Tra un libro e l’altro: IL SILENZIO DELL’ONDA di Carofiglio

Post di Paolo

Articolo di: Serena Adesso. Roberto Marias cammina solo lungo le strade di Roma. Ha ricominciato ad allenarsi, fa lunghissime passeggiate notturne, passo dopo passo sente nuovamente che la vita potrebbe tornare ad avere il senso che lui riteneva fosse smarrito. I suoi passi, spesso, si fermano davanti allo studio del suo terapista. È lì che Roberto incontra Emma: anche lei paziente dello stesso medico, anche lei con una vita complessa alle spalle e un figlio, Giacomo, che continua ogni notte a fare lo stesso sogno. C’è un cane, Scott, e c’è Ginevra, la ragazzina di cui è segretamente innamorato: sono felici, sono liberi di essere loro stessi, senza paura, senza pesi. Roberto ed Emma diventano amici, come due pianeti che inevitabilmente si attraggono. E quando Giacomo avrà bisogno di una mano – anche se gli unici indizi saranno un sogno e l’improvviso cambiamento nei gesti quotidiani di Ginevra – Roberto tornerà ad essere ciò che è sempre stato: un carabiniere infiltrato per anni tra i trafficanti di droga internazionali la cui capacità di “fiutare” un caso è sempre presente anche dopo mesi di inattività e di dolore… Gianrico Carofiglio, uno degli scrittori più noti e letti del panorama nazionale, si cimenta con un romanzo abbastanza diverso dai suoi soliti: certo Roberto Marias assomiglia terribilmente all’avvocato Guerrieri (entrambi amano la solitudine, entrambi si allenano per fare il vuoto attorno a loro stessi e riuscire a ritrovare la concentrazione), ma stavolta c’è una sorta di “realismo magico” che permea tutta la narrazione. I sogni di Giacomo, i pensieri di Emma, i ricordi di Roberto: tutto riconduce a quel filone narrativo che Carofiglio non approfondisce ma che probabilmente lo ha influenzato. La storia – va detto – purtroppo non decolla mai. Eppure l’autore riesce a tenerci incollati alla pagina, non ci si stanca mai di leggerlo. Il suo stile piano, semplice, diretto è la sua arma vincente. Esattamente come lo sono le citazioni musicali, televisive, letterarie: da Nevermind dei Nirvana al serial tv culto Lie to me, da Nuovo cinema paradiso di Tornatore alle opere di Shakespeare, tutto si tiene in perfetto equilibrio, nel romanzo di Carofiglio. Avete bisogno di una lettura che vi faccia compagnia per rilassarvi? Il silenzio dell’onda fa per voi: vi farà trascorrere ore piacevoli. Poco importa se stavolta Carofiglio non abbia scritto la sua storia migliore: il prossimo romanzo è senz’altro già alle porte, vista l’estrema prolificità dell’autore.

PERCHÉ LO PROPONGO

Bella storia, con ragionevole lieto fine. Combattere il male stanca, è dura, faticoso. Un poliziotto sotto copertura per anni può anche perdere il senno. E’ ragionevole, e credo che i grandi capi della polizia lo sappiano benissimo. E mi sto convincendo che, alla fine, come dice il poliziotto impazzito, la droga sarebbe molto meglio legalizzarla.

Come il tabacco e l’alcol. Tanto, non si vincerà mai. Troppi soldi in gioco. Triste? Mah, concreto direi. L’alcol fa danni peggiori della droga, ma abbiamo imparato a conviverci.

E’ una storia che lascia dentro proprio questo: è un mondo complicato, ma ci siamo dentro. Altri non ne abbiamo.

Ovviamente, Carofiglio è davvero bravo.

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Tra un libro e l’altro: varie

Post di Federica

Vorrei condividere con voi alcuni dei libri che più mi hanno entusiasmato per i più svariati motivi negli ultimi tempi. Solo poche parole per ognuno di loro:

SOSTIENE PEREIRA di Antonio Tabucchi. Un personaggio speciale, in una Lisbona umida e soffocante, dove manca la libertà, dove tutto si fa sospetto, il coraggio appartiene proprio a lui, a Pereira. Se siete già stati a Lisbona, vi sembrerà di essere di nuovo lì.

L’OMONIMO di Jumpa Lahiri. La storia di due indiani che iniziano la loro vita insieme a Boston. Storie di emigrati, di nuove generazioni che si trovano tra una tradizione forte ed un presente così differente. La nostalgia, la rottura, l’incomprensione, l’amore. Meraviglioso.

DONNA FLOR E I SUOI DUE MARITI di Jorge Amado. Questa storia mi ha fatto ballare per quasi un mese, travolta dai colori, dalla musica di Bahia, dai profumi dei cibi che cucina Flor, da quell’amore insolito ed irresistibile del suo primo marito defunto…ma che in realtà è sempre intorno a lei. Divertente!

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO di Johnatan Safran Foer. Leggendo la trama si potrebbe pensare ad una storia “scontata” come lo sono stati tanti commenti dopo l’evento dell’11 Settembre. Ma che cosa c’è di scontato in un ragazzino che perde il padre proprio in quel tragico evento e si mette alla ricerca del proprietario di una misteriosa chiave? Nulla. L’elaborazione del lutto, il rapporto con la madre, l’incontro con personaggi davvero particolari, tra le strade di New York, resa in tutta la sua bellezza. Originale, splendido, delicato. Non ci sono errori di stampa (e se lo leggerete, capirete perché).


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Tra un libro e l’altro: IL CENTENARIO CHE SALTO’ DALLA FINESTRA E SCOMPARVE di Jonas Jonasson

Post di Paolo

Forrest, Forrest gump. Nato in Svezia, bianco, 100 anni…

Una storia divertente, assurda, da Groucho Marx. O Forrest Gump. Un gump, forrest gump.
La storia è riassunta sui siti, ma la mia opinione è che, arate qualche esagerazione e ripetizione, sia molto divertente l’idea di base e lo sviluppo della storia.
Non sempre verosimile, ma comunque…. Visto il mondo che è pieno di matti, potrebbe anche essere vera…

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Tra un libro e l’altro: LA CAVERNA di Josè Saramago

Post di Barbara

Ci sono scrittori che scrivono un bellissimo libro e altri carini o così così, ci sono scrittori che sfornano sempre buone cose, scrittori stimati, scrittori attesi… e poi c’è un’altra categoria, quella degli ”Ah, quello Scrittore!”.

Josè Saramago è inequivocabilmente uno di questi rarissimi esemplari.

Ogni volta che leggo un suo libro resto senza parole. Mentre lo leggo è un’esperienza quasi fisica, sento l’adrenalina che mi agita, mi si infiamma il cervello e il cuore.

Leggere Saramago è un’esperienza totale, è sperimentare la Qualità allo stato puro: un’umanità  a 360 gradi, un’intelligenza fuori dal comune, un’ironia che permea tutti i pensieri,  i piu’ alti come i più bassi, differenza che in realtà non sussiste nei suoi libri, dove tutto l’umano viene contemplato, con tutte le sue meravigliose contraddizioni.

Avevo già letto alcuni suoi libri, tutti capolavori, ma questa volta credevo “Dai, ci sara’ una cadutina da qualche parte, tipo chi l’ha mai sentito nominare La caverna? Se nessuno ne parla forse finalmente uno sfondone l’ha fatto anche lui!” … e invece no, signore e signori! Questo libro è assolutamente meraviglioso, fino all’ultima riga… buona lettura a chi non conosce  ancora il Grande Mago delle Parole e dei Sentimenti Umani!

Vorrei inoltre  aggiungere una citazione da La caverna di Saramago che mi piacerebbe condividere con il gruppo di lettura perchè riguarda proprio il leggere e la trovo sublime:

“Allora dovrai leggere in altra maniera, Come, Non serve per tutti la stessa, ciascuno inventa la propria, quella che gli è più consona, c’è chi passa tutta la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda, A meno che, A meno che, cosa, A meno che quei fiumi non abbiano due sole sponde, ma tante, che ogni persona che legge sia, essa stessa, la propria sponda, e che sia sua, e soltanto sua, la sponda a cui dovrà arrivare”.

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L’OTTAVA VIBRAZIONE. La discussione del gruppo

La meraviglia del gruppo di lettura: ogni incontro fa storia a sé, svela nuove dinamiche, nuove opinioni, nuove modalità di discussione, i diversissimi approcci a un romanzo, e, soprattutto, la sua riuscita non dipende necessariamente da quanto il libro protagonista sia piaciuto.

Infatti, il romanzo di Lucarelli L’Ottava vibrazione non ha riscosso molto successo tra i partecipanti al gruppo di lettura. Si è addirittura verificata una cosa mai successa prima: più di una persona non è riuscita a finirlo (abbandonandolo chi dopo 50 pagine, chi dopo 100, chi a metà), più di una persona lo ha finito a fatica e per senso del dovere. A qualcun altro invece è piaciuto, lo ha letto volentieri e con interesse, pur non considerandolo il libro della vita.

Tutti comunque si sono presentati all’appuntamento per parlarne, per parlare di quel po’ o di quel tutto che avevano letto, delle difficoltà e del piacere, o anche solo per ascoltare, e la discussione è stata vivace, coinvolgente, dinamica, stimolante.

Dario ha proposto e poi, una volta scelto, presentato al gruppo L’Ottava vibrazione come “libro piano”, per distinguerlo dai “libri pesi” che abbiamo letto finora. Un libro senza infrastrutture pesanti, in cui vengono descritte egregiamente le sensazioni che provano i protagonisti, trasudando (è il caso di dirlo, vista l’atmosfera di caldo e sudore in cui è immersa la storia, ambientata in Eritrea) odori, sapori, sensualità e carnalità. Un romanzo in cui sulla Storia (il colonialismo italiano in Africa di fine Ottocento e la disfatta di Adua) si innestano sapientemente tante microstorie: il carabiniere- soldato a caccia di un assassino di bambini; il soldato anarchico; la giovane moglie, assassina, del colono entusiasta; il maggiore malato e pervertito; il “soldato invisibile”. «Un bellissimo romanzo, niente altro da dire», ha chiosato.

Pochissimi si sono trovati d’accordo con lui; qualcuno sì, anche se non con lo stesso entusiasmo. Comunque, chi ha letto tutto il libro e lo ha apprezzato, lo ha trovato verosimile, interessante e molto cinematografico. Nonché scritto bene, con uno stile tipicamente “alla Lucarelli”: leggendo, sembra quasi di sentirlo parlare a Blu Notte. Inoltre, è stato sottolineato, ha avuto il merito, e il coraggio, di fare luce su uno spicchio di storia italiana, e su un episodio (la sconfitta degli italiani ad Adua) poco considerato, mettendo il rilievo lo squallore e l’abiezione morale di chi comanda eserciti e manda a morire persone, così come la paura dei soldati che compongono quegli eserciti, e che si trovano costretti a fare cose che mai avrebbero pensato di fare.

In realtà, la scelta dell’argomento ha colpito un po’ tutti. Così come l’estrema sensualità, l’efficace descrizione dei corpi, la grande ricerca fisica dell’altro che emerge in tutte le sue varianti (bianco con nera, bianco con bianca, uomo con uomo). Una tale sensualità e carnalità in pochi se l’aspettavano da Lucarelli! Poi però, la costruzione del romanzo diviso in tanti brevi capitoli, l’innesto di storie su storie, l’introduzione di personaggi su personaggi (con un carattere, come ha notato qualcuno, molto poco ottocentesco ma al contrario molto contemporaneo), l’uso insistito dei dialetti sia italiani che africani, hanno infastidito e appesantito la lettura, tanto che, come si diceva, in parecchi hanno mollato.

“Occasione mancata”. Questo è il giudizio di un nostro lettore che, quasi dispiaciuto, ha rivelato di aver fatto molto fatica a entrare nell’atmosfera del libro, di esserci poi riuscito, ma di essere rimasto alla fine con l’amaro in bocca. Bella l’idea, sì, onorevole la scelta dell’argomento così poco, anzi per niente, frequentato; ma poi tutto è stato svolto male, con una visione microscopica delle cose. Sarebbe stato interessante allargare il focus e fare meglio capire il contesto in cui si svolgevano i fatti. L’unica cosa positiva rimastagli da questa lettura è stata la curiosità di saperne di più di questo capitolo di storia italiana e coloniale.

Libro non di grandi aperture e vedute. Narrativa di consumo, per giunta pretenziosa. Prodotto di serie. Macchina costruita ad arte, con tutti gli ingredienti giusti (in primis sesso e violenza) per farne un prodotto commerciale e di massa. Assemblaggio di cose che funzionano da parte di uno che sa come farle funzionare (con la specifica: in senso hollywoodiano). Prodotto quasi offensivo nei confronti di ciò che storicamente è successo.

Eh sì, qualcuno ha mostrato a chiare lettere la propria disapprovazione verso il romanzo.

Una lettrice  ha portato Daniel Pennac e uno dei suoi “dieci diritti del lettore” come avvallo alla decisione di lasciare il libro dopo 50 pagine. “IL DIRITTO DI NON FINIRE IL LIBRO: Ci sono mille ragioni per abbandonare un romanzo prima della fine. La sensazione del già letto, una storia che non ci prende, il nostro totale dissenso rispetto alle tesi dell’autore, uno stile che ci fa venire la pelle d’oca(…) Inutile enumerare le 995 altre ragioni, fra le quali si debbono tuttavia annoverare la carie dentale, le angherie del capoffucio o un terremoto del cuore che ci paralizza la mente… “(cfr. Daniel Pennac, Come un romanzo. Feltrinelli, 1993).

Visto che è stato un incontro molto interessante e stimolante, con tante differenze e tante suggestioni, ci piace concludere questo blog seminando altri dubbi e ponendo degli interrogativi, per i nostri lettori e per tutti. Che cosa è letteratura e cosa no? C’è qualche cosa che vale la pena leggere e qualcosa che va scartato a priori?  Maglio leggere di tutto, purché si legga, o meglio non leggere affatto se non buoni romanzi? E qui torna Pennac e un altro dei suoi diritti: IL DIRITTO DI LEGGERE QUALSIASI COSA.

E, al contrario, si può lasciare stare Pennac e decidere da soli se leggere, non leggere, lasciare a metà un libro?

Meglio essere radiacali e mollare o essere ottimisti e andare avanti nella lettura senza rischiare così di perdere qualcosa di grande?

La discussione è aperta…

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Wu Ming 1 recensisce L’ottava vibrazione

Pubblichiamo una recensione di Wu Ming1 apparsa sul quotidiano L’Unità (1 aprile 2008), all’uscita del romanzo.

Lucarelli ricomincia dalla guerra in Eritrea
Quand’ero bambino, trent’anni fa, c’erano ancora anziane signore di nome “Adua”. Nel 1896 i loro padri avevano combattuto la più celebre battaglia del colonialismo italiano, subendo una sconfitta apocalittica, proverbiale, da parte di un’immensa orda di “selvaggi”: l’esercito del Negus abissino Menelik II. Ciascuno di quei padri aveva lasciato in Africa un’intima parte di sé (talvolta in senso letterale); esser tornati in Italia, vivi e in grado di procreare, era già una bella vittoria. Le loro figlie erano prove viventi del ritorno dagli inferi.

Adua fu un preludio a eventi-chiave del Novecento quali la rotta di Caporetto, la battaglia di El Alamein e la presa di Dien Bien Phu (primo atto della fine dei colonialismi europei). Oggi è un fatto storico studiato a scuola distrattamente, familiare solo ai patiti di storia militare, eppure l’eco di quel disastro continua a farsi sentire. Per dirla con un personaggio de L’Ottava vibrazione, lungamente atteso romanzo di Carlo Lucarelli: “credevamo di imporci a quattro beduini da comprare con le perline e invece siamo andati a rompere i coglioni all’unica grande potenza africana… Ci siamo andati impreparati, fidando nella nostra fortuna, nell’arte di arrangiarsi e nella nostra bella faccia. Lo abbiamo fatto… perché il presidente del Consiglio deve far dimenticare scandali bancari e agitazioni di piazza. Ma perché le facciamo sempre così, le cose, noi italiani?”. Qualunque riferimento a eventi più prossimi è, ça va sans dire, del tutto casuale.

Lucarelli torna al respiro del romanzo dopo quasi un decennio di digressioni multimediali, e lo fa mettendosi in gioco, cimentandosi in un’opera grande e complessa, libro che “scarta” rispetto alla sua produzione giallistica, tanto che i fan più indolenti potrebbero aversene a male, manifestare rigetto per una mossa che non li rassicura in alcun modo, non va incontro a nessuna delle loro aspettative. Ciò vale a Lucarelli un primo encomio.

L’Ottava vibrazione si svolge a Massaua e dintorni, nei mesi precedenti il disastro di Adua. L’Eritrea è colonia italiana da appena dieci anni, e nella città costiera si muovono soldati, spie, funzionari intrallazzoni, fattucchiere, puttane, uomini d’affari brianzoli, giornalisti embedded e – forse – un assassino di bambini. Diverse sottotrame scivolano l’una accanto all’altra senza mai intrecciarsi davvero; ciascuna va incontro al proprio climax (o intenzionale anticlimax), e molti dei personaggi del libro non arriveranno mai a conoscersi. Le vicende individuali hanno luogo in un tempo sospeso, stagnante; l’afa rallenta ogni movimento, ventole appese ai soffitti rimestano l’aria senza portare refrigerio ed è diffusa l’impressione che le cose “succedano sempre da un’altra parte”. Saranno le picche degli Etiopi a bucare il palloncino.

Tematica e ambientazione valgono a Lucarelli il secondo encomio: è importante fare i conti con la cattiva coscienza d’Italia, tornare a occuparsi delle “nostre” guerre coloniali, di quel che abbiamo fatto in Libia e nel Corno d’Africa in un cinquantennio di aggressioni, angherie, massacri. E’ una delle grandi rimozioni di questo paese, sgabuzzino chiuso a chiave nel pericolante edificio della memoria pubblica. Ogni volta che la ricostruzione di quegli eventi esce dall’ambito specialistico (quello di storici come Angelo Del Boca), la censura interviene a infrangere lo specchio, affinché gli “Italiani brava gente” non possano vedersi per quel che sono. In Italia non sono arrivati nelle sale film come Il leone del deserto (sulla resistenza anti-italiana in Libia), né la RAI ha mai trasmesso sul segnale terrestre – pur avendolo acquistato – il documentario inglese Fascist Legacy (sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani). L’ignoranza sul nostro passato coloniale spiega molte cose dell’oggi, compresa la leggerezza con cui ci accodiamo a qualunque sfilata in tuta mimetica, impegnando forze armate in dubbie missioni “di pace”. Ci infiliamo in un ginepraio dopo l’altro senza averne la minima cognizione, convinti di aver sempre ragione noi, e quando – come c’era da attendersi – viene ucciso un nostro soldato, siamo capaci soltanto di vittimismo e melensaggini, straparliamo di “eroi”, e ve lo facciamo vedere noi come muore un italiano. Senonché un italiano muore esattamente come chiunque altro: il cuore si ferma, il corpo marcisce e i vermi mangiano.

Tutti i romanzi, anche quelli storici, parlano di adesso, l’adesso in cui il lettore li affronta. Ne L’Ottava vibrazione Lucarelli non si adagia su allegorie troppo facili, corrispondenze dirette tra passato e presente, ma i riverberi con l’oggi non mancano. Ad esempio, è un caso che si salvino dal carnaio solo i personaggi che hanno sposato il meticciato e si pongono oltre gli antagonismi tra culture e civiltà? No, certo che no. Ancora: la classe dirigente che aggredì l’Africa era la stessa che aveva fatto il Risorgimento. Il presidente del consiglio Francesco Crispi era un garibaldino, reduce della spedizione dei Mille. Le aggressioni imperialistiche dei nostri giorni (dai Balcani all’Iraq passando per l’Afghanistan) le scatena una classe dirigente transnazionale, formata da baby boomers che hanno fatto il ’68. Riflettere su tale parallelismo ci allontanerebbe troppo dal libro, e questa è pur sempre una recensione, per cui fermiamoci qui.

Il terzo encomio Lucarelli se lo guadagna per il coraggio stilistico e strutturale. Non tutte le soluzioni convincono pienamente, ma è indubbio lo sforzo di usare una lingua non banale. Per prima cosa, c’è uno slittamento continuo dei tempi verbali, dal presente al passato remoto e viceversa, anche all’interno della stessa frase. Sulle prime la scelta confonde, appare arbitraria, ma proseguendo nella lettura ci si abitua e si coglie il senso: il passaggio al presente avvicina la scena, scuote il lettore, lo costringe a rimettere a fuoco. E’ una secchiata d’acqua fredda in piena faccia. L’autore vi ricorre un po’ troppo spesso, ma è un peccato veniale.

C’è anche lo stratagemma narrativo opposto: la presa di distanza. Lucarelli alterna ai capitoli di narrazione testi non numerati, descrizioni minuziose di fotografie d’epoca. Tutto si ferma e arretra nel tempo, diviene reperto, si “storicizza”.

Da notare anche il tentativo non soltanto di rendere la pluralità linguistica con frasi in diverse lingue e dialetti (tigrino, arabo, francese, veneto, toscano, umbro, romagnolo, milanese), ma anche di comprendere aspetti dei rapporti tra lingue e culture. I personaggi si interrogano più volte sulla traducibilità di una parola, su corrispettivi e sinonimi, su come si esprima il medesimo concetto in due lingue lontane tra loro. Ad esempio, il fatto che in tigrino non si trovi un esatto corrispettivo di “frocio” (o “checca”, “finocchio”, “ricchione”, “culattone”) aggrava la crisi d’identità di un personaggio che, scoprendosi omosessuale, deve ricorrere a un altro idioma (l’arabo) per deprecarsi in modo più incisivo.

Re Menelik IILucarelli è un narratore molto abile nel cosiddetto foreshadowing, l’anticipazione (esplicita o implicita) di sviluppi del plot. Una fugace considerazione sul deserto (“nel deserto i rumori e gli odori non sono inutili, se ci sono è per un motivo concreto, unico ed essenziale”) descrive con molti capitoli di anticipo l’inizio della scena madre. Sarà un odore percepito all’improvviso ad annunciare l’onda umana portatrice di morte. Ed è pure questa una prefigurazione: nella prima guerra mondiale gli odori uccideranno, coi bombardamenti di iprite e fosgene. E come dimenticare che, quarant’anni dopo Adua, l’iprite verrà usata proprio in Abissinia dagli invasori italiani?

Un quarto encomio l’autore lo merita per non aver indugiato lungo la discesa verso il puro raccapriccio, ed essersi fiondato giù. Le parti horror del romanzo sono davvero ripugnanti, e l’ematomania di un personaggio – che avrà un ruolo significativo nel corso degli eventi – non stona affatto nel contesto di una guerra coloniale. Alla base dell’imperialismo non c’è sempre il razzismo, cioè un “feticismo del sangue”? Qualcuno giudicherà queste pagine eccessive, ma Lucarelli segue con orgoglio la linea tracciata da Stephen King: “Riconosco nel terrore l’emozione più pura, quindi cercherò di terrorizzare il lettore, ma se non riuscirò a terrorizzarlo, allora cercherò di suscitargli orrore, e se non riuscirò a suscitargli orrore, allora gli susciterò ribrezzo. Non sono uno che si fa problemi.”

Il quinto e ultimo encomio va alla capacità – che non immaginavo in Lucarelli – di scrivere pagine di intenso erotismo, anzi, di molteplici erotismi. Si va dalla sensualità torbida, cospirativa e prettamente noire (l’ispirazione è chiaramente il James M. Cain de La fiamma del peccato e Il postino suona sempre due volte) all’arrapamento terragno e disperato dell’amplesso tra il milite Sciortino e la contadina vedova “Sebeticca”, passando per tutte le sfumature tra queste due polarità.

Ci sono molti motivi per leggere questo libro, ma il principale è che si tratta del “secondo esordio” di un veterano che ricomincia da capo, e non si può dire che capiti spesso. E’ un’opera importante, un romanzo scritto con umiltà e ambizione, un lavoro che va difeso dalle critiche degli accidiosi. “Coraggio, per la madonna!”, urla alla truppa il sergente De Zigno mentre già accade l’irreparabile. Coraggio, è tutto lì. E’ ciò che vogliamo dagli scrittori. Anche e soprattutto da quelli affermati. [WM1]

Fonte: Archivio storico de L’Unità, consultabile e scaricabile da http://pesarourbino.medialibrary.it con iscrizione presso la Biblioteca San Giovanni

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Carlo Lucarelli

Scrittore, sceneggiatore, conduttore televisivo e radiofonico, giornalista: Carlo Lucarelli tira le fila di molteplici attività legate alla scrittura e alla migliore tradizione del giornalismo investigativo. Il suo esordio letterario avviene con il giallo Carta bianca del 1990, il primo di una lunga serie di noir a sfondo poliziesco, genere per il quale è conosciuto anche all’estero.

Nato nel 1960 a Parma, vive vicino Bologna. Lunga la lista dei romanzi da lui scritti. Ricordiamo quelli che hanno per protagonisti commissari divenuti celebri: la trilogia del commissario De Luca (Carta bianca, L’estate torbida e Via delle Oche); la serie con l’ispettore Coliandro (Nikita, Falange armata, Il giorno del lupo); la serie con l’ispettore Grazia Negro (Lupo Mannaro, Almost Blue, Un giorno dopo l’altro, Acqua in bocca con Andrea Camilleri).

Due suoi personaggi, l’ispettore Coliandro e il commissario De Luca, sono approdati in TV dando il nome alle serie omonime di sceneggiati televisivi per la RAI. Dal racconto La Tenda Nera è nato uno sceneggiato televisivo per la RAI con Luca Barbareschi. Dal suo romanzo Almost Blue Alex Infascelli ha tratto il film omonimo. Il romanzo Lupo Mannaro è diventato un film di Antonio Tibaldi. Lucarelli inoltre ha collaborato con Dario Argento per il film Nonhosonno.

Ha vinto il “Premio Alberto Tedeschi” con il romanzo Indagine non autorizzata nel 1993, il “Premio Mistery” con Via delle Oche nel 1996; con il romanzo L’Isola dell’Angelo Caduto è stato finalista al “Premio Bancarella” nel 2000 ed ha vinto il “Premio Franco Fedeli” sempre nel 2000.

Conduce per la RAI il programma televisivo Mistero in Blu successivamente intitolato Blu notte. Misteri italiani nel quale ricostruisce la storia dell’Italia attraverso i suoi misteri insoluti. Le puntate di Blu Notte sono state pubblicate in DVD dalla De Agostini e dal Corriere della Sera. Per questo programma televisivo Lucarelli ha ricevuto il “Premio Flaiano” nel 2006.

Per la saggistica ricordiamo: Misteri d’Italia – i casi di Blu Notte; La Mattanza; Piazza Fontana; G8 cronaca di un battaglia; Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste; La faccia nascosta della luna e Il veleno del crimine editi da Einaudi; Serial Killer – Storie di ossessione omicida, La scena del crimine, Tracce Criminali, Il Genio criminale editi da Mondadori e scritti insieme a Massimo Picozzi; Compagni di Sangue edito da Rizzoli e scritto insieme a Michele Giuttari; Navi a perdere edito da Edizioni Ambiente.

Ha sceneggiato il radiodramma Radio Bellablù per RadioTre e conduce il programma radiofonico Radio DeeGiallo per Radio Dee Jay.

Per il fumetto ha creato la serie Cornelio delitti d’autore per la Starcomics, casa editrice per la quale sono stati pubblicati anche i suoi racconti in forma di fumetto in una miniserie dal titolo Nuvole nere. Per la BD Edizioni è uscita a fumetti una antologia dedicata al Brigadiere Leonardi e una dedicata all’ispettore Coliandro.

Alcune curiosità riguardo Carlo Lucarelli:

Scrive di pomeriggio «perché ho un risveglio lungo e la mia mattina si perde, è cortissima. Di notte mai. La penso come Sandro Veronesi: la notte entra in quello che scrivi. Influenza e falsifica l’umore».

L’INCIPIT: «Iniziare un nuovo romanzo non mi crea difficoltà. Soffro piuttosto di una crisi di rigetto il terzo giorno: rileggo e mi sembra di aver scritto solo sciocchezze. Il quarto giorno passa. E ritorna la voglia di continuare».

IL SOTTOFONDO: «Ho bisogno di ascoltare musica, a basso volume, per ovviare al rumore del computer. Non lo sopporto».

LA FINE: «La scrivo e poi rimango male. Mi commuovo e nello stesso tempo sono angosciato. Ho nostalgia. Provo quello che provano i lettori dopo un libro cha hanno amato. Stavo bene lì dentro».

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