una lettrice invece fa notare che il male c’è ed è in bella vista: c’è uno stupro, accaduto anni prima ma rievocato ed elemento centrale della storia, c’è il dramma della mancanza del lavoro e della necessità di emigrare, magari in Romania dove capita anche di morire di lavoro, e poi c’è la corruzione politica e il ricatto, il lavoro in cambio di voti. Eh sì, in effetti c’è tutto questo, ma la lettura è divertente e piacevole, merito dello stile che inganna e cela il dolore.

Concordiamo tutti sull’uso di uno stile armonico e ricercato, sulla frase ben strutturata e soprattutto sulla perfetta mescolanza di italiano e dialetto. Il dialetto è uno degli aspetti su cui ci soffermiamo, perché se in altri romanzi può risultare pesante e incomprensibile, in Breve trattato sulle coincidenze è invece piacevole, evoca intimità e calore, poiché è la lingua della famiglia e dell’infanzia, sottolinea un lettore e dona intensità e autenticità alle storie narrate. Uno stile curato e costruito, fin dai titoli di ogni capitolo, che sono delle vere e proprie descrizioni, come “D’ un cavaliere errante e della luna, di Carmela buonodorosa, del poeta dialettale Francesco Zaccone e d’una lettera d’amore sigillata col cuore” che dà il titolo al primo capitolo. Le storie, numerose, sono circondate da un’aura di allegria e divertimento, addirittura di comicità, come la vicenda di Ciccio Rosso che scrive a Berlinguer per chiedere l’autorizzazione a votare DC, visto che è l’unico modo per garantire un lavoro al figlio. Sarà il postino a occuparsene, ma naturalmente la risposta non arriva e allora ci penserà lui a scriverla, per fare felice Ciccio Rosso: sì, Berlinguer lo autorizza a votare DC.

Il postino di Girifalco è un uomo semplice e solitario, certo non è il poetico postino di Neruda e forse non è neanche tanto coraggioso, ci dice una lettrice, ma ispira tenerezza e simpatia. La sua sfida è la rinuncia alla propria vita e all’ amore, per diventare l’osservatore e il regista (falsario?) delle vite degli altri e soprattutto delle straordinarie coincidenze che le popolano, al punto da volerle conservare e numerare in un “breve trattato sulle coincidenze/ovvero/dei modi e delle maniere di misurare/l’appartenenza della vita” dopo aver stabilito che “i sassolini che tracciano e indicano il giusto cammino della nostra vita si chiamano coincidenze. La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere.”.

Sulle coincidenze il postino costruisce la sua riflessione sulla natura delle cose, cercando anche di trovare un ordine delle cose, di dare un senso alle vite che lo circondano, sottolinea una nostra lettrice; un postino-demiurgo, un Platone dei suoi tempi, capace di ri-creare e ri-generare le vite degli altri sempre in senso positivo, per alleviarne dolori e delusioni, ma anche per fare giustizia, come nella storia del Sindaco imbroglione.

L’eco di Platone e non è isolata, Girifalco è stata parte della Magna Grecia e nasconde in ogni suo angolo le tracce del suo passato, nei miti e nel pensiero, fa nota un lettore. Le domande che si pone il postino vengono da lontano, proprio dal pensiero greco: che cos’è il destino? E il fato? E qual è il limite e il rapporto tra libertà e predeterminazione? Una persona solo apparentemente semplice, il postino di Dara, mentre in realtà è un filosofo della quotidianità, e il suo è, come lo ha definito qualcuno, un voyeurismo filosofico, il cui obiettivo non è assecondare la propria curiosità, ma dare un senso e un significato ad eventi accidentali, alle coincidenze, appunto. E’ come se dal particolare egli aspirasse al senso universale delle cose (il dialetto sta al particolare come l’italiano sta all’universale?). Ma cosa succede alla fine? Il postino abbandona tutto e se ne scappa (forse) in Patagonia. Una rinuncia? No, non c’è rinuncia, le due storie principali scaturite dalle due lettere protagoniste sono arrivate ad un epilogo, il cerchio si è chiuso, e il postino ha esaurito la sua “missione”, afferma una lettrice, quasi a voler difendere il protagonista da velate accuse di resa; è arrivato alla fine di un percorso e ora va incontro all’imprevedibile, fa eco un’altra lettrice:

Nel momento in cui chiuse la porta alle spalle, il postino non aveva le idee chiare. Erano stati mesi intensi: gli sembrava di aver vissuto una strana congettura nella quale molti dei cerchi inanellati in vita si erano chiusi uno dietro l’altro, e soprattutto gli era parso che questi cerchi, in qualche modo, fossero fra loro collegati. E c’era, infine, un elemento forse più determinante degli altri a indicare l’eccezionalità dei tempi: non aveva mai trascritto tante coincidenze come negli ultimi mesi. Il bambino Pollicino era cresciuto e le tasche traboccavano di sassolini. Forse, in virtù di questo, la sua fino ad allora era stata una vita autentica, o meglio, la porzione autentica di una vita ch’ egli però, adesso, avvertiva come conclusa.
Si sentiva, per riprendere un’immagine cara alla sua fantasia, come la pioggia che cade dopo che la misura è colma: il compito assegnatogli era stato già svolto.” 

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QUALCOSA SUI LEHMAN di Stefano Massini

La gioia del narrare: questo è stato per noi Qualcosa sui Lehman (Mondadori, 2016) di cui abbiamo parlato nell’incontro di ottobre. Ma partiamo dall’ inizio. Anche quest’anno il nostro gruppo di lettura ha fatto parte con cinque suoi lettori della Giuria dei Trecento lettori del Premio Campiello e anche questa volta, come già accaduto con Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia, ha trovato il suo personale vincitore nel romanzo Qualcosa sui Lehman del drammaturgo e scrittore fiorentino Stefano Massini. C’è da dire che, cinquina finalista alla mano, il romanzo di Massini, 773 pagine che sembrano, a colpo d’occhio, scritte in versi, era di sicuro quello meno allettante,  da lasciare per ultimo, poiché, come ha detto con ironia una nostra lettrice-giurata, l’impressione era quella di avere davanti l’opera di uno scrittore che aveva voglia di fare il “fenomeno”. Da evitare, per il momento. Poi però, buttato l’occhio sul retro della copertina, non si poteva non notare che i giudizi provengono tutti dalla stampa straniera e  che dunque, come accade spesso, Massini sia molto più conosciuto all’estero che non in Italia. Questa ci è sembrata una cosa bella. 

Torniamo alla gioia del narrare. Pare che Stefano Massini non ami scrivere seduto davanti ad un pc e che tra le sue passioni ci sia invece la bicicletta che è anche la sua scrivania. Interminabili pedalate durante le quali Massini racconta ad alta voce, mentre il suo cellulare lo registra, e poi, una volta a casa, trascrive i suoi appunti orali. Ecco, è semplice immaginarselo, un uomo che pedala e intanto racconta una storia, dà vita a dei personaggi e dà voce, per citare alcuni esempi, ad Anna Politkovskaja (Anna Politkovskaja, Promo Music) piuttosto che ad un gruppo di operaie che difendono il lavoro (7 Minuti. Consiglio di fabbrica, Einaudi.), fino a reinventare e rileggere Sigmund Freud, nel nuovo romanzo appena uscito dal titolo L’interpretatore dei sogni. E’ sempre pedalando che nasce Qualcosa sui Lehman, sottotitolo romanzo ballata, che racconta la saga di una famiglia fatta di uomini e donne, ma soprattutto di uomini, che non stanno mai fermi. Sono i Lehman, sì, proprio quelli della Lehman & Brothers, quelli della banca, di cui tutti, per forza, abbiamo sentito parlare, ma di cui, in effetti non sappiamo quasi nulla. C’ha pensato Massini a renderli reali, ad “umanizzarli” dice un nostro lettore, nel senso di renderli umani, concreti, un insieme di personaggi e un solo cognome, a partire dal capostipite Henry, ebreo aschenazita che dalla Baviera emigra in Alabama e apre un negozio di stoffe, che può sembrare niente e invece è tanto, anzi tutto. E’ da quel negozio che ha origine l’impero Lehman, “con gli occhi, le mani e il naso” di Henry, Emanuel e Mayer, e poi Dreidel, Dawid, Philip, Sigmund, Arthur, Irving, Herbert, e poi ancora Bobbie, Harold, Allan e Peter. Prima, seconda e terza generazione di uomini Lehman, che hanno attraversato e segnato 160 anni di storia degli Stati Uniti d’America, entrando, senza bussare e anche senza farsi accorgere nelle case di molti se non di tutti: cotone, caffè, carbone, jeans, ferrovie, macchine, telefoni, petrolio, gas, poste e banche, armi (le guerre muovono l’economia, sottolinea un nostro lettore, e terminano solo quando gli Stati non hanno più soldi da spendere), giornali, arte, cinema, fumetti e pubblicità. Ciò che conta per avere successo non è soddisfare i bisogni delle persone, ma crearne di nuovi.

Per gli appassionati di teatro, i fratelli Lehman si erano già materializzati sul palcoscenico con i volti di Massimo De Francovich/Henry, Fabrizio Gifuni/Emanuel e Massimo Popolizio/Mayer e Paolo Pierobon/Philip, solo per citare alcuni degli attori diretti da Luca Ronconi nel 2015, su testo teatrale della stesso Massini dal titolo Lehman Trilogy (Einaudi, 2014?). In realtà è proprio dal testo teatrale che arriva il romanzo, portandosi dietro la struttura in tre parti (Tre fratelli, Padri e figli, L’immortale),e un ritmo che tiene noi lettori attaccati alla pagina, e se Lehman Trilogy è un testo teatrale che si legge come un romanzo, Qualcosa sui Lehman è un romanzo che si legge anche come testo teatrale e la cui struttura, graficamente leggera, aiuta il lettore a non perdersi, ma a focalizzarsi su ogni singola parola, cadendo anche nella tentazione di leggere ad alta voce, senza annoiarsi mai.

Due i personaggi che più abbiamo amato, Henry, il primo, il Lehman razionale e riflessivo, quello forte che darà il via a tutto, che ha lasciato Rimpar in Baviera e ha attraversato l’Oceano
“con una sola valigia al fianco
fermo immobile
come un palo del telegrafo
sul molo
number four del porto di New York.
Grazie a Dio per essere arrivato:
Baruch HaShem!
Grazie a Dio per essere partito:
Baruch HaShem!
Grazie a Dio per essere ora, finalmente, esserci
lì, in America:
Baruch HaShem!
Baruch HaShem!
Baruch HaShem!”

E poi abbiamo amato Bobby, terza generazione Lehman, Bobby che ama il polo e l’arte (notevole la
Robert Lehman Collection custodita al Metropolitan Museum di New York) e si ritrova a fare i conti con la Lehman & Brothers, Bobby, quello più fragile e per questo più “umano”. Forse. 

Qualcosa sui Lehman è la storia di una famiglia, ma è anche una lezione di economia, fa notare un nostro lettore, condotta sul filo dell’ironia e dell’umorismo, che mostrano tutta la disumanità, il cinismo e l’avidità in cui sono immersi i protagonisti e che disegnano la parabola dove, come fa notare Luca Ronconi nell’introduzione al testo teatrale, “l’oro del Reno di un’Alabama negriera giungerà, inevitabile, al Crepuscolo dei divini indici di Wall Street.”

Al termine della nostra conversazione ci siamo chiesti: “Perché Qualcosa sui Lehman non ha vinto il Campiello?” Non abbiamo trovato una risposta chiara, ma possiamo azzardare che la tradizione abbia vinto sull’innovazione, che la maggioranza dei trecento lettori popolari votando L’Arminuta, abbia voluto premiare un romanzo che l’ ha fatta sentire al sicuro, lontano dalle meravigliose stravaganze, soprattutto stilistiche, di Stefano Massini. 

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L’ALTRA ESZTER di Magda Szabò

L’altra Eszter è un romanzo sconvolgente e dopo l’ultima pagina, non stupitevi se vi sentirete come se qualcuno vi tenesse in pugno lo stomaco e lo stringesse forte. Le parole di Eszter sono un nodo fermo in gola, che non vuole scendere. La sua non è una storia, è una confessione in piena regola: è un mettersi a nudo senza vergogna, pudore, imbarazzo. Eszter è una donna, ma anche una bambina che ama profondamente e odia con la stessa ferocia, che odia Angéla, ma allo stesso tempo anche se stessa.
Questo in poche parole l’essenza di L’altra Eszter di Magda Szabo, autrice del più celebre La porta e voce fondamentale della letteratura ungherese del XX secolo, grazie ad una scrittura intima, profonda e indagatrice.
In L’altra Eszter Szabo mette in scena un lungo monologo che è il racconto di un’intera vita, dall’infanzia alla maturità, dal rapporto con i genitori a quello fondamentale con se stessa.
L’infanzia di Eszter non c’è, qualcosa deve essere andato storto; è da grande, da adulta, che Eszter torna in qualche modo bambina. Una bambina che prova amore e odio allo stesso tempo, che è incapace di valutare le situazioni che le si presentano con distacco e obiettività. Voi ci riuscireste? Noi, al suo posto, ne saremmo in grado?

 

 

 

 

 

 

La confessione di Eszter è indirizzata a Lorinc, l’amante che ha perso, l’amante con cui non potrà mai più confrontarsi, a cui non potrà raccontarsi. Non lo ha mai fatto, in realtà; lo sta facendo adesso proprio perché lui è morto. Quanto le è costato non raccontarsi? Che prezzo ha non riuscire mai a togliere le maschere? Il prezzo è che, prima o poi, arriva quel momento in cui è troppo tardi.
Ma lo è poi davvero? Forse lo è per il rapporto di coppia, forse non lo è per Eszter. Adesso che il suo amante non c’è più, Eszter trova il coraggio di ripercorrere la sua esistenza. E lo fa con una sincerità sconcertante, la stessa di chi non ha più niente da perdere. È adesso che, per esempio, Eszter può permettersi di raccontare la verità sul capriolo di Angéla. “Io non volevo uccidere il capriolo”; credo che questa frase possa rappresentare la chiave di lettura del romanzo.
Eszter non vuole uccidere il capriolo, vuole “solo” che Angéla si disperi per la sua scomparsa. Angéla, in fondo, rappresenta tutto quello che Eszter non è, tutto quello che non ha. È la consapevolezza di questa diversità che scatena il risentimento di Eszter: tu hai tutto quello che io non ho, sei tutto quello che io non sarò mai. Come posso non odiarti? Alla fine della sua confessione, Eszter matura una consapevolezza nuova; raccontare della sua vita è taumaturgico e le dà il coraggio di rivelare cose mai dette.

Tutti questi aspetti evidenziati nella presentazione di una nostra lettrice sono tornati nella discussione del gruppo, a partire da quelli che ci sembrano due temi centrali: il risentimento e le maschere. Il risentimento  verso chi ha avuto tutto o comunque molto, come Angela con la sua infanzia dorata, mentre Eszter indossava le scarpe tagliate in punta della zia Irma e aveva dovuto fare del sacrificio e della rinuncia i cardini della sua infanzia, dietro la quale si nasconde tutto il mistero della vita adulta. Come fa notare una nostra lettrice, c’è in Eszter  l’incapacità di lasciarsi alle spalle i propri fantasmi: “Per me nessuno aveva mai voluto costruire un futuro. C’era solo passato attorno a me”.
Altro punto è infatti il rapporto con i genitori: Eszter bambina ama di un amore immenso i suoi genitori, ma è ricambiata? In realtà i suoi genitori non la vedono, e, come ci fa notare una lettrice, se non viene vista non può vedersi lei stessa e probabilmente è anche da qui che ha origine il tormentato rapporto con se stessa e con gli altri. Non la vedono, ma Eszter è essenziale nel rapporto con i genitori. È lei a guadagnare per le medicine del padre, lei ad occuparsi delle faccende di casa mentre la madre segue i suoi allievi al pianoforte. I genitori hanno un rapporto speciale, esclusivo: talmente esclusivo che sembrano bastarsi, talmente stretto che taglia fuori la loro figlia.

Forse è da qui che nascono le maschere, tutte quelle indossate da Eszter, per nascondersi e sentirsi una “persona”, poiché Eszter non è nessuno fino a quando non indossa le sue maschere:
“Io sono senza faccia: finché non mi trucco, i lineamenti si confondono, sbiadiscono; sono senza faccia, ho solo maschere. Stanotte mi sono casualmente guardata allo specchio. Sembravo la creatura di un incubo”. […]
Se solo una volta qualcuno, chiunque, mi avesse accettato per quella che sono davvero, senza riserve, senza condizioni, con i miei ricordi della zia Irma, della Diga…! La verità… Nemmeno tu l’hai mai fatto. Tra noi c’è sempre stata Angéla. Non so. Nessuno mi ha mai aiutata, mai.”  È questo il punto della piena consapevolezza, quella di aver trascorso la vita in solitudine e contro Angéla , l’eterna nemica, forse una proiezione di Eszter, il frutto di una sua schizofrenia, nella originale interpretazione di un nostro lettore.

Il mestiere dell’attrice non è casuale ed è fortemente simbolico di una esistenza intesa come continua recitazione. Fredda e lucida recitazione, che passa anche attraverso la lingua, lo stile. Come sottolinea una lettrice, il romanzo è una linea dritta, senza curve o tentennamenti, una analisi lucida, priva di qualsiasi emozione, che, grazie all’uso del monologo, parte da Eszter e arriva ad Eszter, senza divagazioni o distrazioni e per questo tiene il lettore fermo sulla pagina aperta e non corre mai il rischio di diventare noioso.
Ma se da una parte c’è chi ha apprezzato questo tipo di scrittura, c’è anche chi l’ha trovata stereotipata, fastidiosa perché procede solo per aggiunta e dove l’unico elemento di originalità sta nell’aver messo a nudo una donna. Fa eco però un lettore che “difende” lo stile di Szabo, poiché un flusso di coscienza per definizione procede per addizione, aggiunge pensieri su pensieri, ricordi su ricordi, storie su storie, senza porsi il problema di rendere chiaro e comprensibile ciò che si sta raccontando, ciò che sta appunto fluendo nella nostra coscienza.
Diretto, tagliente, efficace, aggiunge un altro lettore. La trama, seppur interessante, non è il focus dell’opera ma solo un pretesto per raccontare che un personaggio che si fa odiare non è negativo, ma semplicemente onesto.

Rimane una domanda aperta: qual è il motore dell’odio?

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I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH di Franz Werfel

Nel 1929 una giovane coppia viennese in viaggio  in Medio Oriente arriva a Damasco e nella più grande fabbrica di tappeti della città assiste al triste spettacolo di adolescenti impiegati come manodopera, sfruttati, maltrattati, denutriti e mutilati.I viaggiatori sono Franz Werfel, quarantenne scrittore austriaco e sua moglie Alma Mahler, mentre i giovani lavoratori sono gli orfani armeni scampati al massacro di quindici anni prima. Alla domanda su come sia nato I quaranta giorni del Mussa Dagh, la risposta è proprio nel racconto di questo incontro, l’incontro di  Werfel con ciò che restava del genocidio del popolo armeno, quando di quell’evento in Occidente si aveva una percezione lontana e confusa, niente di più di un sentito dire. Ma tale era stata la potenza di quella vista che Werfel, da poco convertitosi al cattolicesimo, inizia, una volta tornato a Vienna, una serie di ricerche in archivio e un lavoro attento sulle testimonianze dirette dei sopravvissuti che lo conducono diritto al suo capolavoro, scritto in meno di un anno tra il 1932 e il 1933, ma già abbozzato nel 1929 a Damasco.

Mussa Dagh in turco vuol dire “la montagna di Mosè”, ma da molti è stato, non a torto, soprannominato “la montagna degli armeni”, perché è stato proprio su quel monte che cinquemila armeni  nel 1915 si sono rifugiati per sfuggire ai rastrellamenti dell’esercito turco voluti dal governo dei Giovani Turchi, e hanno resistito per circa un mese fino a quando non sono stati messi in salvo dalle navi francesi. Tra realtà e finzione, tra personaggi reali e letterari,   I quaranta giorni del Mussa Dagh racconta questa resistenza, in una narrazione che è insieme romanzo storico, epico e di testimonianza, grazie ad una memorabile coralità di voci, di sguardi e di storie.

Una lettura entusiasmante, una folgorazione e una scrittura, quella di Werfel, che è un fiume in piena che trascina via il lettore, irrimediabilmente. Questo in breve il parere pressoché unanime del nostro gruppo di lettura, che alla fine del 2016 si è dato appuntamento allo scorso luglio per discutere di questo romanzo corposo, intenso ed emotivamente coinvolgente. I quaranta giorni del Mussa Dagh è stato pubblicato per la prima volta nel 1933 e fin da subito ottenne uno strepitoso successo per finire però ben presto nel dimenticatoio, bandito dalla Germania nazista, e opera in assoluto più letta nel ghetto di Varsavia. Un romanzo drammaticamente profetico che anticipa lo sterminio del popolo ebraico; un romanzo difficile, pieno di citazioni, di tematiche sociali, politiche e religiose. C’è tutto un mondo, si potrebbe dire, tutta la società armena, tutte la fasce d’età e i ceti sociali e soprattutto c’è la vita interiore di uomini e donne che, seppur consapevoli di essere destinati alla morte, accettano di provare a resistere e di perseguire una quotidianità fatta anche di cose banali, di piccoli conflitti, di amori, gelosie, invidie, tradimenti e perfino odio. Tutto ciò che si trova in una qualsiasi comunità, tante individualità, ognuna con la propria storia, ma tutti uniti nella resistenza al nemico comune, il proprio Stato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ impossibile citare tutti i personaggi e le loro vicende, ma non potevamo durante il nostro incontro  non soffermarci sul protagonista Gabriel Bagradian, uno degli eroi più straordinari che si possano incontrare tra le pagine di un libro. Armeno di nascita, dopo essersi stabilito a Parigi e aver sposato una francese, torna al proprio villaggio natale insieme alla moglie e al figlio Stephan. Gabriel è un uomo colto e raffinato, sospeso tra due mondi, che capisce per primo il pericolo che sta correndo il suo popolo e mette in atto il progetto di ritirata sul Mussa Dagh, seguito  da qualche migliaio di armeni di sette villaggi. Una figura commovente, quella di Gabriel, un vero e proprio condottiero, inaspettatamente alla guida di un intero popolo.

La grande abilità di Werfel, osserva una lettrice, sta proprio nella ricostruzione della società armena, sia nel bene che nel male, nella comprensione dell’animo umano, scandagliato fino all’inverosimile, ma soprattutto nell’abilità con la quale l’autore descrive una situazione “al limite”, dove tremendamente vivo è il dialogo con la morte, presente, palpabile, ma che non impedisce ai 5000 armeni rifugiati sul Mussa Dagh di lottare anche per un minuto in più. Morire per morire, meglio farlo resistendo. E resistere vuol dire anche ripartire da zero, costruire un nuovo villaggio con vere e proprie capanne, rinunciare alle proprie cose e condividere il cibo, “regredire” ad una dimensione quasi primordiale, un ritorno alle cose fondamentali, sottolinea un lettore.

Un membro del gruppo ci racconta la sua duplice lettura di I quaranta giorni del Mussa Dagh: la prima nel 1973 durante il servizio militare grazie al racconto di un compagno armeno e la seconda oggi, in occasione dell’incontro con il gruppo. Se il ricordo della prima lettura era di un romanzo prolisso e non particolarmente interessante, la seconda lettura è stata straordinaria, fatta tutta in soli otto giorni (che sono veramente pochi per un volume di più di ottocento pagine)

La storia che viene narrata è sicuramente potente e sconosciuta per molti di noi, ma, sottolinea un lettore, ciò che più conquista è lo stile, capace di portarti dentro la storia. E’ come una corrente d’acqua che non si riesce ad arrestare. La lettura è stata entusiasmante, con un finale commovente, un “romanzo manzoniano” suggerisce un nostro lettore, nella ricostruzione degli eventi e nelle caratterizzazioni dei personaggi.  Un romanzo che è stato possibile godere anche grazie ad una nuova e recente traduzione di Cristina Baseggio (già autrice della prima e più datata versione) ed Elena Broseghini. Leggere I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata anche l’occasione per riflettere e interrogarci su una vicenda storica della quale non solo si parla ancora poco, ma che addirittura viene negata, in primis dal governo turco. Lo stesso  Mussa Dagh, ci fa notare un lettore, sembra essere scomparso anche dalle cartine geografiche, impossibile da localizzare per moltissimi decenni. Un milione e mezzo di armeni vengono massacrati attraverso un vero e proprio sterminio programmato e ai sopravvissuti non è data la possibilità di raccontare, schiacciati da un negazionismo storico-politico orientato a minimizzare il numero degli uccisi, a catalogare la politica del governo dei Giovani Turchi come necessario alla difesa, a mantenere il silenzio su tutta la vicenda. Privare gli armeni della parola, come metaforicamente rappresentato nel protagonista muto del film  Il padre di Fatih Akin. In Italia saranno i bellissimi romanzi di Antonia Arsan a fare luce sulla vicenda rimasta nell’ombra, in particolare La masseria delle allodole, poi portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Il grande merito di Werfel è stato senza dubbio aver raccontato, già negli anni Trenta, il genocidio degli armeni e di averlo fatto attraverso la storia della resistenza sul Mussa Dagh, che commuove e mette sul tavolo una serie di questioni religiose, filosofiche e morali straordinarie, ma una lettrice, contraddicendo un po’ tutto ciò che è stato detto e scritto su questo romanzo,  non può non accennare alla difficoltà di andare avanti in una lettura che non è stata, come per gli altri, un essere portati via come dalla corrente di un fiume, il fiume in piena delle parole, ma un continuo incagliarsi sugli scogli pagina dopo pagina, a causa della prolissità e delle divagazioni, che quasi hanno messo ai margini la tragedia vera. Ma, come dice un’altra lettrice, la tragedia è proprio dentro le divagazioni, perché la morte entra a sconvolgere la quotidianità, si insinua nelle relazioni familiari e sentimentali, nella “ordinarietà” della vita.

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IL NUOTATORE di Zsuzsa Bànk

Consigliato da Anna

Il nuotatore (Neri Pozza, 2014) è la storia di due fratelli, Kata e Isti, rimasti da soli con il padre Kàlmàn dopo che, un mattino come tutti gli altri, la loro madre Katalin prende un treno verso Ovest senza voltarsi indietro, senza nemmeno salutarli.

Rimasto solo con i suoi due figli, Kàlmàn non riesce ad abbandonare il dolore per la perdita della moglie; quel “NOI” che dà il titolo al primo capitolo non esiste più, è solo un ricordo come quelli catturati dalle fotografie che Kàlmàn non può smettere di guardare e che raccontano un tempo in cui Katalin sembrava felice.

Kàlmàn parte; parte con Kata e Isti, senza una meta. Attraverso l’Ungheria degli anni ’50, i tre vivono per anni come “ospiti” di altri “noi”, senza che Kàlmàn abbia la capacità di cominciare per davvero una nuova vita.

Nonostante l’inizio del romanzo lasci presagire vicende non certo felici, il tono della narrazione non è mai pesante, mai drammatico. Forse la forza del romanzo di Zsuzsa Bànk sta proprio in questo; nel mostrarci, attraverso le vite degli altri, che anche quando non sembra esserci altro che dolore, arrivano invece momenti di piccola felicità: nuotare al lago, fingere di essere qualcun altro.

Il tono “leggero” è comune a tutto il romanzo; non c’è spazio per le lamentele, non c’è spazio per piangersi addosso; piuttosto che ad esternazioni di dolore plateali, Kàlmàn – ad esempio – “sprofonda”, si prende tempo, si concede momenti di vita passiva. Anche Isti sembra aver ereditato il carattere poco resiliente di Kàlmàn; al contrario del padre, però, Isti ha la fortuna di avere una sorella come Kata che non lo perde di vista, non lo lascia sprofondare, lo sprona continuamente.

Così come non c’è spazio per il dolore, non si concede nemmeno spazio alle accuse; ci aspetteremmo una madre stigmatizzata, colpevolizzata, sminuita. Non è così: Katalin, semplicemente, si affievolisce come presenza anche se, da alcune frasi di Kata, si percepisce quando sia amata e pensata, nonostante tutto. Parte, lascia tutti; la sua presenza nel romanzo torna viva e consistente soltanto grazie al racconto della sua stessa madre. Sembra quasi che non ci sia abbastanza spazio per la sofferenza dell’essere umano; la Storia incombe, la rivoluzione ungherese del 1956 incalza. I protagonisti stessi sono, per così dire, vittime di una Storia che rimane sullo sfondo; Katalin non ci sta, Katalin non si accontenta. Possiamo colpevolizzarla per aver scelto di iniziare un’altra vita? L’autrice, questo è certo, non lo ha fatto.

Kàlmàn e i suoi figli, al contrario di Katalin, non ricominciano mai una nuova vita; semplicemente, la loro vita prende atto della mancanza di Katalin e, da lì, prosegue. Non c’è una nuova casa da cui ripartire da zero; ci sono tante altre “case di altri”. Le famiglie che li ospitano fanno spazio nelle loro vite e nelle loro case, e Kàlmàn delega a queste persone il compito educativo che spetterebbe a lui. Kata e Isti, però, sembrano crescersi da soli, cercando in ogni modo la via migliore per sopravvivere, per diventare grandi nonostante tutto.

 

Come è possibile tutto questo? L’acqua, per esempio; l’acqua è capace di essere vita. Kàlmàn trova nell’acqua la sua dimensione; ama stare da solo a nuotare: “Era come se il lago lo assorbisse; come se appena posava i vestiti, toccava l’acqua e ci si tuffava potesse essere un altro”. Kàlmàn costringe i suoi figli a fare lo stesso, perché “devono e basta”. Anche Isti ha con l’acqua lo stesso rapporto profondo che ha il padre; forse perché nell’acqua trova quella serenità che sulla terraferma gli manca. L’acqua è vita, ma a che prezzo?

Il linguaggio di Zsuzsa Bànk è poesia pura; crea un’atmosfera che avvolge il lettore e lo trasporta nel libro, nel profondo di ogni pagina. Il libro ha una luce, ha dei suoni che sono sia quelli della natura sia quelli delle voci dei protagonisti; non c’è evasione, non è ammesso distrarsi. Anzi, è proprio impossibile.

Zsuzsa Bànk è nata a Francoforte nel 1965, ma è figlia di genitori ungheresi emigrati in Germania negli anni della rivoluzione. Non ha vissuto in prima persona gli anni ’50, ma probabilmente li ha attraversati comunque grazie ai racconti della sua famiglia; ed è la stessa cosa che, nel suo romanzo, regala ai lettori: ci racconta delle vite che attraversano la Storia, non quella dei grandi eventi che arrivano sempre “ovattati” ma quella che, pur sembrando distante, influenza e determina scelte e scenari di vita quotidiana, di cui rimane sempre come un leggero sfondo.

Il nuotatore  è stato vincitore del “Deutscher Buchpreis”, il più prestigioso premio letterario tedesco.

 

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FAIR PLAY di Tove Jansson

Quando si dice Tove Jansson si dice Moomin, o Mumin, e ogni finlandese che si rispetti è cresciuto leggendo le avventure di questi personaggi fantastici, simili a dei piccoli ippopotami bianchi che vivono nella omonima valle, diventati un vero e proprio patrimonio culturale della Finlandia. Dalla pubblicazione del primo racconto, nella metà degli anni  Quaranta, i Mumin sono rimasti infatti protagonisti principali della scena letteraria fantastica finlandese, facendo della loro creatrice una figura di rilievo della cultura nazionale, tanto che nel 1994 le celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Tove Jansson sono durate un intero anno. Ma a partire dagli anni settanta, la già matura scrittrice comincia a scrivere anche per gli adulti, dando vita a ben dieci romanzi, e tra questi il nostro gruppo ha scelto come lettura di aprile Fair play, l’ultimo tradotto in Italia da Iperborea, editore che, com’è noto, si occupa da sempre della diffusione in Italia della letteratura scandinava.
Uscito in Finlandia nel 1989,  è un racconto lungo di ispirazione autobiografica che vede protagoniste Jonna e Mari, scultrice forte e determinata aggrappata ad una cinepresa la prima, scrittrice ed illustratrice calma e riflessiva  la seconda.  Due artiste che lavorano in due atelier separati ai lati opposti di una grande edificio di Helsinki e che condividono una casa su un’isola di fronte al mare aperto. Delle loro vite, Jansson ci racconta momenti, episodi in ordine sparso, privi di una scansione temporale e che, come ci fa notare un lettore, sembrano accadere tutti nello stesso istante. Non esiste una trama, siamo di fronte a una specie di “partita a due” fatta di dialoghi tra Jonna e Mari, di continui, teneri e ironici scambi, al lavoro, in viaggio, mentre litigano, vanno in barca o guardano un film, sullo sfondo di una natura pura e incontaminata.

Di solito nelle discussioni ci interroghiamo sulla trama, sul “che cosa accade”, se accade qualcosa, ma la prima cosa che viene da dire, dopo aver letto Fair play, è che non accade nulla. Apparentemente. E’ proprio su questo “apparentemente” che per noi -per una parte di noi, per la precisione quella che ha amato il romanzo- tutto, o quasi,  trova un senso, perchè dietro una serie di flash back, di istantanee di vita quotidiana, di schizzi leggeri -queste alcune delle definizioni date da noi lettori ai diversi capitoli- fa capolino, con grande tenerezza e discrezione, una memorabile epica della quotidianità, l’hegeliana prosa del mondo, sottolinea una lettrice, che tutti viviamo e alla quale bisognerebbe riuscire a dare sempre valore, anche se “niente accade”, perchè in realtà tutto accade. Particolarmente intensa la lettura di un’altra nostra lettrice, che se, in un primo momento, bolla Fair play come una sorta di oggetto Ikea, ingombrante e di cui non si sa bene cosa fare, poi viene folgorata dal capitolo “Viktoria”, dove il discorso intorno alla vecchia barca ormeggiata davanti alla casa al mare, si trasforma metaforicamente in una veglia funebre in onore dei loro padri, entrambi di nome Viktor. Da questo momento tutto cambia, l’intero romanzo assume un nuovo senso e invita a rileggere la storia dall’inizio. E’ a partire da questa nuova prospettiva che i singoli capitoli diventano dei meravigliosi schizzi, le pennellate di una scrittrice che non a caso è anche pittrice  e che con particolare grazia e ironia rivela le verità profonde che si manifestano in gesti semplici e che riguardano le relazioni umane, la necessità di rimanere fedeli a se stessi, a ciò che si è e si desidera, nel pieno rispetto delle persone che si amano. Jonna e Mari vivono secondo la loro verità, al di fuori delle convenzioni, sono due artiste fedeli al loro progetto creativo e a se stesse, senza dare alla quotidianità il potere di fermare l’arte, ma evitando anche che la forza dell’ispirazione artistica impedisca loro di godere della vita di ogni giorno, fatta di piccole cose, come una gita in barca o la visione di un film.  Si può pensare, leggendo Fair play, all’omaggio letterario che Tove Jansson, all’età di settantacinque anni, fa a Tuulikki Pietilä, donna con la quale ha condiviso quaranta anni di vita e di lavoro, un inno ad una grande storia d’amore tra due donne indipendenti, in cui l’amore vero è quello che lascia spazio all’altro, è quello fatto anche di solitudine che non ha però nulla a che vedere con il sentirsi abbandonati. Come scrive Ali Smith nella sua postfazione: “…poderosa ma incredibilmente discreta dichiarazione di un amore riuscito, un omaggio a un genere di rapporto di coppia che raramente riceve simili omaggi, e allo stesso tempo un omaggio al clima di ogni giorno, alla luce, ai cieli, agli innumerevoli brutti film ebei film del vivere e lavorare bene insieme a qualcuno per l’intera durata di una vita adulta.”

 

Il risultano è allora una panoramica sulla quotidianità delle due protagoniste, fa notare un lettore, che però a qualcuno di noi è sembrata piatta, fredda e descritta con uno stile altrettano freddo, che non lascia trapelare calore umano, quell’umanità che caratterizza una relazione tra persone. I personaggi che ne vengono fuori, aggiunge un’altra lettrice, appaiono bidimensionali, senza storia, senza conflitto, senza profondità psicologica ed è lasciato al lettore costruire i caratteti e immaginarne una storia. Ma, aggiunge un altro lettore, se ci liberassimo dell’idea che ogni pagina e ogni capitolo debbano dirci qualcosa, potremmo concentrarci sulle fessure sottili che ci sono tra una parola e l’altra, tra una riga e l’altra, per accorgerci che, attraverso una scrittura lieve ma evocativa,  Jansson disegna  due personaggi straordinari, due donne forti, piene di passione per la vita e per l’arte, che non hanno paura di dire e di fare, fiere di se stesse e dello spazio che si sono ritagliate nel mondo, mantenendo tra loro una giusta distanza. Significativa, nel primo capitolo del libro, la sistemazione dei quadri alla parete: Jonna sposta ogni cosa, ridefinisce le distanze, le simmetrie e le prospettive fino a trasformare completamente la stanza di Mari e dare ad ogni cosa un nuovo significato, metafora della continua ricerca artistica, poichè niente è fisso, niente è concluso, ma tutto può essere rinnovato in base a viisoni sempre nuove.

Una relazione idilliaca, sottolinea una lettrice, difficile da realizzare, un rapporto vero ma che rimane una specie di sogno. Resta, dopo la lettura, una sensazione di pace e di tranquillità, ci dice una lettrice, Jonna e Mari emanano una energia positiva, nel loro perfetto gioco di squadra, fatto, e qui arriviamo al senso del titolo, di fair play, di correttezza e rispetto reciproco. La domanda che pone una lettrice è però: siamo così certi che il rispetto tra due persone passi attraverso la distanza e che invece per ritenersi tale non abbia invece bisogno di vicinanza? Tove Jansson sembra volerci dire di no, almeno nella dicotomia arte-vita: “Ci sono spazi vuoti che vanno rispettati, periodi spesso molto lunghi in cui non si arriva a vedere l’insieme del disegno o  atrovare le parole giuste e si ha bisogno di essere lasciati in pace.”

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