Pubblichiamo una recensione di Wu Ming1 apparsa sul quotidiano L’Unità (1 aprile 2008), all’uscita del romanzo.
Lucarelli ricomincia dalla guerra in Eritrea
Quand’ero bambino, trent’anni fa, c’erano ancora anziane signore di nome “Adua”. Nel 1896 i loro padri avevano combattuto la più celebre battaglia del colonialismo italiano, subendo una sconfitta apocalittica, proverbiale, da parte di un’immensa orda di “selvaggi”: l’esercito del Negus abissino Menelik II. Ciascuno di quei padri aveva lasciato in Africa un’intima parte di sé (talvolta in senso letterale); esser tornati in Italia, vivi e in grado di procreare, era già una bella vittoria. Le loro figlie erano prove viventi del ritorno dagli inferi.
Adua fu un preludio a eventi-chiave del Novecento quali la rotta di Caporetto, la battaglia di El Alamein e la presa di Dien Bien Phu (primo atto della fine dei colonialismi europei). Oggi è un fatto storico studiato a scuola distrattamente, familiare solo ai patiti di storia militare, eppure l’eco di quel disastro continua a farsi sentire. Per dirla con un personaggio de L’Ottava vibrazione, lungamente atteso romanzo di Carlo Lucarelli: “credevamo di imporci a quattro beduini da comprare con le perline e invece siamo andati a rompere i coglioni all’unica grande potenza africana… Ci siamo andati impreparati, fidando nella nostra fortuna, nell’arte di arrangiarsi e nella nostra bella faccia. Lo abbiamo fatto… perché il presidente del Consiglio deve far dimenticare scandali bancari e agitazioni di piazza. Ma perché le facciamo sempre così, le cose, noi italiani?”. Qualunque riferimento a eventi più prossimi è, ça va sans dire, del tutto casuale.
Lucarelli torna al respiro del romanzo dopo quasi un decennio di digressioni multimediali, e lo fa mettendosi in gioco, cimentandosi in un’opera grande e complessa, libro che “scarta” rispetto alla sua produzione giallistica, tanto che i fan più indolenti potrebbero aversene a male, manifestare rigetto per una mossa che non li rassicura in alcun modo, non va incontro a nessuna delle loro aspettative. Ciò vale a Lucarelli un primo encomio.
L’Ottava vibrazione si svolge a Massaua e dintorni, nei mesi precedenti il disastro di Adua. L’Eritrea è colonia italiana da appena dieci anni, e nella città costiera si muovono soldati, spie, funzionari intrallazzoni, fattucchiere, puttane, uomini d’affari brianzoli, giornalisti embedded e – forse – un assassino di bambini. Diverse sottotrame scivolano l’una accanto all’altra senza mai intrecciarsi davvero; ciascuna va incontro al proprio climax (o intenzionale anticlimax), e molti dei personaggi del libro non arriveranno mai a conoscersi. Le vicende individuali hanno luogo in un tempo sospeso, stagnante; l’afa rallenta ogni movimento, ventole appese ai soffitti rimestano l’aria senza portare refrigerio ed è diffusa l’impressione che le cose “succedano sempre da un’altra parte”. Saranno le picche degli Etiopi a bucare il palloncino.
Tematica e ambientazione valgono a Lucarelli il secondo encomio: è importante fare i conti con la cattiva coscienza d’Italia, tornare a occuparsi delle “nostre” guerre coloniali, di quel che abbiamo fatto in Libia e nel Corno d’Africa in un cinquantennio di aggressioni, angherie, massacri. E’ una delle grandi rimozioni di questo paese, sgabuzzino chiuso a chiave nel pericolante edificio della memoria pubblica. Ogni volta che la ricostruzione di quegli eventi esce dall’ambito specialistico (quello di storici come Angelo Del Boca), la censura interviene a infrangere lo specchio, affinché gli “Italiani brava gente” non possano vedersi per quel che sono. In Italia non sono arrivati nelle sale film come Il leone del deserto (sulla resistenza anti-italiana in Libia), né la RAI ha mai trasmesso sul segnale terrestre – pur avendolo acquistato – il documentario inglese Fascist Legacy (sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani). L’ignoranza sul nostro passato coloniale spiega molte cose dell’oggi, compresa la leggerezza con cui ci accodiamo a qualunque sfilata in tuta mimetica, impegnando forze armate in dubbie missioni “di pace”. Ci infiliamo in un ginepraio dopo l’altro senza averne la minima cognizione, convinti di aver sempre ragione noi, e quando – come c’era da attendersi – viene ucciso un nostro soldato, siamo capaci soltanto di vittimismo e melensaggini, straparliamo di “eroi”, e ve lo facciamo vedere noi come muore un italiano. Senonché un italiano muore esattamente come chiunque altro: il cuore si ferma, il corpo marcisce e i vermi mangiano.
Tutti i romanzi, anche quelli storici, parlano di adesso, l’adesso in cui il lettore li affronta. Ne L’Ottava vibrazione Lucarelli non si adagia su allegorie troppo facili, corrispondenze dirette tra passato e presente, ma i riverberi con l’oggi non mancano. Ad esempio, è un caso che si salvino dal carnaio solo i personaggi che hanno sposato il meticciato e si pongono oltre gli antagonismi tra culture e civiltà? No, certo che no. Ancora: la classe dirigente che aggredì l’Africa era la stessa che aveva fatto il Risorgimento. Il presidente del consiglio Francesco Crispi era un garibaldino, reduce della spedizione dei Mille. Le aggressioni imperialistiche dei nostri giorni (dai Balcani all’Iraq passando per l’Afghanistan) le scatena una classe dirigente transnazionale, formata da baby boomers che hanno fatto il ’68. Riflettere su tale parallelismo ci allontanerebbe troppo dal libro, e questa è pur sempre una recensione, per cui fermiamoci qui.
Il terzo encomio Lucarelli se lo guadagna per il coraggio stilistico e strutturale. Non tutte le soluzioni convincono pienamente, ma è indubbio lo sforzo di usare una lingua non banale. Per prima cosa, c’è uno slittamento continuo dei tempi verbali, dal presente al passato remoto e viceversa, anche all’interno della stessa frase. Sulle prime la scelta confonde, appare arbitraria, ma proseguendo nella lettura ci si abitua e si coglie il senso: il passaggio al presente avvicina la scena, scuote il lettore, lo costringe a rimettere a fuoco. E’ una secchiata d’acqua fredda in piena faccia. L’autore vi ricorre un po’ troppo spesso, ma è un peccato veniale.
C’è anche lo stratagemma narrativo opposto: la presa di distanza. Lucarelli alterna ai capitoli di narrazione testi non numerati, descrizioni minuziose di fotografie d’epoca. Tutto si ferma e arretra nel tempo, diviene reperto, si “storicizza”.
Da notare anche il tentativo non soltanto di rendere la pluralità linguistica con frasi in diverse lingue e dialetti (tigrino, arabo, francese, veneto, toscano, umbro, romagnolo, milanese), ma anche di comprendere aspetti dei rapporti tra lingue e culture. I personaggi si interrogano più volte sulla traducibilità di una parola, su corrispettivi e sinonimi, su come si esprima il medesimo concetto in due lingue lontane tra loro. Ad esempio, il fatto che in tigrino non si trovi un esatto corrispettivo di “frocio” (o “checca”, “finocchio”, “ricchione”, “culattone”) aggrava la crisi d’identità di un personaggio che, scoprendosi omosessuale, deve ricorrere a un altro idioma (l’arabo) per deprecarsi in modo più incisivo.
Re Menelik IILucarelli è un narratore molto abile nel cosiddetto foreshadowing, l’anticipazione (esplicita o implicita) di sviluppi del plot. Una fugace considerazione sul deserto (“nel deserto i rumori e gli odori non sono inutili, se ci sono è per un motivo concreto, unico ed essenziale”) descrive con molti capitoli di anticipo l’inizio della scena madre. Sarà un odore percepito all’improvviso ad annunciare l’onda umana portatrice di morte. Ed è pure questa una prefigurazione: nella prima guerra mondiale gli odori uccideranno, coi bombardamenti di iprite e fosgene. E come dimenticare che, quarant’anni dopo Adua, l’iprite verrà usata proprio in Abissinia dagli invasori italiani?
Un quarto encomio l’autore lo merita per non aver indugiato lungo la discesa verso il puro raccapriccio, ed essersi fiondato giù. Le parti horror del romanzo sono davvero ripugnanti, e l’ematomania di un personaggio – che avrà un ruolo significativo nel corso degli eventi – non stona affatto nel contesto di una guerra coloniale. Alla base dell’imperialismo non c’è sempre il razzismo, cioè un “feticismo del sangue”? Qualcuno giudicherà queste pagine eccessive, ma Lucarelli segue con orgoglio la linea tracciata da Stephen King: “Riconosco nel terrore l’emozione più pura, quindi cercherò di terrorizzare il lettore, ma se non riuscirò a terrorizzarlo, allora cercherò di suscitargli orrore, e se non riuscirò a suscitargli orrore, allora gli susciterò ribrezzo. Non sono uno che si fa problemi.”
Il quinto e ultimo encomio va alla capacità – che non immaginavo in Lucarelli – di scrivere pagine di intenso erotismo, anzi, di molteplici erotismi. Si va dalla sensualità torbida, cospirativa e prettamente noire (l’ispirazione è chiaramente il James M. Cain de La fiamma del peccato e Il postino suona sempre due volte) all’arrapamento terragno e disperato dell’amplesso tra il milite Sciortino e la contadina vedova “Sebeticca”, passando per tutte le sfumature tra queste due polarità.
Ci sono molti motivi per leggere questo libro, ma il principale è che si tratta del “secondo esordio” di un veterano che ricomincia da capo, e non si può dire che capiti spesso. E’ un’opera importante, un romanzo scritto con umiltà e ambizione, un lavoro che va difeso dalle critiche degli accidiosi. “Coraggio, per la madonna!”, urla alla truppa il sergente De Zigno mentre già accade l’irreparabile. Coraggio, è tutto lì. E’ ciò che vogliamo dagli scrittori. Anche e soprattutto da quelli affermati. [WM1]
Fonte: Archivio storico de L’Unità, consultabile e scaricabile da http://pesarourbino.medialibrary.it con iscrizione presso la Biblioteca San Giovanni